martedì 31 marzo 2015

Assunzioni, balletto di numeri rinviato il giudizio sulle riforme

da repubblica.it

[LAVORO]

Assunzioni, balletto di numeri rinviato il giudizio sulle riforme

Walter Galbiati
Senza lavoro, non c’è ripresa. E senza ripresa, non c’è lavoro. È uno dei tanti circoli viziosi su cui dibattono gli economisti in tempi di crisi e durante i quali le imprese hanno buon gioco a erodere i diritti dei lavoratori. Sono nati in questo scenario il Jobs Act e l’ultima legge di Stabilità del governo Renzi. La prima ha depotenziato l’articolo 18, la seconda ha abolito i contributi Inps per i primi tre anni a favore dei neoassunti, con un costo per lo Stato di circa 15 miliardi di euro. I loro effetti dovranno mostrare di aver invertito il trend di un Paese come l’Italia, con oltre 3,2 milioni di disoccupati e quattro under 25 su dieci che non lavorano. Altrimenti le lacrime dei lavoratori e i sacrifici dei contribuenti non saranno serviti a nulla. Il primo a dare qualche segnale di ripresa è stato il nuovo presidente Inps voluto dal governo Renzi, Tito Boeri. «I primi dati che abbiamo sono incoraggianti: nei primi 20 giorni, ossia dall’1 al 20 febbraio, 76mila imprese hanno fatto richiesta», ha detto Boeri, spiegando che ogni fine mese l’istituto fornirà sistematicamente gli aggiornamenti, compresi «i numeri con la comparazione sulle imprese e le assunzioni fatte negli anni precedenti». Il riferimento è alla possibilità di non versare i contributi previdenziali (fino a un tetto di 8.060 euro) per tre anni, per le assunzioni a tempo indeterminato avvenute nel corso del 2015, introdotta con la legge di Stabilità.

Lo stesso provvedimento ha stabilito la deducibilità integrale, dal calcolo della base imponibile Irap, della componente del costo del lavoro per tutti i lavoratori alle proprie dipendenze assunti con un contratto stabile. Dalla decontribuzione, invece, sono esclusi premi e contributi Inail. Il presidente dell’Inps ha anche aggiunto che le persone coinvolte dalle assunzioni potrebbero essere molte di più di quelle 76mila richieste arrivate. Secondo i calcoli della Fondazione dei consulenti del Lavoro, ad esempio, nei primi due mesi del 2015 le persone assunte a tempo indeterminato con gli sgravi contributivi sono state 275.000 e nell’80% dei casi hanno riguardato la stabilizzazione di un rapporto di lavoro precario. «La decontribuzione triennale per i nuovi assunti a tempo indeterminato e le misure del Jobs Act daranno luogo, come riportato nella Relazione tecnica alla Legge di Stabilità del 2015, a un milione di nuovi contratti incentivati», ha dichiarato il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che ha analizzato gli effetti delle misure introdotte in questi ultimi mesi in materia di lavoro.

Dal 7 marzo, il Jobs Act dovrebbe indurre le imprese a trasformare i contratti a progetto con quelli a tempo indeterminato, ma con tutele crescenti, un mix di misure che, tuttavia, secondo la Cgia, non necessariamente si tradurrà in un aumento di un milione di posti di lavoro. Infatti, è molto probabile che una buona parte di questi contratti incentivati sia il risultato della trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato. «Al lordo degli effetti fiscali — prosegue Bortolussi — la decontribuzione totale Inps in capo alle imprese dovrebbe costare alle casse dello Stato 1,86 miliardi di euro nel 2015, 4,88 miliardi nel 2016 e oltre 5 miliardi nel 2017. L’operazione, ovviamente, avrà una coda anche nel 2018, pari a 2,9 miliardi di euro. Complessivamente, il costo per i nostri conti pubblici dovrebbe essere di circa 15 miliardi di euro». Che le nuove regole difficilmente genereranno nuovi posti di lavoro, ma al più consolideranno i precari lo pensa anche la società di selezione del personale Manpower che in una indagine sulle previsioni di occupazione parla di timidi segnali di miglioramento per i prossimi tre mesi, rispetto al trimestre appena trascorso e di prospettive di assunzione che invece non sono cambiate rispetto allo scorso anno. Su un campione di mille datori di lavoro italiani, appena il 6% intende aumentare il proprio organico tra aprile e giugno, mentre un 10% prevede addirittura un calo nelle assunzioni.

La maggior parte, ben otto intervistati su dieci (83%), assicura che non vi sarà alcuna variazione. E così a seguito degli aggiustamenti stagionali, in Italia ci sarà addirittura un calo dell’occupazione intorno al 6% nel prossimo trimestre (previsione netta). Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, i datori di lavoro hanno comunque piani di assunzione più forti. Vanno in questa direzione i proclami di due delle più grandi aziende che operano sul territorio italiano, Fca e Telecom Italia. L’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, ha assicurato millecinquecento occupati in più rispetto all’organico al lavoro oggi a Melfi, lo stabilimento dove si producono Jeep Renegade e 500X. Dei 1.500 posti aggiuntivi, 1.000 saranno nuove assunzioni, e avverranno entro i prossimi tre mesi. Si tratta di mille contratti interinali, diventati contratti a tutele crescenti con il Jobs Act. A spingere le assunzioni, però, più che il Jobs Act è stato soprattutto il successo di mercato della piccola Jeep e dell’andamento degli ordini della nuova nata in casa 500.

Telecom ha affrontato il tema assunzioni durante la presentazione del piano strategico 2015-2017 ai sindacati. «Con il nuovo piano industriale, torneremo ad assumere dopo sette anni. Abbiamo, infatti, la necessità di rafforzare l’organico introducendo in azienda nuove professionalità con giovani tecnici e laureati tra i 20 e i 30 anni. Assumeremo fino a 4.000 persone nell’arco di 3-4 anni utilizzando i nuovi strumenti normativi che il governo sta mettendo a punto», ha spiegato l’amministratore delegato, Marco Patuano. Restano i nodi interni da sciogliere con i sindacati sull’attuale solidarietà “difensiva”, che terminerà la sua vigenza a fine aprile.

LEGGI ANCHE

[I DATI]

A marzo balzo degli indici economici

Le imprese di Eurolandia hanno accelerato il passo ai massimi da 4 anni a questa parte. I risultati delle indagini tra i responsabili degli approvvigionamenti si sono rivelati anche più solidi del previsto: a marzo il Purchasing manager index (Pmi) è infatti salito a 54,1 punti, dai 53,3 di febbraio, segnando il massimo da 46 mesi (dal maggio del 2011).

La stima preliminare è stata comunicata dalla società di ricerche Markit economics, secondo cui anche l’occupazione ha segnato una forte spinta, con il maggiore incremento fin dall’agosto del 2011. In questa indagine i 50 punti rappresentano il limite tra crescita e contrazione dell’attività.

Nessun commento:

Posta un commento