giovedì 26 marzo 2015

Coalizione sociale, con un altro sindacato

da il manifesto
COMMENTI

Coalizione sociale, con un altro sindacato

Democrazia. Per evitare il fallimento, non basterà affiancarsi come una sorta di "terzo settore" alla sfera politica e a quella delle rappresentanze lasciandone intatti poteri e dispositivi di perpetuazione

Un'opera di Jonathan Borofski
Che cosa signi­fica “coa­li­zione sociale”? Il sus­se­guirsi delle pre­ci­sa­zioni e dei distin­guo indica che la rispo­sta non è sem­plice né uni­voca. Di certo il nome non è con­se­guenza delle cose. Le quali, nel nostro Paese, indi­che­reb­bero piut­to­sto una società poco incline alle coa­li­zioni, tutt’ora per­vasa da pul­sioni cor­po­ra­tive sal­da­mente radi­cate nella sua sto­ria, attra­ver­sata da con­flitti che fati­cano a par­larsi e rico­no­scersi a vicenda. Se non si tratta di una for­mula gene­rica da spen­dersi nelle dispute interne ai con­te­sti poli­tici cano­niz­zati per ride­fi­nirne gli equi­li­bri, tut­ta­via, ha il valore di una presa di coscienza, sia pure tar­diva, delle tra­sfor­ma­zioni che hanno inve­stito non solo il lavoro, ma l’insieme dei rap­porti sociali, delle pro­spet­tive di vita indi­vi­duali e collettive.
Il pro­blema che l’idea stessa di “coa­li­zione sociale” mette a fuoco altro non è, per farla breve, che quello di una sog­get­ti­vità poli­tica all’altezza dei tempi. La quale pre­cede, e spesso con­trad­dice, il tema, ampia­mente scre­di­tato dalle poco bril­lanti avven­ture elet­to­rali, par­la­men­tari e con­ve­gni­sti­che dell’agognato “nuovo sog­getto poli­tico”. Una “sog­get­ti­vità poli­tica” è, in primo luogo, un modo di guar­dare alle cose e di rela­zio­narsi ad esse sul piano dell’azione e dell’organizzazione.
Per­sino Susanna Camusso la riven­dica al suo sin­da­cato, ma si tratta, appunto, di una “sog­get­ti­vità poli­tica” pri­gio­niera dell’ottica sin­da­cale, che guarda anche a que­stioni gene­rali, ma dal punto di vista di spe­ci­fi­che con­di­zioni di esi­stenza, par­ziali, sem­pli­fi­cate e cir­co­scritte, per giunta, ai loro aspetti “sin­da­ca­liz­za­bili”. Per scen­dere nel con­creto tra­mite un esem­pio, una sif­fatta “sog­get­ti­vità” dif­fi­cil­mente potrà venire a capo di una con­trad­di­zione, tipica del nostro tempo, come quella tra indu­stria­liz­za­zione e que­stione ambientale.
Il fatto che mette in gioco l’idea della “coa­li­zione sociale”, a pre­scin­dere dalle forme che potrà assu­mere e dalle sue pos­si­bi­lità di suc­cesso, è l’indiscutibile inde­bo­li­mento della pro­spet­tiva sin­da­cale. Insi­diata su due fronti prin­ci­pali. Il più evi­dente è quello del lavoro inter­mit­tente e pre­ca­rio, del lavoro auto­nomo impo­ve­rito, e del “non lavoro” pro­dut­tivo ma a red­dito zero che non solo lo sta­tuto degli anni’70, ma l’intera cul­tura sin­da­cale e la sua orga­niz­za­zione per cate­go­rie non abbrac­cia, non con­tem­pla e nem­meno capi­sce. Avendo lun­ga­mente col­ti­vato l’idea, inge­nua a voler essere cle­menti, che si trat­tasse di una “ano­ma­lia” prov­vi­so­ria desti­nata ad essere rias­sor­bita nel lavoro a tempo inde­ter­mi­nato. Un atteg­gia­mento, que­sto, che ha age­vo­lato quanti gio­ca­vano il pre­ca­riato, senza peral­tro tute­larlo in alcun modo, con­tro l’”egoismo” degli occu­pati. Con un discreto suc­cesso di pubblico.
Il secondo fronte, quello meno evi­dente, è la muta­zione che ha inve­stito la stessa figura del lavo­ra­tore sta­bil­mente occu­pato (ma sem­pre più ricat­ta­bile e minac­ciato). Que­sta figura è dive­nuta più com­plessa e sfac­cet­tata di un tempo, non più inte­ra­mente cen­trata sull’identità con­fe­rita dal lavoro, ma arric­chita da domande cul­tu­rali, da desi­deri di libertà, da inte­ressi mol­te­plici e aspi­ra­zioni di cre­scita indi­vi­duale che mal si con­ci­liano con i “sacri­fici” sem­pre più pesanti, scam­biati con il man­te­ni­mento del posto di lavoro. La stessa espres­sione “mer­cato del lavoro” suona oggi, nella sua pre­sunta auto­no­mia “tec­nica”, come una ingan­ne­vole astrazione.
Le per­cen­tuali ver­ti­gi­nose della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile discen­dono, anche se solo par­zial­mente, da que­sto genere di resi­stenze esi­sten­ziali, effet­tive o anche solo temute dalle imprese, deci­sa­mente restie ad assu­mere pos­si­bili pian­ta­grane. Sono soprat­tutto que­sti ele­menti ad avere gra­ve­mente ridotto la forza con­trat­tuale del sin­da­cato e, soprat­tutto, la sua capa­cità di par­lare all’insieme della società. Senza con­tare l’insufficienza della dimen­sione nazio­nale per qual­siasi ipo­tesi di cam­bia­mento o anche di pura e sem­plice difesa dei diritti acqui­siti. La pro­spet­tiva sin­da­cale, arroc­cata nella sua tra­di­zione, è altret­tanto impo­tente quanto quella nazio­nale abbar­bi­cata alle sue anti­che prerogative.
È in que­sto con­te­sto di radi­cale muta­mento e com­mi­stione delle con­di­zioni lavo­ra­tive ed esi­sten­ziali che hanno comin­ciato a svi­lup­parsi, per appros­si­ma­zione, con­cetti come quello di “sin­da­ca­li­smo sociale” e stru­menti di lotta, ancora piut­to­sto indi­stinti, come lo “scio­pero sociale”. Alla ricerca di una sog­get­ti­vità poli­tica che fac­cia dello “stare in società”, meglio del “pro­durre società” il tea­tro di un agire effi­cace, che can­celli il con­fine, scom­parso nei fatti, ma per­si­stente nella dot­trina, tra dimen­sione sin­da­cale e dimen­sione poli­tica. Que­sta divi­sione dei com­piti tra par­tito e sin­da­cato risale a una impo­sta­zione antro­po­lo­gica fon­data sulla distin­zione tra l’immediatezza dei biso­gni e la lun­gi­mi­ranza della “coscienza” (per quanto riguarda la tra­di­zione socia­li­sta) o sulla capa­cità “pro­fes­sio­nale” di tenere in equi­li­brio inte­ressi con­tra­stanti pro­teg­gendo ade­gua­ta­mente l’ordine pro­prie­ta­rio ( per quanto riguarda il par­la­men­ta­ri­smo libe­rale). Su un’idea di sog­get­ti­vità, dun­que, quella pro­le­ta­ria e quella bor­ghese, che dove­vano essere “com­ple­tate” da una guida “spe­cia­liz­zata”, dagli stra­te­ghi della classe di appartenenza.
Di quel mondo, e del rap­porto tra eco­no­mia e poli­tica che lo carat­te­riz­zava, non v’è più trac­cia. Resta, invece, flut­tuando nel vuoto di una sto­ria con­clusa, la difesa, tipica di una antica tra­di­zione cor­po­ra­tiva, delle rispet­tive sfere di “com­pe­tenza”, dei “segreti pro­fes­sio­nali” tra­man­dati dai mae­stri agli appren­di­sti anche quelli appa­ren­te­mente più ribelli. Par­titi che si auto­ri­pro­du­cono in vitro con pochi elet­tori e ancor meno iscritti, com­prese le fol­klo­ri­sti­che oppo­si­zioni interne; sin­da­cati ben attenti a rima­nere “parte sociale” senza immi­schiarsi in ciò che non li riguarda, ma che riguarda, eccome, la vita di coloro che pre­ten­dono di rap­pre­sen­tare, non­ché di molti altri la cui esi­stenza, con­su­man­dosi fuori dalla sfera di azione sin­da­cale, non è che un “dramma” impre­vi­sto e ingom­brante. Se “coa­li­zione sociale” signi­fica che la poli­tica non abita più né dalla prima, né dalla seconda parte è una pro­spet­tiva ben­ve­nuta. Se prende atto della crisi della rap­pre­sen­tanza, senza la pia illu­sione di poterla ripri­sti­nare, può essere un’occasione.
Su que­sta pro­spet­tiva incom­bono, tut­ta­via, due pro­ba­bili derive. La prima è quella di una som­ma­to­ria di asso­cia­zioni e sog­getti col­let­tivi gelosi delle rispet­tive iden­tità, ma acco­mu­nati dalla denun­cia di una poli­tica dive­nuta “aso­ciale” e ostile ai seg­menti più deboli della società. Qual­cosa di non molto dis­si­mile dal mito della “società civile” in cui defluì il movi­mento alter­mon­dia­li­sta dei primi anni 2000 con l’esperienza, pre­sto tra­sfor­ma­tasi in “alter­par­la­men­tare”, dei social forum. Ma senza lo slan­cio, l’azzardo e l’entusiasmo che carat­te­riz­za­rono que­gli anni. Una “coa­li­zione”, insomma, nella quale obiet­tivi apprez­za­bili e set­tori spe­ci­fici di inter­vento sociale e poli­tico si affian­chino senza però sta­bi­lire nessi cogenti. Nella quale inte­ressi comuni e reci­pro­che indif­fe­renze con­vi­vano in una con­di­zione fra­gile e sostan­zial­mente insta­bile tenuta insieme da occa­sio­nali mobilitazioni.
La seconda deriva pos­si­bile, di segno con­tra­rio, è una pre­tesa di sin­tesi, l’aspirazione a isti­tuire una rap­pre­sen­tanza dei movi­menti intesi come sem­plici por­ta­tori di “istanze” che altri dovranno poi tra­sfor­mare in pro­gramma poli­tico. In poche parole, una restau­ra­zione, in altri ter­mini, della divi­sione di com­piti e dei rap­porti gerar­chici tra la dimen­sione poli­tica e quella sindacale.
Come sfug­gire a que­ste alter­na­tive fal­li­men­tari resta un pro­blema aperto. Ma quel che deve essere chiaro è che, comun­que si voglia chia­mare la dire­zione in cui muo­vere, “coa­li­zione sociale”, “nuovo sog­getto poli­tico” o “sin­da­ca­li­smo sociale”, non basterà affian­carsi come una sorta di “terzo set­tore” alla sfera della poli­tica e a quella del sin­da­cato lascian­done intatti poteri e dispo­si­tivi di per­pe­tua­zione. Quando si tratta di rein­ven­tare la poli­tica biso­gnerà pure entrare in rotta di col­li­sione con le forze che si sono inse­diate al suo posto.

La crisi della forma par­tito ha tro­vato una sua solu­zione a destra: partiti-azienda, partiti-ditta, par­titi della nazione, mono­cra­tici, media­tici, ora­co­lari, tra­sfor­mi­sti, post­par­la­men­tari. C’è da dubi­tare che da qual­che costola, mira­co­lo­sa­mente sana, di que­ste for­ma­zioni possa pren­der avvio una diversa dire­zione di mar­cia. La crisi della forma-sindacato è, invece, ancora aperta. E anche quella dei movi­menti lo è. Ma se non riu­sci­ranno, in un modo o nell’altro, a entrare in rela­zione con la dimen­sione poli­tica (forza, effi­ca­cia, durata, orga­niz­za­zione) non è fuori luogo pro­fe­tiz­zare, anche in que­sto caso, una solu­zione a destra: quella neocorporativa.

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