martedì 24 febbraio 2015

La trincea di Berlusconi “Resto il capo della coalizione ma i pm mi vogliono in galera”

La trincea di Berlusconi “Resto il capo della coalizione ma i pm mi vogliono in galera” (CARMELO LOPAPA).

BerlusconiIl pressing delle colombe Forza Italia per recuperare il dialogo con Renzi sulle riforme. Lo scontro con Fitto.
ROMA – «L’offensiva è ripartita e questa volta per sbattermi in galera e togliermi di mezzo definitivamente, dalla campagna delle regionali e dalla scena politica ». Silvio Berlusconi è un leader “azzoppato” e turbato. Nel lunedì del pranzo con i figli e i capi Mediaset, della lunga riunione con l’avvocato Ghedini, ripete a voce alta tutti gli incubi che lo attanagliano in queste ore.
È un fantasma che ritorna. La paura adesso è di perdere la libertà personale, l’incombenza delle «misure cautelari» proprio ora, proprio a un passo dalla riconquista di quella stessa libertà con la fine dei servizi sociali fissata per l’8 marzo. La fobia è cresciuta di giorno in giorno, man mano che le notizie e le indiscrezioni sull’inchiesta Ruby-ter hanno invaso giornali e siti web come non accadeva da anni.
L’umore a Villa San Martino, ma anche a Roma in tutto il quartier generale, è assai cupo. Parla di «accanimento», l’ex Cavaliere, ricondotto all’esigenza della procura di prorogare l’indagine sull’ipotesi di corruzione in atti giudiziari (che scadrebbe a marzo) per altri sei mesi. Più in generale, in una lettura tutta politica, Berlusconi confessa ai figli andati a trovarlo a pranzo che tutto sarebbe pronto per cancellarlo «dalla scena proprio mentre mi preparo a tornare in campo in prima persona, in vista delle regionali di maggio». E colpirlo in un momento di estrema debolezza interna (gli affondi e gli attacchi quotidiani di Fitto e dei suoi) ed esterna, con la Lega di Salvini che ha sorpassato Fi nei sondaggi e lancia un’Opa su tutto il centrodestra. Con questo stato d’animo oggi il leader forzista farà rientro a Roma dopo due settimane, per tentare di distrarsi e tuffarsi nelle cose del partito, ragionare sulla grana delle alleanze in Veneto. Berlusconi è tentato per metà dalla ripresa del dialogo con Salvini, per l’altra metà dalla vendetta e il sostegno al ribelle Tosi contro Zaia.
Il partito però è quasi paralizzato, la sindrome è da stato d’assedio. La preoccupazione è che non siano solo gli ex An a organizzarsi per sopravvivere alle macerie post berlusconiane, ma che siano in procinto di tagliare la corda, oltre ai fittiani, anche altre frange interne. Il senatore leghista Raffaele Volpi, tra i promotori della Lista Salvini al Sud, si vantava con i colleghi di aver ricevuto solo ieri tre deputati di Forza Italia, propensi al grande salto. Cosa accadrà dopo le regionali?
E poi c’è il conto in sospeso con Matteo Renzi sul tavolo delle riforme. L’annuncio del premier di voler rimettere mano alla legge Gasparri (che disciplina tutta l’emittenza tv) è risuonata come una minaccia ad Arcore. Non manca chi da giorni sta provando a convincerlo a riprendere il dialogo con Palazzo Chigi, magari con ambasciatori diversi, senza Verdini, come sostengono in privato da Toti a Romani. Ieri è stata Mariastella Gelmini a rivendicare il ruolo ancora attivo di Fi: «Il patto del Nazareno è stato archiviato, ma non lasceremo al Pd il merito di fare le riforme» è la sintesi. L’unico dato positivo, in queste ore, è il dato sugli iscritti, ancora ufficioso. Nella sede di San Lorenzo in Lucina, alla chiusura del 31 gennaio (dopo alcune proroghe) risulterebbero registrati circa 105 mila. Con una minima linfa finanziaria (tra 15 e 30 euro a tessera), che comunque non risolleva le sorti delle casse. E proprio su soldi e ammanchi sono volati gli stracci ieri tra la Puglia e Roma, ultima puntata della guerra interna. Luigi Vitali, neo commissario berlusconiano in regione, racconta di aver scoperto che solo 3 parlamentari pugliesi (Amoruso, Bruno, Savino, «il 10 per cen-to») avrebbero pagato gli 800 euro di contributi al partito; che quell’ammanco avrebbe costretto a chiudere la sede regionale di Bari («Con un disavanzo di 50 mila euro»); che «questi signori vanno in giro per l’Italia con pullman messi a disposizione non si sa da chi e da chi pagati ». Tutti i parlamentari fittiani hanno contrattaccato in coro, «abbiamo provveduto in autonomia al mantenimento dei costi delle sedi e del personale delle sedi provinciali» e così per i pullman con cui avrebbero portato 12 mila militanti a Piazza del Popolo a Roma e altri 5 mila in occasione della decadenza. Dietro gli stracci, il caso politico è la mancata candidatura dei dissidenti nelle liste pugliesi, confermata dallo stesso Vitali: «Hanno fatto le loro scelte, se ne assumono la responsabilità, candidarli non sarebbe coerente ». Dove finirà questa storia? «Fitto ha spinto i suoi soldatini fin troppo “oltre”, per usare il suo slogan, ovvero in un altro partito — racconta l’ex sottosegretario alla Giustizia — Quindi destinati a scomparire».
Da La Repubblica del 24/02/2015.

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