lunedì 23 febbraio 2015

La democrazia presa sul serio

da MicroMega

La democrazia presa sul serio


di Angelo Cannatà 
“L’interesse per la politica è diventato una questione di vita e di morte per la filosofia stessa.” Oggi più che mai la frase di Hannah Arendt è vera. Urge uno sguardo radicale – filosofico – sulla politica e la democrazia, calpestata, derisa, offesa in questi giorni oscuri di renzismo trionfante.

Sguardo radicale. Che eviti semplificazioni e ricostruzioni forzate. L’arrampicarsi sugli specchi e (evidenti) contraddizioni: “La definitiva attuazione del Jobs Act è un elemento molto positivo della politica economica renziana, anche se la fisionomia "classista" non sfugge a nessuno.” (Scalfari, la Repubblica, 22 febbraio). Come faccia ad essere molto positivo un provvedimento classista è cosa che sfugge al logos e al principio di non contraddizione. La verità è diametralmente opposta: il Jobs Act è classista, ergo è negativo, non tutela i lavoratori: è il programma di Confindustria applicato da un governo di centro-sinistra.

È sempre brutto citarsi, ma talvolta necessario: “Il segretario del Pd compie la più rigorosa operazione di destra che si ricordi negli ultimi 70 anni: abolisce il concetto di eguaglianza dal programma – e dalla visione – della più importante forza riformista del Paese. Per chi non l’avesse capito: l’abile demagogo taglia i diritti e ne sbandiera l’estensione; promuove la precarietà e ne proclama la fine; parla di lavoro e pensa al Capitale; usa il manganello e “sta” (dice) con gli operai. Questo è l’uomo. Contesta l’accusa di thatcherismo e di fatto l’incarna, distruggendo le conquiste politiche e sociali dei decenni più maturi della nostra democrazia. Come non vederlo: colloca il partito nell’area del socialismo europeo, ma difende in ogni circostanza – ‘ce lo impone la crisi’ – le posizioni delle destre europee. Questo è l’uomo. Da posizioni ultraliberiste distrugge lo Stato Sociale. Siamo in presenza del capolavoro politico della borghesia imprenditrice orientata a destra: si fa rappresentare dal leader della sinistra. È l’odierna anomalia italiana. Più acuta e lancinante – se è possibile – di quella del Condannato che lavora alla riforma della Costituzione” (Se questo è un leader di sinistra, “micromega.net”, 10-11-2014).

Il cerchio s’è chiuso in queste ore. Fanno bene Landini e Camusso a protestare. A indire un referendum per un nuovo Statuto del lavoratori. È ferita la democrazia. Albert Camus: la democrazia “è uno stato della società dove la maggioranza del Paese non sia tenuta in una condizione indegna da una minoranza di privilegiati.”

La posta in gioco è alta, in queste ore attraversate da venti di guerra. Lo sguardo attento, lucido, critico, alla Libia, all’Ucraina, alla politica estera non deve – non può – farci perdere di vista quanto accade in Italia. C’è bisogno d’analisi e discernimento (anche filologico); soprattutto, di “lotta-per-la-democrazia” (Flores d’Arcais). Democrazia e lotta per la democrazia sono tutt’uno. Tema serissimo. Non va banalizzato dalla/nella lettura superficiale di un sondaggio. Decadenza della democrazia? Scalfari: “La causa si chiama indifferenza… O addirittura nichilismo. I giovani non si interessano alla politica (…) i governi approfittano di quest'indifferenza sottraendo diritti… vedendoli ridotti o aboliti anche io protesto e me ne dolgo.” Il punto è che Scalfari protesta e se ne duole dopo aver detto che il Jobs Act – che sottrae diritti – è molto positivo anche se è una riforma classista.

Qui, con tutta evidenza, c’è qualcosa che non va. Riconducibile – spiace dirlo – al tentativo di stare, contemporaneamente, con Confindustra e con gli operai. In passato l’operazione è riuscita (cfr. “Eugenio Scalfari e il suo tempo”, Mimesis), come mediazione tra Capitale e Lavoro. Ruolo svolto più volte da Repubblica. Oggi non funziona più. Viviamo tempi in cui bisogna scegliere da che parte stare. Le divisioni sono nette. Ogni tentennamento appare per quello che è: una posizione ambigua.

Tempi difficili. “La democrazia rappresentativa è necessariamente una democrazia dei partiti, ma il monopolio dei partiti sulla vita pubblica sottrae la democrazia rappresentativa. La rende un simulacro.” (Flores d’Arcais, Il sovrano e il dissidente, 2004, p. 61). Tesi ancor più vera oggi, che non ci è concesso (nemmeno) di esprimere una preferenza; che si smantellano definitivamente i diritti; che la democrazia interna ai partiti è saltata; oggi che nel più grande partito della sinistra italiana c’è un uomo solo al comando. Il renzismo è un pericolo, perché ti fotte sorridendo; perché è duro, ma si camuffa terribilmente bene; perché proclama la fine delle ideologie ed è il più ideologico: espressione del liberismo estremo, non solidale. I grandi giornali occultano questa verità. Dovrebbero orientare l’opinione pubblica e gli forniscono merce avariata. Anche le testate con un glorioso passato. Cosa sta accadendo? Perché si continua ad appoggiare – nei fatti – il bullo di Firenze che ha il tradimento come dogma. Non si tratta più di Letta o Berlusconi. L’invito a star sereno, oggi, è rivolto al mondo del lavoro, espropriato di diritti fondamentali. Può la grande stampa continuare a non vedere? Possono gli intellettuali tacere? Non è questo il nuovo tradimento dei chierici?

Infine. Possono dirsi davvero elezioni democratiche quelle che si svolgono con un’ideologia imposta – un diktat – che di fatto non lascia liberi? Scrive Sartori: “Elezioni libere con opinioni imposte (illibere) non portano a nulla. (…) E dunque tutto l’edificio della democrazia poggia, in ultima analisi, sull’opinione pubblica; e su una opinione che sia davvero del pubblico, che in qualche modo nasca dal senso dei pubblici che la esprimono.” (G. Sartori, Democrazia, cosa è, 1993, p. 59).

Occorre prendere atto che siamo a una svolta. O si ferma il renzismo adesso, o ce lo teniamo per vent’anni. Ha ragione Landini (al di là delle rituali precisazioni): cambia un’epoca, è ora di sfidare Renzi. Tsipras ce l’ha fatta in Grecia. Ci sono molte difficoltà, certo, il negoziato di questi giorni – il necessario compromesso – è un esempio ma qualcosa, nella patria di Socrate, s’è mosso. S’è posto il dubbio sul verbo dell’austerità estrema, dei sacrifici senza sviluppo. Il dubbio. Milioni di italiani attendono un leader, credibile, che faccia di questi dubbi un programma politico. E che urli in faccia al Premier: “Renzi, stai sereno”.

Post scriptum. “In un certo senso – scrive Marc Lazar – Renzi è il prototipo del leader del XXI secolo: pragmatico, post-ideologico, ‘killer’ dei suoi avversari e concorrenti” (la Repubblica, 23 febbraio). Che sia un killer concordiamo. Che sia (anche) post-ideologico è una stupidaggine: Renzi incarna, teorizza e pratica l’ideologia ultraliberista che piace tanto a Confindustria, con la quale – da sempre – il Nostro vive in corrispondenza d’amorosi sensi.
 

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