mercoledì 25 marzo 2015

Banda ultralarga

da il manifesto
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Banda ultralarga

Ri-Mediamo. La rubrica settimanale di Vincenzo Vita
Il pas­sato non è una terra stra­niera, per “con­trad­dire” il titolo di un bel libro di Gian­rico Caro­fi­glio. Soprat­tutto, gli errori non pos­sono essere rimossi. E’ ciò che sta acca­dendo, invece, nella vicenda della rete a banda ultra­larga ita­liana: vale a dire la pros­sima (già comin­ciata) pun­tata della sto­ria della comu­ni­ca­zione. Detto per inciso , chissà se il por­ten­toso incre­mento delle piat­ta­forme dif­fu­sive ci sal­verà o ci con­dan­nerà, di fronte alla deriva della «dit­ta­tura dell’immediatezza». Ne parla con ana­lisi acuta il sag­gio di Pierre Zémor in Sto­ry­tel­ling Europe(2015), cui rimandiamo.
Lo scop­piet­tante uni­verso delle tec­ni­che rischia, poi, di finire come le cat­te­drali nel deserto di antica memo­ria, se non si rilan­cia l’industria cul­tu­rale e se l’immaginario pro­dut­tivo non è messo in con­di­zione di mol­ti­pli­care ener­gie e oppor­tu­nità con mirati inter­venti pubblici.
Per capire a che punto sta il disa­stro ita­liano, è dove­roso fare sem­pre tre fla­sh­back: il repen­tino abban­dono — con tanto di vin­colo legi­sla­tivo — della tele­vi­sione via cavo negli anni Set­tanta; il blocco della cabla­tura in fibre otti­che del ter­ri­to­rio nazio­nale avviato dall’allora mono­po­li­sta Stet/Sip a metà degli anni Novanta; la discu­ti­bile moda­lità con cui fu get­tata sul mer­cato Telecom.
Repe­tita iuvant, men­tre per­se­ve­rare è diabolico.
Se non si ripensa fino in fondo al pro­blema, ogni solu­zione diviene ardua o pro­pa­gan­di­stica. In verità, fu scelta col­pe­vol­mente l’occupazione del sistema da parte della tv gene­ra­li­sta. L’Italia è nel fondo clas­si­fica e i tra­guardi dell’Agenda euro­pea non pos­sono essere rag­giunti con qual­che grida. Come è apparso l’appello del Governo agli ope­ra­tori di met­tersi insieme. Giu­sto pro­po­sito, se è pre­ce­duto e accom­pa­gnato da una effet­tiva visione stra­te­gica dello Stato. Lo Stato inno­va­tore accu­ra­ta­mente descritto nel suo effi­cace volume da Mariana Mazzucato.
Va, per dirne una, age­vo­lato il con­sumo di un’offerta più alta e spe­cia­liz­zata di quella attuale attra­verso il soste­gno delle fasce deboli. Fin­ché non si agi­sce sulla domanda, dif­fi­cil­mente farà un balzo l’offerta.
Così, sono sem­brate per­ti­nenti le con­si­de­ra­zioni svolte in una recente audi­zione par­la­men­tare da Fast­web, in merito al costo ecces­sivo della meto­do­lo­gia cosid­detta FTTB/H (Fiber to the Building/Home), cioè l’allaccio diretto all’abitazione dome­stica. Che cree­rebbe una divi­sione tra ric­chi e poveri. Ancora per un periodo, per col­mare la distanza ita­liana dal cuore dello svi­luppo, sarebbe pre­fe­ri­bile la gemella FTTC (Fiber to the Cabi­net): la coper­tura fino agli armadi di strada, da con­net­tere via via agli utenti con la plu­ra­lità di mezzi fissi e mobili di cui si dispone e con accesso uguale per tutti.
Per que­sto – si per­doni il richiamo un po’ bla­sfemo — è da pro­porre una sorta di «com­pro­messo sto­rico» tra i vari sog­getti, rico­no­scendo a Tele­com il suo inse­dia­mento sto­rico e ai con­cor­renti la piena legit­ti­mità di par­te­ci­pare alla nuova fase. Den­tro un qua­dro di corag­gioso inve­sti­mento pub­blico nell’economia della conoscenza.
Il Governo ha par­lato di sei miliardi di risorse a dispo­si­zione, quat­tro dei quali otte­nuti con forme di defi­sca­liz­za­zione. Per l’intanto, tut­ta­via, siamo fermi alle linee guida, in attesa del più strin­gente decreto attua­tivo, pre­vi­sto per i pros­simi giorni.

E’ una grande que­stione poli­tica, il ter­ri­to­rio vero dell’evoluzione, lad­dove la pola­rità dia­let­tica «innovatori/conservatori» passa dal mar­ke­ting degli slo­gan alla realtà dura e pura.

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