mercoledì 11 marzo 2015

All’industria italiana servirebbe un Eisenhower

da il manifesto
ECONOMIA

All’industria italiana servirebbe un Eisenhower

Sviluppo economico. Basta incentivi, serve una politica seria e cosciente in cui il governo dia la rotta
La sede Fca a Torino
L' industria torna a fare noti­zia. Il governo vende pezzi di Fin­mec­ca­nica e azioni Enel, e Media­set vuole com­prarsi Rai­way. La Fiat annun­cia assun­zioni e Renzi è «gasa­tis­simo» dalla sua visita alla Fiat a Torino. Ma stiamo attenti agli errori di prospettiva.
Sulla situa­zione della Fiat – ora Fca – e dell’industria ita­liana c’è poco di cui ral­le­grarsi. L’investimento più impor­tante della Fca ora è una nuova fab­brica a ele­vata auto­ma­zione in Bra­sile e le nuove (poche) assun­zioni in Ita­lia arri­vano dopo un ridi­men­sio­na­mento dram­ma­tico di pro­du­zione e occupazione.
Quanto all’Italia, la pro­du­zione indu­striale è oggi di quasi il 25% infe­riore ai livelli pre-crisi del 2008, men­tre la Ger­ma­nia ha recu­pe­rato pie­na­mente i livelli pro­dut­tivi precedenti.
Quello che il governo dovrebbe fare in una situa­zione come que­sta non è ven­dere altri «gio­ielli di fami­glia» ma tor­nare a fare poli­ti­che indu­striali e tec­no­lo­gi­che. Lo sap­piamo, è da trent’anni che non se ne può par­lare: sem­brano brutte parole per la gente per bene, inclusa la sini­stra mode­rata e rifor­mi­sta, e non solo in Ita­lia. Adesso si sta ritor­nando a par­larne, ma in maniera timida e incompleta.
Si tratta di inter­venti che vanno dalle poli­ti­che tec­no­lo­gi­che – che favo­ri­scono l’accumulazione di com­pe­tenze nelle imprese, e di cono­scenze nel set­tore pub­blico – fino agli inter­venti sulla strut­tura stessa dell’industria, aziende pub­bli­che incluse. Il libro di Mariana Maz­zu­cato, Lo stato inno­va­tore (Laterza, 2014) rap­pre­senta un’ottima ana­lisi del ruolo cen­trale che lo Stato ha avuto nella gene­ra­zione della mag­gior parte delle nuove tec­no­lo­gie: Inter­net, il web, il micro­pro­ces­sore, l’iPad e così via.
Allo stesso modo, la mag­gior parte dei far­maci inno­va­tivi che Big Pharma vende a caris­simo prezzo fu sco­perta ini­zial­mente nei labo­ra­tori pub­blici del Natio­nal Insti­tute of Health. Le poli­ti­che più effi­caci ten­dono a essere quelle dette «mis­sion orien­ted», quelle in cui il governo dice alle imprese: «Vor­rei che tu facessi que­sto pro­dotto con que­ste spe­ci­fi­che tec­no­lo­gi­che e ti pago per farlo», sia esso un mis­sile o una tera­pia anticancro.
Oggi, ragio­ne­vol­mente, le mis­sion dovreb­bero riguar­dare la sanità e l’ambiente, innanzitutto.
Que­sto è diverso dal for­nire incen­tivi: gli incen­tivi sono più costosi e meno effi­caci, per­ché è come dire alle imprese pri­vate: «Tu sai cosa fare, però non lo fai per­ché non ti rende abba­stanza, allora ti do io i soldi per farla». L’esperienza però dimo­stra che gli incen­tivi al mar­gine non fun­zio­nano: in Europa, per esem­pio, negli anni Ses­santa e Set­tanta i governi hanno sus­si­diato mas­sic­cia­mente l’industria dell’elettronica, con scar­sis­simi risultati.
I semi­con­dut­tori sono un ottimo esem­pio: è un set­tore che in Europa è domi­nato da un’unica grande impresa, la STMi­croe­lec­tro­nics, che viene dalle par­te­ci­pa­zioni sta­tali ita­liane e fran­cesi. Idem per l’aeronautica com­mer­ciale: se non fos­sero inter­ve­nuti gli Stati euro­pei oggi non avremmo Air­bus, e l’industria euro­pea dei grandi vet­tori com­mer­ciali non esi­ste­rebbe. A veder bene, sco­priamo così che le poli­ti­che indu­striali ci sono sem­pre state: ieri erano dirette all’elettromeccanica e alla chi­mica, oggi sono rivolte alle tec­no­lo­gie dell’informazione, nano­tec­no­lo­gie e bio­in­ge­gne­ria. E sco­priamo che uno dei paesi che oggi le pra­tica di più (senza par­larne) sono pro­prio gli Stati Uniti, in vio­la­zione di tutti i dogmi sull’efficienza dei mer­cati che sanno «fare da soli».
In Ita­lia invece, anche prima del libe­ri­smo sel­vag­gio, molte delle poli­ti­che sono state anti-industriali: dal rifiuto da parte del governo di appog­giare l’Olivetti all’inizio degli anni Ses­santa – pro­ba­bil­mente sotto pres­sione ame­ri­cana – alla finan­zia­riz­za­zione della Mon­te­ca­tini, dalla distru­zione della Mon­te­di­son, alla liqui­da­zione dell’Iri, fatta in un giorno sullo yacht Bri­tan­nia nel set­tem­bre del 1993 per avere «pochi soldi, male­detti e subito», distrug­gendo un patri­mo­nio tec­no­lo­gico notevolissimo.
Il risul­tato gene­rale è stato un abbas­sa­mento della già poca ricerca che si faceva in Ita­lia. Tele­com è un ottimo esem­pio: una delle prime cose che hanno fatto i pri­vati è stato chiu­dere il set­tore ricerca e svi­luppo. Per cui oggi in Ita­lia ad avere labo­ra­tori di ricerca e svi­luppo sono rima­ste poche grandi imprese, come Fin­mec­ca­nica (che con­ti­nua ad essere una par­te­ci­pata dello stato) e Stm. Negli ultimi quarant’anni siamo riu­sciti a ridurre quasi a zero la par­te­ci­pa­zione ita­liana all’oligopolio inter­na­zio­nale in tutti i set­tori industriali.
Per inver­tire la rotta è neces­sa­rio un inter­vento diretto, attivo e cosciente dello stato, e uno stru­mento pos­si­bile sarebbe l’intervento della Cassa Depo­siti e Pre­stiti. La que­stione della ricerca è fon­da­men­tale e lì biso­gne­rebbe dis­si­pare un equi­voco. Si dice: «Noi siamo forti nella ricerca di base e siamo forti nell’industria, ma non siamo bravi a fare i ponti tra l’una e l’altra». I dati però dicono che rispetto agli Stati Uniti siamo rela­ti­va­mente deboli sia sul fronte della ricerca che su quello dell’industria, soprat­tutto nelle nuove tecnologie.
Per que­sto dob­biamo innan­zi­tutto raf­for­zare le due sponde prima di met­terci a «fare i ponti» tra di esse. Invece la filo­so­fia della Com­mis­sione euro­pea è quella di «fare l’ammucchiata» tra scien­ziati e imprese.
Ma come le finan­ziamo le mis­sion e più in gene­rale le poli­ti­che indu­striali? In parte razio­na­liz­zando l’uso delle risorse: l’unica mis­sion che finan­ziamo al momento è l’acquisto dei cac­cia ame­ri­cani F-35, un fal­li­mento tec­no­lo­gico e mili­tare che lo stesso Pen­ta­gono non vuole ma per il quale con­ti­nuiamo a tra­sfe­rire fondi agli Usa senza nes­suna rica­duta tec­no­lo­gica per noi. Dun­que, se pro­prio vogliamo costruire cac­cia­bom­bar­dieri invece che asili, che almeno si pri­vi­legi l’Eurofighter europeo.
Ma le razio­na­liz­za­zioni non bastano; biso­gna anche essere pronti a fare spesa in defi­cit. Il fetic­cio del 3% nel rap­porto deficit-Pil è una follia.
Si dice: per favo­rire gli inve­sti­menti pri­vati biso­gna fare le cosid­dette «riforme strut­tu­rali». Biso­gna allora farsi una domanda: la man­canza di inve­sti­menti dipende:
1.      dai costi troppo alti;
2.    da bassi pro­fitti o alte tasse;
3.    dalla man­canza di domanda?
La rispo­sta è la terza: la man­canza di domanda.
Nella mia intera espe­rienza di eco­no­mi­sta non ho mai incon­trato un impren­di­tore che dica: «Io fac­cio dei cal­coli al mar­gine e inve­sto o non inve­sto a seconda del costo mar­gi­nale del lavoro». Nean­che uno. Per quanto riguarda il pro­fitto e le tasse, non c’è nes­suna evi­denza che ci sia una rela­zione tra pro­fitti e investimenti.
Sta­ti­sti­ca­mente le imprese che fanno più pro­fitti non cre­scono di più; que­sto vuole dire che non è vero che tas­sando i pro­fitti riduci gli investimenti.

Quando parlo di que­ste cose negli Stati Uniti mi diverto a scon­vol­gere la pla­tea ricor­dan­do­gli che hanno avuto un pre­si­dente «comu­ni­sta»: il gene­rale Dwight Eise­n­ho­wer, repub­bli­cano, che negli anni Cin­quanta, il periodo di mag­giore cre­scita di tutta la sto­ria degli Stati Uniti, ha impo­sto la tas­sa­zione mar­gi­nale sui red­diti dei più ric­chi al 92% e quella sui pro­fitti al 60%. Baste­rebbe tor­nare oggi alle sue politiche.

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