venerdì 27 febbraio 2015

SOLDI AI PARTITI, IL PAPOCCHIO DELLA LEGGE: MANCA IL DECRETO

SOLDI AI PARTITI, IL PAPOCCHIO DELLA LEGGE: MANCA IL DECRETO (Marco Palombi).

Boschi
NON C’È IL TESTO ATTUATIVO E NEMMENO LA COMMISSIONE PER APPLICARLO.
Più si approfondisce l’argomento, più viene voglia di dargli ragione a questi poveri tesorieri: queste norme che regolano le donazioni liberali ai partiti sono un papocchio indescrivibile. È normale che non si capisca niente e la trasparenza resti solo un pio desiderio. Manca la “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici”: i cinque giudici che la compongono si sono dimessi a ottobre e quelli nuovi ancora non sono entrati in carica. Manca pure, nonostante la legge approvata a febbraio 2014 lo prevedesse entro due mesi, un decreto attuativo delegato al ministero dell’Economia: doveva individuare “le modalità per garantire la tracciabilità delle operazioni e l’identificazione” dei donatori.  
ALTRA QUESTIONE. La norma promette trasparenza e pubblicazione online di tutto e di più, però la preferenza (anche economica) per questo o quel partito sono una tipica informazione sensibile: la privacy del donatore, insomma, è protetta dalla legge, quindi la pubblicazione del nome va autorizzata e non tutti vogliono pubblicità.   Forse è per questo che, riguardo alle cene di autofinanziamento del Pd, il tesoriere Francesco Bonifazi ha potuto consegnare solo una quindicina di autocertificazioni su oltre 1.500 persone che si sono sedute ai tavoli a Roma e a Milano a inizio novembre: otto, peraltro, sono anonimi. Poco male: la Commissione Trasparenza non li ha comunque registrati perché non è insediata e gli uffici della Camera neppure perché sono autocertificazioni e non dichiarazioni congiunte (firmate, cioè, pure dal donatore). Eppure la legge prevede “l’autocertificazione” fino alla bellezza di 100 mila di contributi l’anno. Peccato che, come detto, manchi il decreto attuativo che doveva scrivere il ministero del Tesoro. In tutte queste assenze, insomma, è impossibile capire cosa prescriva una legge scritta malissimo e qual è la corretta interpretazione: si potrebbe chiedere alla Commissione, se esistesse…   C’è una faccenda, per dire, che risulta davvero strana. L’articolo 5 comma 3 della legge sul finanziamento ai partiti del 2014 deroga sotto i 100mila euro di donazione annua al seguente principio (stabilito da una legge del 1981): finanziatore e partito, entro tre mesi dal passaggio di denaro, “sono tenuti a farne dichiarazione congiunta , sottoscrivendo un unico documento, depositato presso la Camera dei deputati” (per la campagna elettorale basta un’autocertificazione, derogata pure quella). Tutto bene? Mica tanto. Perché poi la legge del 2014 dice che sopra i cinquemila euro “i rappresentanti legali dei partiti beneficiari delle erogazioni sono tenuti a trasmettere alla Camera l’elenco dei soggetti che hanno erogato finanziamenti o contributi di importo superiore, nell’anno, a euro 5.000”. Tempistica? Entro tre mesi. Senza deroghe.   INSOMMA, si deroga o no? La domanda non è oziosa perché nel secondo caso il tesoriere del Pd Bonifazi sarebbe parecchio in ritardo coi suoi obblighi di legge (a non dire delle promesse sulla trasparenza fatte da Matteo Renzi quando diceva che avrebbe messo tutto online in poche ore). Le cene di autofinanziamento del Pd infatti   - quelle in cui il premier è stato presentato in ostensione agli affluenti invitati democratici da mille euro a coperto – sono avvenute entrambe a inizio novembre: i tre mesi sono scaduti da un pezzo.   Così fosse, per Bonifazi sarebbe una brutta notizia. La pena le stabilisce la legge dell’81: una “multa da due a sei volte l’ammontare non dichiarato” più “la pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici”. A meno che, anche qui, non valga quel comma che si rifà al contributo annuo o sposta l’obbligo di trasparenza “entro il mese di marzo dell’anno successivo”. È evidente: vogliono prenderci per fatica.
Da Il Fatto Quotidiano del 27/02/2015.

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