venerdì 27 febbraio 2015

EUROPA La marcia trionfale dei ricchi globali

da il manifesto
EUROPA

La marcia trionfale dei ricchi globali

Analisi. Una società divisa tra subalterni dentro lo Stato e plutocrati nei confini del loro potere globale
Per i clas­sici, la tiran­nia era il solo vero rischio anti-democratico, nella forma indi­vi­duale o di pic­coli gruppi (di oli­gar­chi). La licenza e l’ingordigia per il potere erano le pas­sioni a rischio di sov­ver­tire l’ordine, spesso con il soste­gno del più poveri, mesme­riz­zati dai dema­go­ghi. Lo sce­na­rio che ci pos­siamo atten­dere oggi è diverso: non masse anar­chi­che e in ebol­li­zione, non guer­rieri e oli­gar­chi di ceto; ma masse di indi­vi­dui iso­lati negli stati-nazione e oli­gar­chi della finanza nei vil­laggi glo­bali. Una società divisa tra subal­terni den­tro i con­fini sta­tali e plu­to­crati den­tro i con­fini del loro potere globale.
Alla base, una con­ver­genza di tutti i poteri che ori­gi­na­ria­mente ope­ra­vano sepa­ra­ta­mente, secondo il modello libe­rale clas­sico: il potere eco­no­mico, quello reli­gioso e quello poli­tico. Shel­don Wolin ha chia­mato que­sta nuova società un «tota­li­ta­ri­smo inver­tito», nel quale pub­blico e pri­vato diven­tano sim­bio­tici e per­dono la loro spe­ci­fica distin­ti­vità. «Inver­tito» non signi­fica che una sfera prende il posto dell’altra (come col patri­mo­nia­li­smo). Signi­fica che l’una e l’altra sono in un rap­porto di inte­gra­zione totale (come la scuola sta­tale e quella pri­vata pari­fi­cata che sono dette appar­te­nere a un sistema pub­blico inte­grato). Con­ver­gono e danno luogo a qual­che cosa di nuovo, una incor­po­ra­zione di forme che erano sepa­rate. E que­sto spiega il lamento per il declino dei corpi inter­medi: una società totalizzante.
Men­tre alle ori­gini della moder­nità, l’economia di mer­cato aveva pro­mosso decen­tra­liz­za­zione e fran­tu­mato i mono­poli (Adam Smith) sti­mo­lando la libertà eco­no­mica e indi­ret­ta­mente l’espansione dei diritti, civili e poli­tici, nella nostra società assi­stiamo a un pro­cesso molto diverso. Qui, impren­di­tori e capi­ta­li­sti finan­ziari ali­men­tano il loro potere nella misura in cui can­cel­lano la decen­tra­liz­za­zione e creano una società orga­nica e incor­po­rata, sia a livello nazio­nale che internazionale.
Si tratta di un ritorno al mono­po­lio, non più nella forma di un biso­gno tiran­nico di accu­mulo, come nel pas­sato, ma nella forma orga­niz­zata da norme e abiti com­por­ta­men­tali che gene­rano una classe di ric­chi glo­bali; una società a sé stante di per­sone che sti­lano tra loro con­tratti matri­mo­niali, che non hanno nazione e vivono nelle stesse città e negli stessi grat­ta­cieli. Che si moni­to­rano a vicenda, cer­cando di cap­tare i muta­menti di for­tuna. E creano isti­tu­zioni inter­na­zio­nali loro pro­prie con le quali deter­mi­nare la vita degli stati, ovvero della classe dei senza-potere, che vivono den­tro gli stati e se var­cano i con­fini lo fanno per emi­grare andando a rioc­cu­pare la stessa classe nel nuovo paese; una classe di milioni di disag­gre­gati, illusi di essere liberi per­ché parte di social net­work.
Que­sta let­tura mostra la tra­iet­to­ria della moder­nità dall’individualismo all’olismo, da una società che ripo­sava sul con­flitto tra eroi indi­vi­duali o di casato, e poi tra le classi orga­niz­zate in par­titi, a una società che è un vero corpo omo­ge­neo e uni­ta­rio, sia negli strati bassi che in quelli alti. E se e quando i con­flitti esplo­dono, si tratta di eventi peri­fe­rici (alcune fasce di pre­ca­riato, que­sta o quella regione con­tro il cen­tro, ecc.) che non cam­biano il carat­tere dell’ordine glo­bale e non ne incri­nano l’organicità.
A pro­varlo basta pen­sare a que­sto: molte delle stra­te­gie svi­lup­pate nella società moderna per ren­dere pos­si­bile la resi­stenza indi­vi­duale a que­sta logica oli­stica stanno pro­du­cendo l’effetto oppo­sto. Per esem­pio, i par­titi di sini­stra del ven­te­simo secolo ave­vano lo scopo di riven­di­care i diritti dei molti con­tro l’abuso del potere dei pochi potenti; e usa­vano la sola arma che i deboli hanno da sem­pre: l’alleanza, l’unione, l’integrazione delle forze sparse. In que­sto modo riu­sci­vano a resi­stere all’oligarchia industriale.
Ma il risul­tato, che sta sotto i nostri occhi, è molto diverso dalle aspet­ta­tive o dalle inten­zioni ori­gi­na­rie: i par­titi che si nomi­nano di sini­stra ope­rano con­tro i diritti sociali e la dignità poli­tica delle mol­ti­tu­dini men­tre svol­gono il ruolo di con­vin­cere i senza-potere che quel che occorre fare è asse­con­dare la logica del sistema, quindi lavo­rare nel rischio e senza diritti e pro­cu­rarsi una for­ma­zione fun­zio­nale alla loro ogget­tiva pre­ca­rietà. La favola del merito è il nucleo di que­sta ideo­lo­gia della subalternità.

La con­ver­genza delle forze nel campo sociale e in quello eco­no­mico ha vinto sulle resi­stenze e come esito abbiamo una massa di senza-potere senza orga­niz­za­zioni di resi­stenza. A que­sto punto resta ai deboli il popu­li­smo, che ripro­pone il vec­chio mito col­let­tivo del vox populi vox dei, salvo usarlo, come face­vano gli anti­chi dema­go­ghi, per attuare un cam­bio di lea­der­ship che non cam­bia la con­di­zione dei molti. È ipo­crita gri­dare allo scan­dalo con­tro il popu­li­smo, che non è il feno­meno sca­te­nante ma il sin­tomo, retto sull’illusione data ai senza-potere di mutare la loro sorte.
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