martedì 24 febbraio 2015

LAVORO Attenti, i cococò non spariranno

da il manifesto
LAVORO

Attenti, i cococò non spariranno

L'analisi. Il «Jobs Act» cancella le collaborazioni a progetto ma non quelle coordinate e continuative, che rischiano di avere anzi un nuovo sviluppo, più «selvaggio». Probabile anche un boom delle partite Iva

Presa visione dei decreti attua­tivi della delega sul mer­cato del lavoro (il cosid­detto Jobs Act), e dei loro pes­simi con­te­nuti (supe­ra­mento dell’articolo 18; decur­ta­zione degli ammor­tiz­za­tori sociali) ci preme trat­tare subito del terzo decreto cioè di quello sulle tipo­lo­gie con­trat­tuali, ampia­mente pro­pa­gan­dato e incen­trato sulla asse­rita abo­li­zione delle col­la­bo­ra­zioni coor­di­nate continuative.
Invero, sulla asso­luta nega­ti­vità degli altri decreti, in tema di licen­zia­menti e fle­x­se­cu­rity, nes­suno può aver dubbi, men­tre è neces­sa­rio sfa­tare imme­dia­ta­mente l’idea che il governo Renzi abbia bensì “rot­ta­mato” l’articolo 18 ma, in com­penso, abbia anche effet­ti­va­mente abo­lito quella tipo­lo­gia di lavori precari.
La verità è del tutto diversa per­chè dal decreto sulle tipo­lo­gie con­trat­tuali può, invece, deri­vare un rilan­cio mas­sic­cio e “sel­vag­gio” delle col­la­bo­ra­zioni coor­di­nate e con­ti­nua­tive nella loro forma più peri­co­losa quella “senza pro­getto” (co.co.co.) che la legge Biagi aveva in qual­che modo con­te­nuto e mar­gi­na­liz­zato. Oppure, può deri­varne una vera allu­vione di false par­tite Iva, con grave danno, oltre che dei lavo­ra­tori, degli isti­tuti previdenziali.
Per com­pren­dere appieno le ragioni di quanto qui si afferma è neces­sa­rio, però, com­pren­dere le varie “fasi” di un vicenda, giuridico-concettuale e sto­rica, un po’ intri­cata, ma assai istrut­tiva per valu­tare appieno la diso­ne­stà di chi ci governa, e acqui­sire alcune nozioni pre­li­mi­nari importanti:
1) La prima nozione è che nel campo del lavoro auto­nomo si fron­teg­giano due fon­da­men­tali figure: da una parte il lavoro auto­nomo “vero”, quello dell’imprenditore e del pro­fes­sio­ni­sta che ven­dono sul mer­cato beni e ser­vizi da loro pro­dotti mediante loro orga­niz­za­zione e ciò fanno attra­verso la emis­sione ai clienti di una fat­tura gra­vata da impo­sta Iva (con aper­tura, per­tanto anzi­tutto di una par­tita Iva), e dall’altra parte il lavo­ra­tore cosid­detto “para­su­bor­di­nato”, ossia il col­la­bo­ra­tore coor­di­nato e con­ti­nua­tivo (co.co.co.) che senza mezzi pro­pri, pre­sta per­so­nal­mente la sua atti­vità coor­di­nata con la atti­vità di impresa di un com­mit­tente, non sulla base di richie­ste for­mu­late volta per volta, ma di un accordo pro­gram­ma­tico ini­ziale desti­nato a durare nel tempo.
La distin­zione tra le due figure è poi con­sa­crata dall’articolo 5 co. II° D.p.r. 597/1973 (la Legge sull’Iva) la quale esclude, in via di prin­ci­pio, che le pre­sta­zioni ine­renti a col­la­bo­ra­zioni coor­di­nate e con­ti­nua­tive siano sog­gette alla impo­sta sull’Iva e alle emis­sioni di fat­ture. Anzi il co.co.co. riceve il suo com­penso con una sorta di busta-paga, ha diritto a (ridotti) con­tri­buti pre­vi­den­ziali Inps, e il suo red­dito è equi­pa­rato fiscal­mente a quello dei lavo­ra­tori subordinati.
C’è, però, una ecce­zione che, in qual­che modo, intor­bida il qua­dro: se il lavo­ra­tore ha già altre atti­vità di lavoro auto­nomo, e ha quindi una par­tita Iva, può assog­get­tarvi anche i com­pensi per col­la­bo­ra­zione coor­di­nate e con­ti­nua­tive, senza dover aprire una paral­lela posi­zione di co.co.co. ai fini tri­bu­tari e fiscali. Si pensi ad un avvo­cato che fra i tanti clienti abbia anche una ditta per la quale svolga una con­su­lenza con­ti­nua­tiva e pro­gram­mata (co.co.co.).
Que­sta è l’origine del feno­meno delle “false par­tite Iva”, che si ha quando quel cliente “par­ti­co­lare” è — guarda caso — quello che for­ni­sce la mas­sima parte del red­dito come cliente quasi unico ( e magari ha sug­ge­rito lui al lavo­ra­tore di aprire la par­tita Iva).
2) Que­ste pro­ble­ma­ti­che, all’apparenza un po’ astruse, hanno inve­stito il diritto del lavoro quando con la legge finan­zia­ria dell’anno 2000 si è con­sen­tito di sti­pu­lare co.co.co. non più, come a prima, solo per pre­sta­zioni arti­sti­che e di alta pro­fes­sio­na­lità, ma per qual­siasi man­sione, anche di basso livello professionale.
Si è sca­te­nata, allora, una vera “corsa al co.co.co.”, il quale che in pra­tica è quasi indi­stin­gui­bile dal con­tratto di lavoro subor­di­nato, ma con­sente (o con­sen­tiva) di non pagare con­tri­buti, né ferie e 13° men­si­lità e di licen­ziare libe­ra­mente il lavoratore.
La “corsa al co.co.co.” è stata inter­rotta – occorre ricor­darlo – dalla legge Biagi, posi­tiva avendo su que­sto (solo) punto: con l’articolo 61 del Dlgs. 276/2003 fu sta­bi­lito che salve alcune limi­tate ecce­zioni, le col­la­bo­ra­zioni coor­di­nate e con­ti­nua­tive dove­vano essere fina­liz­zate alla rea­liz­za­zione di una spe­ci­fico pro­getto (nasceva così il co.co.pro.), diverso dalla nor­male pro­du­zione del com­mit­tente, altri­menti per l’art. 69 della stessa legge si con­ver­ti­vano tout court in rap­porti di lavoro subordinato.
Que­sta regola di “con­ver­sione” valeva – occorre subito dirlo – per tutte le col­la­bo­ra­zioni, sia con man­sioni di alto che di basso rilievo e con qual­siasi ampiezza di auto­no­mia ese­cu­tiva, anche in ordine a tempi , luo­ghi moda­lità della prestazione.
3) Come hanno allora rea­gito gli impren­di­tori allo “stop” ai co.co.co “nor­mali” da parte della legge Biagi? Per un po’ hanno cer­cato di uti­liz­zare i co.co.pro., met­tendo sulla carta pro­getti impro­ba­bili e sti­rac­chiati die­tro i quali nascon­dere la realtà del lavoro subor­di­nato, poi, preso atto delle dif­fi­coltà (e delle soc­com­benze giu­di­zia­rie) hanno deciso di fare un “salto di cor­sia” e di ricor­rere sem­pre, a fini simu­la­tori, al rap­porto di lavoro auto­nomo “puro”, impo­nendo a lavo­ra­tore di aprire una par­tita Iva e di emet­tere fatture.
Ai tempi della “Legge For­nero” que­sto pro­cesso era ormai com­piuto, con i co.co.pro. in piena crisi e le false fat­ture Iva in impe­tuosa cre­scita. La legge For­nero ha ulte­rior­mente messo in crisi l’abuso dei co.co.pro., intro­du­cendo regole di serietà circa le carat­te­ri­sti­che dei pro­getti, men­tre per le false par­tite Iva ha avuto il merito di porre il pro­blema, pur appli­cando, poi, rimedi deboli.
Ha, infatti, impli­ci­ta­mente riba­dito che tra lavoro auto­nomo “vero”, con Iva e col­la­bo­ra­zione coor­di­nata e con­ti­nua­tiva vi è oppo­si­zione con­cet­tuale e di prin­ci­pio e lo ha fatto intro­du­cendo (art. 12 co. 26 L. 92/2012) alcune pre­sun­zioni legali che da certi fatti (ad esem­pio. red­dito all’80% da un solo com­mit­tente; base logi­stica presso que­sti, ecc.) indu­cono la sus­si­stenza di una col­la­bo­ra­zione coor­di­nata e con­ti­nua­tiva al posto del rap­porto di lavoro auto­nomo “puro”, con finale approdo, poi, al lavoro subor­di­nato in man­canza di un “progetto”.
4) Alla vigi­lia del Jobs Act, il pro­blema del pre­ca­riato attra­verso col­la­bo­ra­zioni coor­di­nate e con­ti­nua­tive era dun­que già risolto, o in via di riso­lu­zione ma il governo Renzi, fin­gendo di chiu­derlo defi­ni­ti­va­mente, lo ha invece ria­perto, con pro­spet­tive peri­co­lo­sis­sime, mediante il decreto sulle tipo­lo­gie con­trat­tuali. Lo ha fatto, a nostro avviso, con astu­zia ser­pen­tina e vediamo come: ha pre­vi­sto la abo­li­zione dei co.co.pro., e quindi anche della loro nor­ma­tiva, com­presi i fon­da­men­tali arti­coli 61–69 Dlgs. 276/2003, i quali come detto, ave­vano l’effetto di proi­bire i co.co.co., pre­ve­dendo, in man­canza di pro­getti la con­ver­sione auto­ma­tica in rap­porti di lavoro subordinato.
Gli inge­nui che si ral­le­grano della abo­li­zione dei co.co.pro. non si ren­dono conto che con essi salta il “tappo” che ha impe­dito di dila­gare ai co.co.co. “nor­mali” , i più pericolosi.
Si obbiet­terà che, però, l’articolo 47 del Decreto attua­tivo con­tem­pla, a sua volta, la “ricon­du­zione al lavoro subor­di­nato delle col­la­bo­ra­zioni coor­di­nate con­ti­nua­tive”, ma pro­prio qui sta il trucco (o la seconda parte del trucco) per­ché l’articolo 47 con­tem­pla solo una mode­sta parte delle col­la­bo­ra­zioni quelle che già di per sé appa­iono essere in realtà lavoro subor­di­nato. Ossia quelle , dice il decreto, che “si con­cre­tino in pre­sta­zioni di lavoro esclu­si­va­mente per­so­nali, con­ti­nua­tive, di con­te­nuto ripe­ti­tivo e le cui moda­lità di ese­cu­zione sono orga­niz­zate dal com­mit­tente anche con rife­ri­mento ai tempi e ai luo­ghi di lavoro”. E tutte le altre? Che fine fanno quelle con pre­sta­zioni pre­va­len­te­mente ma non esclu­si­va­mente per­so­nali o con con­te­nuto non ripe­ti­tivo ma di con­cetto, o in cui sia il pre­sta­tore a poter deci­dere tempi e luogo della prestazione?
Poi­ché non sono più “inter­cet­tate dagli arti­coli 61–69 Dlgs. 276/2003 dovreb­bero ora avre corso libero, e si sco­pre, quindi, la ser­pen­tina astu­zia dei con­si­glieri del governo Renzi: can­cel­lare il “tra­sfor­ma­tore co.co.pro.” e pre­ve­dere la ricon­du­zione al lavoro subor­di­nato sol­tanto delle col­la­bo­ra­zioni di basso e bas­sis­simo livello. Si crea così, lì accanto, un ampio spa­zio dove le altre col­la­bo­ra­zioni potreb­bero nuo­va­mente mol­ti­pli­carsi libe­ra­mente, con eva­sione delle regole del diritto del lavoro e senza lo spau­rac­chio della neces­sità di un progetto
Uno spa­zio che, pro­ba­bil­mente, nelle inten­zioni di quei “con­si­glieri” dovrebbe esser occu­pato, dal cosid­detto “con­tratto eco­no­mi­ca­mente dipen­dente”, ossia da una forma ridi­men­sio­nata di co.co.co., ma ancora ben lon­tano dalle garan­zie (quelle rima­ste) del lavoro subordinato.
Oppure, costi­tuire spa­zio di colo­niz­za­zione per le false par­tite Iva, che signi­fi­ca­ti­va­mente il decreto attua­tivo ignora, ma che, al con­fronto, appare pro­spet­tiva meno peri­co­losa, una volta chia­rito l’equivoco che si annida nell’articolo 5 secondo comma DPR 597/1973.
Con­clu­diamo, osser­vando che, una volta sco­perto il trucco, i rimedi non sareb­bero dif­fi­cili: baste­rebbe modi­fi­care l’articolo 47 del decreto attua­tivo, pre­ve­dendo una nozione ampia di col­la­bo­ra­zione da ricon­durre a lavoro subor­di­nato e chia­rire che il regime Iva cui venga ecce­zio­nal­mente sot­to­po­sta una pre­sta­zione (con­ti­nua­tiva) non ne cam­bia la natura.

Ma a chi affi­dare tale com­pito? Non certo alla cosid­detta “sini­stra Dem” che ora versa lacrime di coc­co­drillo dopo aver di fatto col­la­bo­rato alla appro­va­zione delJobs Act e all’abolizione dello Sta­tuto dei Lavo­ra­tori, con ogni sorta di ipo­cri­sia e di com­pli­cità con Renzi, e copren­dosi siste­ma­ti­ca­mente di ridi­colo e ver­go­gna nell’avanzare, obie­zioni ed emen­da­menti “di fac­ciata”, poi subito abban­do­nati. Anche Fan­tozzi, a un certo punto, è andato in pen­sione! Occorre, sem­pli­ce­mente che l’opposizione sociale esprima un nuovo sog­getto politico.

Nessun commento:

Posta un commento