mercoledì 11 marzo 2015

Azzurri allo sbando, Brunetta a rischio, alla Camera la fronda è maggioranza

Azzurri allo sbando, Brunetta a rischio, alla Camera la fronda è maggioranza (CARMELO LOPAPA).

DeputateIl partito di Berlusconi diviso in tre
In Transatlantico si riuniscono in capannelli: i fittiani, i verdiniani e i pretoriani del leader Santanchè: “Sulle riforme la linea deve cambiare”. Abrignani: “Il capogruppo va eletto”.
ROMA  – Vagano in Transatlantico come anime nel purgatorio, li distingui solo per capannelli. I fittiani da una parte, i 17 tra verdiniani e non solo che firmano a sorpresa il documento dello “strappo”, dall’altra, i pretoriani del leader a tentare invano di tenere insieme tutti. Camera dei Deputati, mezzogiorno di caos in Forza Italia.
Loro qui, in pena, Silvio Berlusconi, peggio di loro, blindato ad Arcore in attesa della sentenza di Cassazione. Avrebbe voglia di parlare solo coi suoi avvocati alla Corte, accantonare le sorti della riforma costituzionale. Ma non può. Nel pomeriggio sarà costretto a intervenire, perfino con una nota, per difendere il capogruppo Renato Brunetta.
Scelta obbligata, quella. «Presidente, di fatto mi vogliono sfiduciare, o tu intervieni in mia difesa, anche perché ho difeso le tue posizioni in aula, oppure io mi dimetto, lascio», sembra sia stata la richiesta assai schietta. L’ex Cavaliere aveva impiegato ore per chiamare uno per uno i 17 pronti a rompere. I 5-6, più vicini a Verdini, addirittura intenzionati a votare a favore della riforma costituzionale. Gli altri, dalla Santanché alla Gelmini, dalla Prestigiacomo alla Ravetto, incerti tra astensione e diserzione del voto. Ai 17 nel frattempo si affianca Paolo Russo, rimasto a casa perché malato, «ma ho scritto al presidente una lettera personale per dire che avrei votato ma solo per la stima nei suoi confronti ». E a casa vorrebbero tutti mandarci Brunetta, è lui nel mirino, ed eleggere un nuovo capogruppo: Elio Vito, oppure Mara Carfagna. Anche perché i 18, sommati agli altri 18 vicini a Raffaele Fitto — anche loro in guerra con il presidente del gruppo e con tutti i vertici del partito — sarebbero maggioranza nella squadra di 69 deputati. Clima da guerriglia, più che da resa dei conti.
«La testa di Brunetta? Ma no, io con quelli dell’Isis non voglio avere a che fare — dice Daniela Santanché, una delle firmatarie del documento, al centro del Transatlantico — La testa non va necessariamente tagliata, si può anche seppellire sotto la sabbia», sorride. «Il documento è senza precedenti, da oggi possono succedere tante cose, sulle riforme la linea deve cambiare». Berlusconi ha chiamato anche lei, come tutti gli altri. «Questo è stato un voto di fiducia solo nei suoi confronti, non potevamo tradirlo oggi, noi non siamo come Alfano». Argomento, quello del voto «come Angelino» che a quanto pare il capo ha usato in tutte le telefonate della notte. Mariastella Gelmini scuote la testa men- tre vota in aula, nemmeno plaude a chiusura dell’intervento del capogruppo Brunetta. Laura Ravetto in Transatlantico non si dà pace. «Ma io mi riconosco in un movimento riformista, spero si cambi linea, ho votato lealmente ma non mi iscrivo al comitato dei no con grillini, Bindi, Fassina». Il solo Gianfranco Rotondi, vecchio lignaggio dc, sarà l’unico coerente con le perplessità e a votare a favore, in dissenso dal gruppo.
Alle 9,30 la stessa Santanché e i “verdiniani” Abrignani, D’Alessandro, Fontana, Parisi e altri si ritrovano nella sede del partito di San Lorenzo in Lucina, nella stanza di Denis. Bisogna decidere che fare, si accorgono che il voto favorevole non cambierebbe le carte in tavola, soprattutto che solo mezza dozzina è disposta a farlo realmente. «Se fossimo stati 15-18 avrebbe avuto un senso, un peso, anche in prospettiva futura. Così, meglio non rompere con Silvio ma aprire il caso politico dentro il partito» sostiene cauto Verdini. Tradotto: 18 vorrebbe dire essere sul punto di dar vita a un gruppo (minimo 20 deputati), diversamente, meglio lasciare la minaccia in sospeso e intanto presentare le firme. Si premura lo stesso senatore toscano a chiamare Berlusconi ad Arcore per preannunciargli il passaggio, spacciandolo per un favore in una giornata così, «perché noi ti vogliamo bene». Ignazio Abrignani ha appena finito di votare «con sofferenza », esce dall’aula e spiega. «Noi chiediamo due cose: proseguire con le riforme e maggiore democrazia nella scelte politiche del gruppo, magari con l’elezione di un capogruppo. Intendiamoci, potrebbe essere lo stesso Brunetta ma, almeno, che passi da un’elezione e non da un’indicazione». Per un giorno, Raffaele Fitto non è al centro del ciclone. Si limita a liquidare la giornata con sarcasmo: «Benvenuti all’opposizione, ma ora niente scherzi al Senato».
Da La Repubblica del 11/03/2015.

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