mercoledì 25 febbraio 2015

POLITICA I decreti secondo Matteo: servono contro l’opposizione

da il manifesto
POLITICA

I decreti secondo Matteo: servono contro l’opposizione

Governo. Renzi allergico alle minoranze. E la destra frantumata gli dà una mano

Silvio Berlusconi
''Saremo in grado di fare meno decreti se le oppo­si­zioni faranno meno ostru­zio­ni­smo. Fac­ciamo decreti quando ci sono le carat­te­ri­sti­che di neces­sità e urgenza. Se le oppo­si­zioni fanno ostru­zio­ni­smo una o due volte è com­pren­si­bile. Tre volte un po’ di meno». Così Mat­teo Renzi, da Parigi. Il pre­mier finge di rispon­dere a Mau­ri­zio Lan­dini, che gli aveva ricor­dato di non essere mai stato eletto («E’ il Par­la­mento a dare la fidu­cia, come pre­vi­sto dalla Costi­tu­zione»). In realtà quel che gli inte­ressa non è tanto rim­bec­care il lea­der della Fiom quando tro­vare una giu­sti­fi­ca­zione per la pra­tica ormai quasi quo­ti­diana di gover­nare a colpi di decreti e voti di fidu­cia nono­stante il monito del pre­si­dente Ser­gio Mat­ta­rella e nono­stante ciò signi­fi­chi igno­rare del tutto il det­tato costituzionale.
Renzi, tanto per cam­biare, è bugiardo. In realtà pro­cede a colpi di decreti con o senza ostru­zio­ni­smo. Basti ricor­dare, come ha fatto subito la pre­si­dente dei sena­tori di Sel Lore­dana De Petris, gli esempi recenti del mil­le­pro­ro­ghe e dell’Ilva, oppure le nume­rose volte in cui le oppo­si­zioni hanno riti­rato gli emen­da­menti pro­prio per evi­tare il voto di fidu­cia, sem­pre inu­til­mente. In realtà, Renzi ha una con­ce­zione ben pre­cisa della demo­cra­zia e dei rap­porti tra potere ese­cu­tivo e legi­sla­tivo: il primo decide tutto, il secondo con­tro­firma senza disturbare.
In que­sta visione, che va oltre lo stesso pre­si­den­zia­li­smo per­ché non com­porta la crea­zione di ade­guati con­trap­pesi, è ovvio che il Par­la­mento ideale, per il premier-segretario, è quello in cui l’opposizione non c’è. O meglio c’è, ma non va oltre un inof­fen­sivo diritto di tri­buna. E’ il qua­dro in cui si è mosso fino alla rot­tura con Forza Ita­lia, ed è il qua­dro in cui mira a muo­versi di qui alle pros­sime ele­zioni poli­ti­che. Per que­sto la sua opzione pri­vi­le­giata resta quella di un ritorno all’ovile del Ber­lu­sconi scon­fitto.
Anche la situa­zione attuale gli va in realtà bene. Con la destra ridotta a una ex Jugo­sla­via di fazioni in guerra e una sini­stra, soprat­tutto quella interna al Pd, bal­bet­tante e sot­to­messa, può comun­que fare ciò che vuole. Però sconta sem­pre il rischio che le tribù tro­vino un’occasione uni­ta­ria nel momento peg­giore, per esem­pio sulla legge elet­to­rale, modi­fi­can­dola alla camera e impo­nendo un secondo e peri­co­lo­sis­simo pas­sag­gio al Senato. E’ pro­prio que­sta la pro­po­sta pre­cisa che ha fatto Augu­sto Min­zo­lini a Ber­lu­sconi: «Votiamo con la mino­ranza Pd le pre­fe­renze». L’ex cava­liere non ha detto di no.
La ruota però gira a favore del fio­ren­tino. Dalla rot­tura del Naza­reno in poi, per Ber­lu­sconi è stata una giran­dola di scon­fitte. Ieri mat­tina, con parole quasi iden­ti­che, il leghi­sta Mat­teo Sal­vini e l’Ncd Renato Schi­fani lo hanno messo di fronte a un aut aut senza scampo: «Sce­gli: o con gli uni o con gli altri». Pre­ci­sa­mente quel che Sil­vio l’Ecumenico odia fare. Fosse per lui, pre­fe­ri­rebbe di gran lunga il Car­roc­cio, ma in que­sto caso, dato l’aut aut, met­te­rebbe a rischio la già peri­co­lante pre­si­denza della Cam­pa­nia, l’unica in mano agli azzurri.
La guerra scop­piata nella Lega gli rende tutto ancora più dif­fi­cile. Ieri Tosi il ribelle, a un passo dall’uscita dalla Lega, era a Roma. Ha visto cer­ta­mente i ver­tici dell’Ncd, anche se pro­ba­bil­mente non Alfano. Ha preso con­tatto con la for­ma­zione di Cor­rado Pas­sera, Ita­lia unica. Ma soprat­tutto, in gran segreto, ha incon­trato gli stessi azzurri. L’obiettivo è dop­pio: creare un “terzo polo” in tempo per cor­rere in Veneto, ma anche spin­gere Fi a fare blocco con quel (forse) nasci­turo. polo prima in Veneto, poi ovunque.

Gli ammu­ti­nati di Raf­faele Fitto pro­pen­dono per l’alleanza oppo­sta, quella con la Lega di Sal­vini. Ma que­sto per Ber­lu­sconi è un han­di­cap non un incen­tivo. Con una delle mosse poli­ti­ca­mente più biz­zarre della sto­ria, aveva infatti deciso di imboc­care la via da sem­pre indi­cata da Fitto e dai dis­si­denti, rom­pendo però allo stesso tempo pro­prio con quei dis­si­denti. Il para­dosso è che, sca­glian­dosi con­tro Fitto, Ber­lu­sconi ha anzi dato forza pro­prio alla com­po­nente del suo par­tito più pro­pensa a un nuovo appea­se­ment con Renzi.
In que­sta cor­nice di oppo­si­zioni allo sbando, per Renzi al momento è un gioco gover­nare senza osta­coli. A colpi di decreti legge e voti di fidu­cia del tutti ingiustificati.

Nessun commento:

Posta un commento