martedì 24 febbraio 2015

IL PARADOSSO LANDINI, QUELLO SPAZIO NUOVO ALLA SINISTRA DEM DIFFICILE DA COLMARE

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IL PARADOSSO LANDINI, QUELLO SPAZIO NUOVO ALLA SINISTRA DEM DIFFICILE DA COLMARE (Stefano Folli)

In Italia il variegato fronte sociale appare privo di ossatura e di una vera strategia.
Esiste un paradosso alla sinistra di Renzi e le polemiche sull’eventuale impegno politico di Landini l’hanno fatto emergere. Da un lato, lo spazio è ampio, significativo sulla carta anche sotto l’aspetto elettorale; dall’altro, né il segretario della Fiom né altri sembrano oggi in grado di occuparlo e di organizzarlo. Per cui il presidente del Consiglio non sembra aver molto da temere, almeno nel medio termine, e si permette il lusso di fare battute un po’ da Maramaldo.
Si capisce perché. Landini può anche vagheggiare di costruire — lui stesso o altri a lui vicini — la versione italiana del movimento spagnolo Podemos, come ha scritto Angela Mauro di “Huffington Post” [leggi qui]. Ma la realtà è sempre più complicata dei sogni. In Grecia Syriza si è subito scontrata contro il muro dell’Europa tedesca, in Spagna i nuovi movimentisti rappresentano, certo, una forza vera che però deve ancora misurarsi con i fatti e prima deve vincere le elezioni. In Italia il variegato fronte sociale a sinistra del Pd appare privo di ossatura e di strategia. Si ritrova su alcune parole d’ordine, come la contro-manifestazione anti Lega che si sta preparando per sabato 28 a Roma. Ma l’idea di presentare Salvini come un piccolo Tambroni del Duemila a cui intimare lo sfratto dalla città eterna, con il connesso rischio di disordini e violenze, non è un progetto politico. È più che altro un pretesto per scendere in piazza a manifestare un malessere, rischiando però di fare il gioco dell’avversario leghista.
S’intende che a sinistra di Renzi c’è anche dell’altro. Ma le sigle partitiche hanno dimostrato da tempo di non possedere forza propulsiva. Vendola non rappresenta una minaccia per il premier e non è più nemmeno un aggregatore: anzi, di recente ha subìto l’abbandono del gruppo filogovernativo di Migliore. Quel che resta di Rifondazione è poca cosa e da parte sua la minoranza del Pd di tutto sembra preoccuparsi, tranne che di preparare la scissione. Nessuno peraltro riesce a immaginare Bersani che si mescola alle organizzazioni sociali per inseguire la replica italiana di Podemos. E di sicuro lo stesso Landini se ne rende conto. Tanto è vero che non ha ottenuto incoraggiamenti né dall’interno del Pd (salvo forse Civati) né dal mondo sindacale, a cominciare dalla Cgil. Gli uni e gli altri vedono con identica diffidenza un’ipotesi dai contorni indefiniti che rischia di indebolire insieme la struttura del sindacato tradizionale e quella del partito.
Eppure, ecco il paradosso, lo spazio non mancherebbe. Solo che trasferirlo sul piano politico e soprattutto elettorale richiede una leadership e anche una cornice propizia. Non basta essere contro le politiche di Renzi e nemmeno portare nelle strade qualche migliaio di manifestanti. Ci vuole perizia e senso tattico. Il presidente del Consiglio ha fatto della comunicazione la sua arma migliore, ma non si è fermato a questo. La legge elettorale (l’Italicum), su cui la Camera è chiamata a pronunciarsi, rappresenta un’arma decisiva per chiudere gli spazi a sinistra lasciando un «diritto di tribuna» o poco più ai gruppi che resteranno al di fuori della lista Renzi.
Questo significa che le prospettive non sempre meditate di chi guarda alla Spagna o alla Grecia devono fare i conti con una riforma elettorale di tipo maggioritario tendente per sua natura a mettere ai margini le forze minori e intermedie. Un movimento stile Podemos avrebbe bisogno di una legge proporzionale, come in Spagna. Ma l’Italia sta andando in una direzione opposta, a meno che non intervenga qualche incidente di percorso in Parlamento. In mancanza del quale chiunque vorrà dare forma a una nuova sinistra sospesa fra società e palazzo dovrà adattarsi a un lungo cammino. Per cui nessuno si meraviglierebbe se alla fine Landini scegliesse di giocare le sue carte all’interno della Cgil invece che in una sfida politico-elettorale al premier.

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