giovedì 26 febbraio 2015

UN UNICO NETWORK TV, IL SOGNO PIÙ ANTICO DI B.

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UN UNICO NETWORK TV, IL SOGNO PIÙ ANTICO DI B. (Meletti e Tecce)

GLI ANALISTI, A SETTEMBRE, AVEVANO GIÀ PREVISTO IL TENTATIVO DI FUSIONE. NEGLI ALTRI PAESI CIVILI È VIETATO IL MONOPOLIO ASSOLUTO SULLE TRASMISSIONI.
L’obiettivo di Mediaset è di fondere il suo network di 2.300 tralicci distribuiti su tutto il territorio nazionale con quello della Rai, esattamente lo stesso numero di antenne, ma meglio distribuite e tecnologicamente più aggiornate. Ne nascerebbe un monopolio totale dei sistemi di trasmissione televisiva in Italia. Trattandosi di un mercato libero, il monopolio nelle mani di una società televisiva, cioè di uno dei concorrenti che devono convivere sulla stessa rete, è impensabile in termini di antitrust. È come se un’unica società si comprasse tutti i supermercati italiani promettendo che comunque tutti potranno andare lì a fare la spesa e saranno praticati gli stessi prezzi di vendita a tutti i clienti e di acquisto a tutti i fornitori. Non c’è autorità antitrust al mondo che consentirebbe un’operazione del genere.
È vero che una società unica delle reti televisive consentirebbe razionalizzazioni e contenimento dei costi. Ma avrebbe senso seguendo il modello Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale: è terza rispetto ai produttori di elettricità in competizione, e le sue tariffe e i suoi rapporti con la clientela sono iper regolati dall’Authority per l’energia. Già diverso è il caso di Telecom Italia e delle Ferrovie dello Stato. Gestiscono la rete di tutti, per cui i concorrenti di Telecom devono affittare da Telecom la sua rete e i concorrenti di Trenitalia devono pagare a Fs il pedaggio sui binari.
Nonostante il rapporto dei due giganti con i loro competitor sia controllato e regolato in modo minuzioso dalle due autorità delle comunicazioni e dei trasporti, da anni i concorrenti chiedono a gran voce la separazione netta, in società diverse, tra i servizi telefonici di Telecom e Tim e la loro rete, così come il divorzio tra Trenitalia e la rete Rfi. I monopolisti della rete difendono il loro privilegio sostenendo che porta efficienza al sistema. In termini industriali la cosa non è priva di senso. Nel mondo però esistono network di antenne televisivi unici, ma mai sono nella mani di una della tv che si contendono ascolti e pubblicità.
Eppure già nello scorso mese di settembre gli analisti della finanziaria Equita distribuirono un report in cui davano la fusione tra Ei Towers e Rai Way probabile al 50 per cento dopo la decisione della Rai di quotare in Borsa la sua società delle antenne, operazione propedeutica all’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata ieri da Mediaset. “Pensiamo che la quotazione – si leggeva nel documento di Equita – possa rendere più visibile e più concreta un’opportunità di consolidamento del settore delle torri broadcast. L’integrazione di Ei Towers e Rai Way, a nostro avviso, sarebbe infatti in grado di generare elevate efficienze, ipotizziamo dell’ordine di circa 80 milioni di euro, e tali da portare a una creazione di valore per Ei Towers dell’ordine del 20 per cento dell’attuale capitalizzazione di mercato”.
Parole profetiche. Al momento della quotazione in Borsa di Rai Way, il 19 novembre scorso, l’azione di Ei Towers valeva attorno ai 40 euro. Ieri, dopo l’annuncio dell’Opa su Raiway ha chiuso a 48: effettivamente il valore è cresciuto del 20 per cento. Nello stesso tempo il titolo di Rai Way, collocato al pubblico a 2,95 euro, ieri ha chiuso in rialzo del 9,5 per cento a 4,05 euro: nello stesso periodo è cresciuto del 37 per cento, performance sorprendente per una società con un solo cliente legato da contratti pluriennali, quindi con un business tranquillo, stabile. È plausibile che il mercato finanziario abbia individuato fin da subito in Rai Way una preda: come sempre la Borsa ne sa più di tutti.

Da anni il Biscione sogna di conquistare il pieno controllo dell’etere. Già nel 2011 è riuscita a farsi approvare da un’Autorità Antitrust di manica larga (ne era presidente Antonio Catricalà, molto vicino a Gianni Letta, poi Giovanni Pitruzzella ratificò la pratica) la fusione tra la sua Elettronica Industriale e la Dmt del suo ex manager Alessandro Falciai. Quell’operazione, da cui è nata l’attuale Ei Towers, ha già dato a Mediaset una posizione di dominio del mercato. Bisogna considerare infatti che mentre Rai Way lavora quasi esclusivamente per le reti televisive Rai, dalle quali ottiene l’87 per cento dei suoi ricavi, Ei Towers non diffonde solo il segnale dei canali Mediaset ma anche quello di moltissime tv private nazionali e regionali. L’esempio più interessante è quello di La7: la tv venduta da Telecom Italia all’ex uomo Mediaset Urbano Cairo dispone di circa 800 trasmettitori per “illuminare” il territorio italiano. Ma solo poche decine sono quelle rimaste a Telecom Italia al momento della vendita di La7, le altre 700 e oltre sono di Ei Towers, e Cairo deve pagare regolare affitto al gruppo Mediaset.

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