lunedì 30 marzo 2015

Carriere, concorsi stipendi e premi ecco la riforma dei dirigenti statali

Carriere, concorsi stipendi e premi ecco la riforma dei dirigenti statali (Andrea Bassi)

I numeri

Nella legge sulla Pubblica amministrazione licenziabilità e limiti alle retribuzioni. Sprint finale per il via libera al Senato.

ROMA Il tema è delicato. Un anno fa, in una delle prime bozze del de­creto con i tagli di spesa necessari a finanziare il bonus da 80 euro, era spuntata una norma che aveva fatto gelare il sangue a molti diri­genti della Pa. Accanto al tetto dei 240 mila euro massimi di stipen­dio consentiti a chiunque avesse un rapporto di lavoro o di consu­lenza con il pubblico, erano spun­tati dei limiti anche agli stipendi dei dirigenti di rango meno elevato. Un tetto di 185 mila euro a quel­li di prima fascia e di circa 110 mila per tutti gli altri. Non se ne era fat­to poi nulla.
Matteo Renzi decise che la questione sarebbe stata af­frontata nella più complessiva ri­forma della Pubblica amministra­zione. Il momento è arrivato. Do­mani la Commissione Affari Costi­tuzionali del Senato affronterà gli ultimi nodi della delega sulla Pa. Quello più spinoso rimasto sul tappeto è l’articolo 10, la riforma della dirigenza pubblica appunto. I principi cardine sono stabiliti. Alla dirigenza pubblica si accederà solo in due modi: per corso-concorso o per concorso pubblico.
Nel primo caso si entrerà nell’am­ministrazione come funzionari, poi dopo quattro anni e dopo un esame, si potrà diventare dirigen­ti. Chi invece entrerà per concorso sarà assunto a tempo determina­to. Dopo tre anni potrà sostenere un esame per essere stabilizzato. Scompariranno le fasce, la prima e la seconda. Ci sarà un unico ruo­lo dove finiranno tutti i dirigenti, quelli dei ministeri, del Fisco, del-l’Inps, anche dell’Istat e degli enti di ricerca. Il principio più volte espresso dal ministro Marianna Madia è che i dirigenti saranno della Repubblica e non proprietà privata delle singole amministra­zioni. Si potrà, anzi probabilmen­te si dovrà, passare da un’ammini­strazione all’altra. Molto potere fi­nirà nelle mani della «Commissio­ne per la dirigenza statale», un or­ganismo indipendente che vigile­rà sulla correttezza del conferi­mento degli incarichi ma che det­terà anche dei criteri generali alle singole amministrazioni da segui­re quando vengono selezionati i di­rigenti. Questi ultimi, poi, saranno licenziabili. Ogni tre anni i dirigen­ti dovranno ruotare nei loro inca­richi. La loro carriera sarà legata alla loro valutazione. Chi non riu­scirà ad ottenere un incarico conti­nuerà a percepire solo la parte fis­sa del suo stipendio. Dopo un cer­to numero di anni senza incarico (quanti non è ancora stabilito, ma potrebbero essere tra 3 e 5) il rap­porto di lavoro potrà essere sciol­to. Ma veniamo al nodo centrale: la retribuzione.
IL TRATTAMENTO
La riforma prevede la «definizio­ne di limiti assoluti del trattamen­to economico complessivo». Un tetto, come detto, già esiste: è quel­lo dei 240 mila euro. I decreti at­tuativi della delega, dunque, do­vranno indicare nuovi tetti, presu­mibilmente più bassi di quello a 240 mila, a seconda della tipologia di incarico. Un tassello che si spo­sa anche con la necessità del go­verno di reperire risorse da desti­nare alla spending review. Secon­do alcune stime, dal taglio degli emolumenti ai dirigenti, dovreb­bero arrivare risparmi fino a 500 milioni di euro. Molto cambierà anche per la struttura della retri­buzione. L’indennità di posizione confluirà nella retribuzione fissa. Quella di risultato, i cosiddetti pre­mi, dovrà essere legata non solo ad obiettivi individuali per singolo dirigente, ma anche ad obiettivi assegnati all’intera amministra­zione. Non ci saranno più nemme­no premi a pioggia. La delega pre­vede che questi potranno essere assegnati al massimo ad un deci­mo dei dirigenti. Domani si saprà se il piano del governo resisterà al prevedibile assalto del parlamen­to.
Da Il Messaggero del 30/03/2015.

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