martedì 24 febbraio 2015

Pd, la rivolta della minoranza a marzo una convention “Solo uniti fermiamo Renzi” Speranza: “Un errore il Jobs act”

Pd, la rivolta della minoranza a marzo una convention “Solo uniti fermiamo Renzi” Speranza: “Un errore il Jobs act” (GOFFREDO DE MARCHIS).

Il capogruppo alla Camera attacca il governo: “Se salta la sintonia con il Parlamento, salta tutto”. La replica di Poletti: “Basta incertezze”.
ROMA – Neanche un mese dopo l’elezione di Sergio Mattarella, momento di massimo politico peso della minoranza Pd nell’era renziana, la sinistra è in un angolo. Per uscirne dovrebbe far valere i «rapporti di forza», dice un bersaniano, com’è successo sul voto per il Quirinale. Sulla legge elettorale alleandosi con Forza Italia, sul lavoro cercando una sponda con Maurizio Landini. «Ma se non siamo uniti, perdiamo sempre», dice Alfredo D’Attorre. Per questo oggi i dissidenti “festeggiano” l’attacco di Roberto Speranza a Matteo Renzi. Significa che i pontieri sono più arrabbiati e la pratica della mediazione perde un po’ di ragione d’essere.
Il capogruppo del Pd aveva avuto garanzie dal premier sul Jobs Act portando quasi tutti i deputati dem a votare per la delega. «Spariranno i licenziamenti collettivi, garantito », aveva promesso il premier. È finita con il decreto che conferma quella forma di uscita dal mercato del lavoro. «Il governo ha sbagliato a non tener conto del parere delle commissioni lavoro di Camera e Senato sui licenziamenti collettivi previsti dalla delega sul lavoro», dice ora Speranza. Poi annuncia battaglia: «Deve essere a tutti chiaro — spiega riferendosi a Renzi — che se viene meno la necessaria sintonia tra Parlamento e governo non si va da nessuna parte». Il patto stipulato tra minoranza e Renzi viene confermato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. «Ha ragione Speranza — racconta il ministro — ma la scelta del governo di non cambiare l’impianto del decreto dato alle Camere era per evitare il pericolo di una incertezza ». Non si volevano mettere gli imprenditori italiani e gli investitori stranieri di “scappare” con la scusa che prima c’era stato un impegno e poi si era tornati indietro. «Ne abbiamo discusso molto — dice Poletti — e alla fine abbiamo deciso così».
Questo atteggiamento però porta alla radicalizzazione dello scontro interno. I “rapporti di forza” impongono alla sinistra di trovare un minimo di unità A marzo, in una convention che si sta preparando, verranno messi insieme bersaniani, civatiani, cuperliani, con la sponda della Cosa rossa in gestazione, quella che sarà guidata dal segretario della Fiom Landini. «Sul lavoro Maurizio pone un problema reale. Il distacco tra il Pd e i lavoratori è sempre più profondo. Ma non c’è bisogno di scorciatoie organizzative«, dice Stefano Fassina. Ossia, Pippo Civati a parte, nessuno nel Partito democratico pensa a una scissione. «È evidente l’indifferenza assoluta di Renzi per il pluralismo interno. Per lui si limita alla chiacchierata in streaming tra di noi», attacca l’ex viceministro. Il terreno comune a sinistra può diventare «la distribuzione delle risorse, se davvero assisteremo all’inizio della ripresa», precisa D’Attorre. Temi più vicini alla gente delle riforme, anche se ormai il Jobs Act è andato. La guerriglia parlamentare invece può realizzarsi dalla fine di marzo sull’Italicum.
Renzi lo vuole approvare in via definitiva, quindi non va toccato rispetto al testo uscito dal Senato. Il capogruppo Speranza però non sembra disposto ad offrire, su questo punto, un sostegno assoluto al premier: «La Camera discute. È un suo diritto. Anzi, il suo dovere ». I dissidenti pensano aun’asse con Forza Italia che a Montecitorio è guidata da Renato Brunetta, nemico del patto del Nazareno. «Il dialogo è inevitabile – avverte Fassina -. E nessuno si deve permettere di accusarsi di usare strumentalmente gli azzurri. Che il testo va cambiato lo diciamo da prima della rottura con Berlusconi. Vorrà dire che parleremo con quelli che fino a ieri erano gli amici di Renzi». Ma di cosa? Non dei capolista bloccati, bersaglio della sinistra ma pilastro della strategia berlusconiana. «Sull’apparentamento al secondo turno abbiamo posizioni simili. Significa che il testo può cambiare, che Renzi è a rischio sui numeri e l’Italicum dovrà tornare al Senato», sottolinea D’Attorre. Questa ipotesi era già prevista negli emendamenti Gotor, dunque non c’è . «Però incidiamo solo se siamo uniti – insiste D’Attorre -, come è successo con il voto a Mattarella ». Per questo la convention di marzo. Per questo non è più tempo di mediatori, di pontieri. Una battaglia da condurre dentro il Pd, dicono tutti i dissidenti.
Da La Repubblica del 24/02/2015.

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