sabato 28 febbraio 2015

Politica, cultura E BERSANI NON SI FIDA PIÙ DEL PREMIER: “IL TRADIMENTO SUL JOBS ACT PESA ANCORA”

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E BERSANI NON SI FIDA PIÙ DEL PREMIER: “IL TRADIMENTO SUL JOBS ACT PESA ANCORA” (Tommaso Ciriaco)

Stavolta è diverso. Non si tratta solo di correnti che si sbranano o leader che si accoltellano. C’è dell’altro dietro l’escalation guidata da Pierluigi Bersani. È la fregatura sul Jobs act ad aver scassato il Partito democratico, portando la minoranza sul piede di guerra. «Sì – ammette l’ex segretario, appoggiandosi a una colonna del Transtlantico – Avevamo discusso durante la direzione del partito, era stato preso un impegno. Le due commissioni avevano espresso un parere, anche se non vincolante. E nelle commissioni ha votato tutto il Pd: non solo i bersaniani, ma i bersaniani i renziani e tutti quanti gli altri. Poi però si è deciso di non tenerne conto. Ma insomma, ma come si fa…». Una sberla che brucia. Un tradimento, per la sinistra del Pd. «Ma non è solo questo – ricorda a due passi dall’Aula – Sulle istituzioni, ad esempio, avevamo lavorato seriamente. Subito dopo Mattarella, però, non ho visto altro che smentite a quel metodo, che pure aveva funzionato ».
È un Bersani trasformato. Sereno, però più aggressivo. Combattivo. Interventi, uscite pubbliche, ieri pure un’intervista al giornale radio Rai. Nulla a che vedere con il solito risiko del Pd, ragiona mentre attraversa il lungo corridoio che porta a piazza del Parlamento. «Non se ne può più di queste veline che circolano sui media e che dipingono quanto accade come una questione di potere». È piuttosto uno scontro tra due mondi che non si riconoscono più. «Io sono un deputato semplice. Non ho nulla da chiedere, non reclamo posti. Bisogna che si convincano che è esclusivamente un problema di idee. Possiamo confrontarci? Possiamo almeno discutere sul serio e non per spot?». Non fa altro da giorni, l’ex segretario. In Aula con tanti dei suoi colleghi, mentre tutto attorno sbocciano aree a differente tasso di renzismo pronte a farsi la guerra. In Transatlantico, con pazienza, mentre le minoranze tornano a parlarsi. E pure al cellulare, con i vecchi amici che gli chiedono consigli: “Pierluigi, dove stiamo andando?”.
Alla convocazione di Matteo Renzi non ha risposto. Si tormenta gli occhiali rossi, poi tutto d’un fiato: «Certo che no. Le riunioni vanno fatte per davvero. Convocare i gruppi parlamentari per discutere di fisco e altri tre temi per quattro ore non va bene. Il confronto deve essere serio. Né è accettabile che parta subito il giochino di quelli che dicono: “Quando facciamo le riunioni e vogliamo la discussione, voi vi sfilate”». È comunque agli atti la clamorosa mossa di boicottare il seminario promosso dal premier in persona. Il rischio di delegittimare il leader non ha frenato le minoranze, anche se a disertare è un ex segretario del Pd. «Ve- ramente all’epoca Renzi non è mai venuto a una riunione e io ho fatto il segretario tranquillamente. Mai venuto a una riunione, mai… Comunque lui ha detto: “Fatevi venire un po’ di idee”. Me le sono fatte venire e le ho mandate».
Palazzo Chigi ha già fiutato il cambio di passo. E a nessuno dei quattrocentosedici parlamentari dem è sfuggito quel passaggio di Bersani sull’Italicum. Una mina piazzata tra le fondamenta della legislatura, si allarmano i renziani. «Da quanto tempo è che lo dico? Da tempo avverto: “Guarda che in queste condizioni non si vota questa legge elettorale”. Se poi il tema diventa Bersani contro Renzi e nessuno si preoccupa di come si organizza la democrazia, allora vabbé….». Riflette solo un attimo, inforca gli occhiali rossi: «Però, ecco, sollevo questo punto: che tipo di democrazia stiamo costruendo? Non mi sembra esattamente irrilevante, anche se nessuno ne parla».
Stavolta l’offensiva dell’opposizione interna non provoca l’immediata reazione di Renzi. Anzi, due sere fa l’unico passaggio davvero polemico è stato il riferimento del premier ai vecchi caminetti della Ditta. «Vabbé, lasciamo stare i vecchi caminetti che sono cretinate… Se continua a rispondere in quel modo lì non si va da nessuna parte». Appunto, che si fa? Come se ne esce? «Il segretario prenda in mano la situazione. Dica che si vuol parlare di quale democrazia va costruita con un approccio serio. Di liberalizzazioni, ma sul serio. Perché è giusto discutere e poi decidere: e però sul lavoro abbiamo discusso, discusso e ancora discusso, ma poi ha fatto come gli pare… ».
Una tregua, comunque, sembra distante anni luce. Quando Massimo D’Alema promette una dialettica interna sempre più vivace, a qualcuno vengono i brividi. Bersani invece evita previsioni. Auspica, al massimo: «Bisogna capire che è necessario tener conto delle idee degli altri. Se facciamo con il metodo Mattarella, va benissimo. Se al contrario facciamo finta di discutere e poi uno tira dritto – sospira mentre lascia la Camera – allora è un problema».
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