giovedì 26 febbraio 2015

POLITICA Fiumi e canguri, Renzi detta legge

da il manifesto
POLITICA

Fiumi e canguri, Renzi detta legge

Camere. Tutti gli strumenti, le procedure e i trucchi per mettere fuorigioco i parlamentari. E trasferire a palazzo Chigi il potere legislativo

Proteste in aula del M5S contro il decreto sblocca Italia
La riforma costi­tu­zio­nale che sta per essere appro­vata in seconda let­tura alla camera pre­vede un nuovo stru­mento a dispo­si­zione del governo per imbri­gliare il par­la­mento: il voto a data certa. Vale a dire che sui dise­gni di legge che l’esecutivo con­si­dera essen­ziali per il pro­gramma (a suo insin­da­ca­bile giu­di­zio) le camere saranno chia­mate a votare tas­sa­ti­va­mente entro 60 giorni. Come dovranno votare non è detto, non poten­dosi pre­scri­vere in costi­tu­zione l’obbligo di appro­vare quel che chiede il governo. Per quello c’è il voto di fidu­cia.
Non è un isti­tuto nuovo (è nei rego­la­menti dagli anni Set­tanta) ma con il governo Renzi è diven­tato la regola: 32 fidu­cie in un anno (più le due ini­ziali sul pro­gramma di governo). Per­sino una fidu­cia in nega­tivo, al senato, per bloc­care un emen­da­mento. Riguar­dava la respon­sa­bi­lità civile dei magi­strati, l’ultima legge appro­vata dalle camere non­ché una delle pochis­sime di ini­zia­tiva par­la­men­tare. Com’è prassi da anni, ma se nella scorsa legi­sla­tiva la per­cen­tuale delle leggi di ini­zia­tiva gover­na­tiva si fer­mava al 74% con il governo Renzi siamo già all’82% delle leggi appro­vate. Per­sino la riforma che riscrive un terzo della Costi­tu­zione è fir­mata diret­ta­mente dal pre­si­dente del Consiglio.
La fidu­cia è stata appli­cata a dismi­sura, anche su una legge delega, cioè su un atto con il quale il par­la­mento rinun­cia al potere legi­sla­tivo per affi­darlo al governo entro limiti (che dovreb­bero essere) pre­cisi. Par­liamo del cosid­detto Jobs act e anche in quel caso l’esecutivo Renzi ha silen­ziato il dibat­tito nella mag­gio­ranza e oltre: niente modi­fi­che o crisi di governo e tutti a casa. In più nello scri­vere i decreti dele­gati al ter­mine del per­corso, è cro­naca recente, l’esecutivo ha tran­quil­la­mente igno­rato i pareri delle com­mis­sioni par­la­men­tari. Para­dos­sale dun­que che pro­prio sull’argomento Renzi abbia respinto le cri­ti­che della Cgil dicendo che «le leggi non le fa il sin­da­cato, le fa il parlamento».
E invece il Jobs act l’ha fatto il governo dal prin­ci­pio alla fine, così come fa con i decreti legge che dovreb­bero ser­vire «in casi straor­di­nari di neces­sità e urgenza» e invece sono già a quota 23, vale a dire un paio al mese in un anno di governo, e su mate­rie che vanno dalla finanza locale alla giu­sti­zia alla scuola alle con­ces­sioni auto­stra­dali. Sulle leggi di con­ver­sione dei decreti, poi, viene posta rego­lar­mente la que­stione di fidu­cia. E anche quando l’iniziativa è par­la­men­tare, come nel caso che abbiamo citato della respon­sa­bi­lità civile dei magi­strati, il mini­stro della giu­sti­zia ha pre­sen­tato un maxie­men­da­mento che ha riscritto la legge. Qual­che par­la­men­tare ha timi­da­mente pro­te­stato, la rispo­sta è stata: o lo votate così o fac­ciamo un decreto.
Ma oltre agli stru­menti ci sono le pro­ce­dure. Ha fatto cla­more la deci­sione della pre­si­dente della camera Bol­drini di far scat­tare la cosid­detta ghi­gliot­tina nel dibat­tito sul decreto Imu-Bankitalia nel gen­naio 2014 (erano gli ultimi giorni di Letta a palazzo Chigi). Il sistema per far deca­dere tutti gli emen­da­menti non è pre­vi­sto dal rego­la­mento della camera, ma è stato appli­cato per ana­lo­gia con il rego­la­mento del senato. Pren­den­done però solo un pezzo: è pre­vi­sto per la prima let­tura ed è stato uti­liz­zato per impe­dire la deca­denza del decreto, che invece è un esito del tutto fisio­lo­gico pre­vi­sto dalla Costi­tu­zione. Bol­drini ha suc­ces­si­va­mente detto che non si è pen­tita di quella scelta, ma anche che non la rifarà.

Il trucco di pren­dere dall’altra camera solo un pezzo del rego­la­mento si è poi ripe­tuto a parti inverse, quando il pre­si­dente del senato Grasso ha avuto il pro­blema di supe­rare l’ostruzionismo con­tro la riforma costi­tu­zio­nale. E ha impor­tato il cosid­detto can­guro — che con­sente di sal­tare con un solo voto migliaia di emen­da­menti, ma al senato non è pre­vi­sto — dalle regole della camera, dove però è espli­ci­ta­mente vie­tato per le leggi costi­tu­zio­nali. Per le leggi di revi­sione costi­tu­zio­nale pro­prio la Costi­tu­zione impone di seguire sem­pre «la pro­ce­dura nor­male», invece la discus­sione è stata ogni volta limi­tatta dai tempi con­tin­gen­tati, e nel caso dell’ultimo pas­sag­gio alla camera è stata pre­vi­sta una seduta di Mon­te­ci­to­rio sotto natale al solo scopo di «incar­di­nare» il prov­ve­di­mento per svel­tirne l’esame nel mese suc­ces­sivo. Lo stesso trucco uti­liz­zato per la nuova legge elet­to­rale.
Mal­grado tutto que­sto, la riforma costi­tu­zio­nale fir­mata da Renzi e dalla mini­stra Boschi ha avuto biso­gno di un’ultima spinta a Mon­te­ci­to­rio. E l’ha tro­vata nella seduta fiume, decisa dalla pre­si­dente Bol­drini con­tro la logica che vedrebbe l’utilità di legare i depu­tati ai ban­chi notte e giorno solo per prov­ve­di­menti urgen­tis­simi e sca­denze die­tro l’angolo. In que­sto caso si trat­tava invece delle riforma più deli­cata desti­nata a entrare in vigore tra tre anni e dopo un refe­ren­dum. E infatti alla sera le sedute si sono tran­quil­la­mente inter­rotte, non «chiuse» ma solo «sospese» in modo che le oppo­si­zioni non potes­sero pre­sen­tare nuovi emen­da­menti ostru­zio­ni­stici alla ria­per­tura. E la camera ha mar­ciato al ritmo di palazzo Chigi.

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