mercoledì 11 marzo 2015

Anatomia di un premier, a futura memoria

da il manifesto
EDITORIALE

Anatomia di un premier, a futura memoria


 Chiudo l’ultimo numero de L’Espresso, dopo aver letto la chi­lo­me­trica inter­vi­sta al futuro Sin­daco d’Italia («Per il governo io ho in testa il modello di una giunta che fun­ziona con un forte potere di indi­rizzo del sin­daco»). E riprendo in mano il romanzo che mi tiene com­pa­gnia in que­sti giorni. Eccone alcuni brani.
Il nostro poli­tico «non è un uomo eti­ca­mente irre­pren­si­bile, né ha motivo per esserlo»; nella sua indole con­vi­vono virtù e difetti, «ma le prime come i secondi hanno per lui iden­tica natura e sostanza». Elenco di virtù: «l’intelligenza innata, il corag­gio, la sere­nità, il cari­sma, l’astuzia, la resi­stenza, l’istinto sano, la capa­cità di con­ci­liare l’inconciliabile». Elenco di difetti: «l’impulsività, la costante inquie­tu­dine, la man­canza di scru­poli, il talento per l’inganno, la vol­ga­rità o la man­canza di raf­fi­na­tezza nelle idee e nei gusti». Su tutto, «l’ambizione, che per un poli­tico non è una qua­lità — una virtù o un difetto — bensì una sem­plice premessa».
Pro­se­guo nella let­tura. «Una volta nomi­nato pre­si­dente comin­ciò a sfer­rare una serie di colpi a effetto con tale rapi­dità e sicu­rezza in se stesso che nes­suno trovò motivi validi, risorse o corag­gio per fre­narlo». Era que­sto il suo modo di pro­ce­dere: «pren­deva una deci­sione ina­spet­tata e, quando il Paese stava ancora cer­cando di assi­mi­larla, ne pren­deva un’altra ancor più ina­spet­tata, e poi un’altra, e così via; improv­vi­sava costan­te­mente; impo­neva un’accelerazione agli eventi, ma si lasciava anche tra­sci­nare dagli eventi; non dava il tempo di rea­gire, né di ordire qual­cosa con­tro di lui, né di avver­tire la discre­panza tra ciò che faceva e ciò che diceva, nep­pure il tempo di stu­pirsi: l’unica cosa che pote­vano fare i suoi avver­sari era restare in sospeso, ten­tare di capire quello che faceva e cer­care di non per­dere il passo».
Il poli­tico puro deve sapere, fare, saper fare e — soprat­tutto — far sapere: «se in tele­vi­sione fu quasi sem­pre imbat­ti­bile, per­ché domi­nava quel mezzo meglio di qual­siasi altro poli­tico, nel fac­cia a fac­cia lo era anche di più». Da lui «tutti ascol­ta­vano quello che ave­vano biso­gno di ascol­tare e tutti usci­vano da que­gli incon­tri irre­titi dalla sua bono­mia, serietà e ricet­ti­vità, dalle sue eccel­lenti inten­zioni e dalla volontà di tra­mu­tarle in fatti con­creti». Dis­si­mu­lando, «ingan­nava il pros­simo con tale sin­ce­rità che nep­pure lui si ren­deva conto di ingan­nare».
Scatta così un accu­mulo nar­ci­si­stico che si autoa­li­menta: «esul­tante, navi­gava sulla cre­sta dell’onda dello tsu­nami dei suoi suc­cessi», lan­cian­dosi in «imprese epi­che capaci di spro­nare la sua imma­gi­na­zione e cen­tu­pli­care il suo talento come nel primo anno di pre­si­denza, gesti di corag­gio che esi­ge­vano stra­ta­gemmi giu­ri­dici, numeri di magia mai visti, falsi duelli con­tro falsi nemici, incon­tri segreti, sce­nari da pala­dino solo con il suo scu­diero di fronte al peri­colo». E poi­ché «i suoi trionfi gli ave­vano con­fe­rito un’assoluta fidu­cia in se stesso», pensò che era ora di pren­dere la deci­sione più azzar­data: «ela­bo­rare una nuova Legge fon­da­men­tale, che si aggiun­gesse alle altre, modi­fi­can­dole in appa­renza anche se nel con­creto le dero­gava o auto­riz­zava a dero­garle», il che avrebbe per­messo di tra­sfor­mare l’ordinamento costi­tu­zio­nale «rispet­tan­done i pro­ce­di­menti giuridici».
Era «un’intuizione bril­lante, che però doveva essere appro­vata» dalle Camere, «in un inau­dito pro­cesso di immo­la­zione col­let­tiva». La sua messa in pra­tica fu ver­ti­gi­nosa: «dopo giorni con­se­cu­tivi di dibat­titi e supe­rando vari momenti nei quali tutto sem­brava dover andare all’aria», il Par­la­mento approvò la riforma, e «le tele­ca­mere ripre­sero il momento, per poi tra­smet­terlo innu­me­re­voli volte». «Fu un tocco di magia spet­ta­co­lare, e il mag­gior suc­cesso della sua vita. Pochi giorni dopo, senza con­ce­dersi un istante di tre­gua per non dare agli avver­sari il tempo di ripren­dersi dallo stu­pore, indi­ceva un refe­ren­dum sulla legge appena appro­vata», vin­cen­dolo alla grande.
Giunto a quel punto, «tutto era ormai pre­di­spo­sto per indire le ele­zioni e vin­cerle capi­ta­liz­zando il suc­cesso delle sue riforme. Infatti le con­vocò e le vinse, e già che c’era eli­minò gli ultimi rivali». Il suc­cesso elet­to­rale fu tale che «forse pensò che a vin­cere era stato lui», non il suo par­tito, il quale «senza di lui non sarebbe stato quello che era». Comin­ciò a pen­sare anche altre cose: «forse pen­sava che il par­tito era lui, che il governo era lui, che la demo­cra­zia era lui. Forse pen­sava che avrebbe gover­nato per decenni»: «in fin dei conti, pen­sava, un vero sta­ti­sta non governa per una parte, ma per tutti».

Chiudo il libro. E’ un romanzo su un evento ormai lon­tano della sto­ria par­la­men­tare spa­gnola (Javier Cer­cas, Ana­to­mia di un istante, Guanda, 2012, pp. 334–335 e 360–372). Eppure mi ritrovo tra le mani pagine molto attuali e molto ita­liane, che descri­vono – con rara pre­ci­sione — una tra­iet­to­ria pos­si­bile se non pro­ba­bile, vero­si­mile se non vera. Una let­tura da con­di­vi­dere, a futura memoria.

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