venerdì 27 febbraio 2015

SFIDA PER LE CHIAVI DELLA DITTA

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SFIDA PER LE CHIAVI DELLA DITTA (Maria Teresa Meli)

Dopo la vittoria alle primarie e quella alle Europee, Renzi vuole vincere anche dentro il partito. Portando via a Bersani e a quelli che guidavano il Pd prima di lui le chiavi della Ditta.
Matteo Renzi si prepara all’ultimo scontro nel Pd. Quello definitivo. In cui toglierà per sempre le chiavi della «Ditta» (insolita espressione con cui gli ex Pci chiamano il partito, qualsiasi esso sia) dalle mani di chi le ha conservate religiosamente, pensando che prima o poi il Pd sarebbe tornato ai «veri» proprietari. Vinte le primarie, vinte le Europee, al premier manca solo un ultimo importantissimo tassello per mandare in porto i provvedimenti all’esame del Parlamento, i suoi progetti futuri e continuare la navigazione fino al 2018. Per questa ragione ha deciso che a maggio riorganizzerà i gruppi parlamentari e le commissioni. Perché è proprio alla Camera e al Senato che i parlamentari bersaniani, eletti grazie al Porcellum dall’allora segretario, gli danno del filo da torcere.
Come è noto, a metà legislatura, vengono votati nuovamente, per deciderne la riconferma o meno, i presidenti delle Commissioni e i capigruppo. Ebbene, il disegno di Renzi è proprio quello di agire su questo piano. Cambiando alcuni esponenti della minoranza interna che occupano dei posti chiave: «Del resto, ho vinto le primarie con il 68 per cento». Ed è questo il motivo per cui la minoranza è entrata in ebollizione. Ufficialmente, l’oggetto del contendere è il Jobs act o la troppo frettolosa convocazione per oggi dei parlamentari. In realtà l’opposizione interna ha capito che il leader sta giocando la sua ultima vera battaglia. Ecco perché Bersani annuncia all’Avvenire che non andrà a quell’appuntamento: «Non ci sto a fare il figurante». E ancora: «Il Jobs act si pone fuori dell’ordinamento costituzionale». Infine: «Non voterò mai la legge elettorale».
Peccato che non siano questi i veri terreni di scontro. Ma è solo l’ultima rendita di posizione rimasta alla «Ditta» che viene difesa. In modo molto agguerrito. Basta sentire Nico Stumpo: «Se uno decide di fare il Califfo, poi deve essere pronto a a vedersi rispondere con le armi del califfato». Una vera e propria dichiarazione di guerra, di quelle pesanti, alla quale aderiscono tutti quelli che oggi non parteciperanno alla riunione, da Cuperlo a Zoggia. «Non è un problema se non vengono», è la reazione a botta calda di Renzi, che resta però «sconcertato » per le «pesantissime dichiarazioni» di Bersani. E ai suoi dice: «È chiaro che questi vogliono lo scontro, ma se pensano che io abbia paura, si sbagliano di grosso».
Il clima è incandescente anche perché la sera prima c’è stato il battesimo di «Spazio democratico», la «non corrente » dei renziani che non fanno parte del cosiddetto «giglio magico», organizzata da Richetti e Rughetti. Sono i renziani dialoganti, quelli che stanno attirando pezzi della minoranza. All’iniziativa presenziavano anche Delrio, Guerini e Lotti. Come a dire che c’era il bollo ufficiale del «capo».
La qual cosa ha innervosito vieppiù la minoranza interna. «Stanno capendo che ci stiamo muovendo per portargli via un po’ di gente in vista di una migliore articolazione della vita del gruppo parlamentare della Camera», spiega un esponente di «Spazio democratico». E questo allora spiega anche lo Speranza che da mite diventa duro. Anche lui, come Bersani, non si sta battendo per il Jobs act ma per le posizioni che la «Ditta» rischia di perdere, inclusa quella del capogruppo.

A sera, quando Renzi si è calmato — e non dice più: «Ma questi invece di ringraziarmi per averli portati al 41 per cento hanno la faccia tosta di attaccarmi» — arriva una dichiarazione più meditata: «Non capisco la polemica per la riunione di domani (oggi per chi legge ndr). È un momento di confronto perché nessuno vuole ricominciare con i caminetti ristretti vecchia maniera. Perciò stupisce chi gioca la carta della polemica interna. Il nostro popolo non se la merita. E abbiamo tante, troppe cose da fare: non possiamo sprecare nemmeno un minuto in polemiche sterili. Mettiamoci al lavoro per ridare speranza all’Italia».

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