domenica 22 marzo 2015

Coalizione sociale, lo spazio che c’è a sinistra

da il manifesto

Coalizione sociale, lo spazio che c’è a sinistra

Il commento. La coalizione sociale. L’azione e il metodo di governo e la deriva del Pd rendono plausibile la nascita di un nuovo soggetto politico
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Può darsi che abbia ragione Lan­dini a rea­gire a quanti sem­pli­fi­cano a dismi­sura le cose e, a suo dire, ragio­nano con schemi datati attri­buen­do­gli il pro­po­sito di pre­di­sporsi a capeg­giare un par­tito alla sini­stra del Pd (comun­que, non un delitto!). Sono incline a pen­sare che egli sia sin­cero quando esclude che, allo stato, non è quello il suo obiet­tivo. Ciò ammesso, la cir­co­stanza che una tale pro­spet­tiva — paven­tata da alcuni e auspi­cata da altri — suoni plau­si­bile già di per sé merita una rifles­sione. Per parte mia, con­ferma la con­vin­zione che col­tivo da tempo di uno spa­zio poli­tico che ogget­ti­va­mente si dilata e rende appunto plau­si­bile un tale approdo. A pre­scin­dere e oltre le inten­zioni sog­get­tive dei pro­ta­go­ni­sti, a comin­ciare da Lan­dini. Provo a met­tere in fila le ragioni di tale processo.
In primo luogo, l’azione del governo. Dalla riforma costi­tu­zio­nale al jobs act si spiega la ten­sione e l’inquietudine mon­tate a dismi­sura a sini­stra, trat­tan­dosi di fron­tiere sin­go­lar­mente sen­si­bili, con­cer­nenti il modello di demo­cra­zia e la que­stione sociale e i diritti del lavoro. Sul piano pro­gram­ma­tico con­creto, a que­ste azioni cor­ri­sponde qual­che omis­sione: penso alla timi­dezza sul fronte della giu­sti­zia e del con­tra­sto all’illegalità. Sino al defi­cit di deter­mi­na­zione, denun­ciato dall’ex mini­stro Visco, nella lotta all’evasione, cul­mi­nato nel decreto fiscale che, al netto della sospetta norma pro Ber­lu­sconi, più gene­ral­mente ammic­cava all’universo di chi è sen­si­bile all’idea che la fedeltà fiscale sia un optio­nal. Grosso modo l’elettorato che fu di Fi. Incer­tezze da met­tere in rela­zione prima con il patto del Naza­reno e tut­tora con alleati non pre­ci­sa­mente dispo­ni­bili a mar­care una svolta etica, dopo venti anni di ege­mo­nia berlusconiana.
In secondo luogo, il metodo di governo. Che si fa vanto di deci­dere a sca­valco della media­zione e del dia­logo con le rap­pre­sen­tanze sociali. E sem­mai di pri­vi­le­giare l’interlocuzione con le orga­niz­za­zioni dato­riali rispetto a quelle sin­da­cali. Cir­co­stanza sin­go­lare per chi ade­ri­sce alla fami­glia socia­li­sta euro­pea. Come sor­pren­dersi che, a fronte di tale deriva deci­sio­ni­sta osten­tata con com­pia­ci­mento e anzi pro­cla­mata come la più signi­fi­ca­tiva novità del corso ren­ziano, si svi­luppi una mobi­li­ta­zione sociale incline a inte­starsi una sog­get­ti­vità politica?
In terzo luogo, l’evoluzione del Pd nel senso del cosid­detto par­tito della nazione. Cifra con­tro­versa, ma che, a dispetto delle ras­si­cu­ra­zioni, inclina a con­fi­gu­rare un par­tito a suo tempo con­ce­pito come di cen­tro­si­ni­stra niti­da­mente alter­na­tivo al cen­tro­de­stra, come un par­tito piglia­tutti che occupa il cen­tro del sistema poli­tico e privo di com­pe­ti­tor di governo. Una deriva/metamorfosi che è, insieme, causa ed effetto di una spinta a con­fi­gu­rare i suoi avver­sari, a destra e a sini­stra, come for­ma­zioni prive di cul­tura di governo e con vena­ture pro­te­sta­ta­rie e popu­li­ste. Non una buona cosa per la demo­cra­zia ita­liana che si spe­rava final­mente com­pe­ti­tiva e dell’alternanza. Una deriva siste­mica e una meta­mor­fosi del Pd che lo allon­ta­nano dal pro­getto ori­gi­na­rio dell’Ulivo. Il quale, a dif­fe­renza del Pd, era sog­getto inclu­sivo non solo verso il cen­tro, ma anche verso sini­stra e che, soprat­tutto, per­se­guiva un ambi­zioso dise­gno di riforma del sistema poli­tico verso un maturo bipo­la­ri­smo, verso il tra­guardo di por­tata sto­rica di una fisio­lo­gica alter­nanza, a lungo ini­bita dall’anomalia ita­liana. Ora il Pd ren­ziano, nel men­tre pro­clama il bipar­ti­ti­smo, rischia di affos­sare il bipo­la­ri­smo. A sug­gel­lare tale deriva sta l’Italicum, con il pre­mio al primo par­tito, cioè al Pd, anzi­ché alla coa­li­zione, che invece gio­ve­rebbe, in pro­spet­tiva, al coa­gulo di un nuovo polo di cen­tro­de­stra del dopo Ber­lu­sconi, che com­peta per il governo.
Infine, la ste­ri­lità delle cosid­dette mino­ranze interne al Pd. Un par­tito largo a voca­zione mag­gio­ri­ta­ria si gio­ve­rebbe di una vivace e com­po­sta dia­let­tica interna. Al con­tra­rio, le mino­ranze, per altro pol­ve­riz­zate, oscil­lano tra com­por­ta­menti occa­sio­nali a dispetto e pra­ti­che con­so­cia­tive. Con i loro rei­te­rati penul­ti­ma­tum. Sino al biz­zarro docu­mento di Cuperlo sul dl Boschi, che pre­tende dai sena­tori l’impossibile e cioè di cam­biare una riforma costi­tu­zio­nale che non si può più cam­biare! Una mino­ranza degna di que­sto nome non dovrebbe par­te­ci­pare al governo del par­tito ai vari livelli ma appron­tare un’agenda par­la­men­tare e di governo alter­na­tiva di medio-lungo periodo, pre­pa­ran­dosi a vin­cere il pros­simo con­gresso. In sin­tesi: uscita dalla gestione di par­tito e gruppi, pro­gramma alter­na­tivo, nuova lea­der­ship dell’opposizione interna, magari da costruire nel tempo. Facendo non mino­ranze à la carte e a sin­ghiozzo, ma oppo­si­zione disci­pli­nata e respon­sa­bile, che si con­forma alla regola della mag­gio­ranza interna, pur met­tendo a ver­bale i pro­pri spe­ci­fici, moti­vati dis­sensi. Per meno di que­sto, non è una cosa seria.
Per con­verso, da un anno a que­sta parte, abbiamo assi­stito a un ripo­si­zio­na­mento… di massa di par­la­men­tari e diri­genti Pd e al reclu­ta­mento da altri par­titi di ceto poli­tico in cerca di siste­ma­zione. Con casi dav­vero imba­raz­zanti. Penso a chi, come i «gio­vani tur­chi», in pas­sato bol­la­rono i governi dell’Ulivo come subal­terni al para­digma libe­ri­sta della «terza via», e oggi sono schiac­ciati su una linea deci­sa­mente più mode­rata e cen­tri­sta; o a chi, come la vice­se­gre­ta­ria Ser­rac­chiani, entrò dalla porta della tra­sgres­sione, della sfida aperta ai gruppi diri­genti e per­sino della con­te­sta­zione da sini­stra, e ora fa il guar­diano dell’ortodossia e minac­cia misure disci­pli­nari verso chi si azzarda a dissentire.

In que­sto qua­dro, come ci si può sor­pren­dere se, a sini­stra, prende corpo un nuovo attore e se esso da «coa­li­zione sociale» natu­ral­mente evolve verso una sog­get­ti­vità poli­tica? Al punto che io, vec­chio, impe­ni­tente uli­vi­sta, mi chiedo se non ras­se­gnarmi a dare ragione a Cac­ciari, il quale da tempo teo­rizza — lui auspi­can­dola, io suben­dola — una sepa­ra­zione con­sen­suale tra cen­tri­sti ren­ziani e sini­stra Pd. Che farebbe di me un apolide.

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