sabato 28 febbraio 2015

IL RIECCOLO

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IL RIECCOLO (Marco Travaglio)

In principio era Occhetto. Poi vennero D’Alema, Prodi, Veltroni, Rutelli, Fassino, Franceschini, Bersani, Epifani e Letta. Dieci leader del centrosinistra – si chiamasse Pds, Ulivo, Ds, Unione o Pd – in vent’anni. Tutti politicamente defunti come i Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, rasi al suolo, seppelliti dall’uomo, diciamo l’ometto, che tutti giuravano di distruggere: dalla “gioiosa macchina da guerra” occhettiana allo “smacchiare il giaguaro” bersaniano. Senza dimenticare tutti gli aspiranti leader del centrodestra, anch’essi allineati nel cimitero della politica a riposare in pace: Dini, Fazio, Tremonti, Buttiglione, Casini, Bossi, Fini, Monti. Ora c’è l’undicesimo, Renzi che, poco prima di farci il Patto del Nazareno, aveva twittato: “Lo asfaltiamo”, “game over”. E, sull’altra sponda, c’è l’altro Matteo, nel senso di Felpa Salvini, che dice di non poterne più del vecchio puzzone e oggi scende nella Capitale per farglielo vedere lui di cosa è capace in quella che un tempo era Roma Ladrona. Auguri anche a loro, naturalmente. Chissà che i due Mattei, complice anche l’incedere inesorabile dell’età e della giustizia, non riescano là dove gli altri dieci hanno fallito.
Ma l’impressione è che neanche loro abbiano ben inquadrato il personaggio: lo trattano come un normale politico con cui discutere di riforme, di programmi, di alleanze, di legge elettorale, di Costituzione. Tutti temi che l’hanno sempre annoiato a morte, salvo quando impattano con l’unica cosa che gli scalda il cuore: il portafogli, con annessi e processi. Renzi pensava di ingabbiarlo in un accordo sull’Italicum e sul Senato delle autonomie, facendo leva sulla sua presunta ansia di passare alla storia come padre ricostituente: sai che palle. Infatti, al secondo incontro, B. era già lì che lo ricattava con l’“agibilità politica” (il salvacondotto giudiziario) e gli affari di Mediaset.
E alla fine, per tenerlo legato al tavolo delle riforme, ha dovuto mettergli sul mercato Rai Way, fare qualche regaluccio qua e là al Biscione, tenergli ferma la Rai, non toccare le norme su corruzione, prescrizione, falso in bilancio, conflitto d’interessi, e infine omaggiarlo del decreto natalizio con condono fiscale incorporato. Col risultato che su quei fronti non s’è fatto nulla, e B. alla fine le riforme non le vota lo stesso. Oppure le vota, chi lo sa, che gliene frega. È l’esatto replay della Bicamerale, con D’Alema tutto intento a tenerselo buono per anni in cambio di infiniti favori sulla giustizia e le tv: il Caimano incassò tutto fingendosi un aspirante riformatore, e alla fine fece saltare il tavolo lasciando il Conte Max con un pugno di mosche e facendolo odiare per sempre dai suoi elettori. E Veltroni, ve lo ricordate? Per non disturbare, non lo nominava neppure: “Il principale esponente dello schieramento avversario”, lo chiamava. Una prece. E Monti, quello che elogiava lo statista che s’era dimesso buono buono per fargli spazio? Un lumino. E Letta nipote, quello del governo di larghe intese e di pacificazione nazionale? L’eterno riposo.
Ora il Caimano, che tutti davano per morto, diventa socio dello Stato e si accinge a papparsi un bel fascio di torri e di antenne della Rai, e magari già che c’è pure la Rizzoli Libri. Intanto i titoli delle aziende volano in Borsa. La sua kriptonite sono i miliardi, le tv e i giornali. E passa pure per un gigante degli affari, perché così conviene dipingerlo a tutti i nani che lo circondano e si fanno continuamente fregare da lui. E il bello è che la tecnica del raggiro non cambia. È sempre la stessa: quella del chiagni e fotti. Lui piange miseria, frigna che ce l’hanno tutti con lui, si dipinge come uomo finito, sull’orlo della bancarotta e dell’esilio, con un piede ai Caraibi, così impietosisce le sue prede e le attira verso il bacio della morte, poi piazza il colpo letale e passa alla cassa lasciando sul selciato una scia di cadaveri. Quelli di chi si credeva più furbo di lui. L’unico ancora spendibile, non a caso, è Prodi, che è anche l’unico che mai si sedette a trattare con lui, memore della lezione di Cecchi Gori: “Silvio è uno che, se gli dai un dito, si prende il culo”. Gli altri ci son cascati tutti.

Se Wanna Marchi continuasse a truffare la gente col mago Do Nascimento e la statuina di sale che si scioglie nell’acqua benedetta da lei: dopo un po’ la gente la sgama e si fa furba. Come se un goleador tirasse i rigori sempre nello stesso posto con la stessa finta: dopo un po’ il portiere si butta dalla parte giusta e para. I politici italiani no: continuano a farsi fregare da vent’anni dalla stessa persona con lo stesso trucco. Montanelli, parlando delle continue resurrezioni di Fanfani, lo chiamava “il Rieccolo”. Ma quello era talento puro, fra cavalli di razza come Andreotti, Moro, Donat-Cattin, Colombo & C.. Il caso B. è diverso: non è lui che è furbo, sono gli altri che sono fessi.

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