martedì 3 marzo 2015

COMMUNITY Giudici e legislatori, chi sbaglia e chi paga

da il manifesto
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Giudici e legislatori, chi sbaglia e chi paga

Poteri dello Stato . La Cassazione dà l’ultimo colpo alla Fini Giovanardi, sbagliata come la legge sulla responsabilità delle toghe
Le Sezioni unite della Cas­sa­zione, risol­vendo un con­tra­sto inter­pre­ta­tivo fra i giu­dici, hanno sta­bi­lito nell’udienza di gio­vedì scorso che le pene in corso di ese­cu­zione per fatti rela­tive alle “dro­ghe leg­gere”, irro­gate sulla base della fami­ge­rata legge Fini-Giovanardi (che pre­ve­deva pene da 6 a 20 anni di reclu­sione), dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale nel feb­braio dell’anno scorso, devono essere ride­ter­mi­nate sulla base della ripri­sti­nata legge pre­ce­dente, che pre­vede pene più miti (da 2 a 6 anni).
Bene. La giu­ri­sdi­zione ha fatto il suo dovere; sia pure con i tempi pro­pri della nostra giu­sti­zia, ha sta­bi­lito che la galera ille­git­tima va rimossa, per­ché que­sto vuole la lega­lità costituzionale.
Chi non ha fatto il suo dovere è invece il legi­sla­tore, che, men­tre i giu­dici risol­ve­vano i loro pre­ve­di­bili con­tra­sti, è rima­sto inerte e ha con­sen­tito che i con­dan­nati con­ti­nuas­sero a scon­tare la loro pena ille­git­tima. E con­ti­nue­ranno ancora a scon­tarla, per­ché la meri­to­ria deci­sione della Cas­sa­zione non ha effetti imme­diati, gene­ra­liz­zati e auto­ma­tici. Sarà pur sem­pre neces­sa­rio, per ria­vere la libertà, che il con­dan­nato (o il suo difen­sore, se ce l’ha) si attivi per aprire e por­tare a com­pi­mento la “pra­tica” e sem­pre che il giu­dice cui è affi­data non voglia “ribel­larsi” – com’è nei suoi poteri – alla deci­sione del ver­tice giudiziario.
Per­ciò un anno fa, all’indomani del ver­detto della Con­sulta, sarebbe stato neces­sa­rio un inter­vento urgente del legi­sla­tore che dispo­nesse, con effetti gene­rali imme­diati per tutti i con­dan­nati, l’obbligo dei giu­dici di prov­ve­dere d’ufficio a ride­ter­mi­nare le pene in corso di ese­cu­zione, per ripor­tarle ai ripri­sti­nati para­me­tri legali della legge precedente.
Que­sto è quello che avrebbe richie­sto, e con­ti­nua a richie­dere, un effet­tivo rispetto della libertà per­so­nale. E invece l’inerzia della poli­tica ha con­dan­nato, e con­ti­nua a con­dan­nare, migliaia di dete­nuti delle nostre affol­late galere a scon­tare pene costi­tu­zio­nal­mente ille­git­time.
In com­penso quella stessa poli­tica ha appro­vato una legge – sulla respon­sa­bi­lità civile dei magi­strati – che solo la dema­go­gia e il garan­ti­smo con­fuso, anche di certa sini­stra, può pre­sen­tare come effi­cace pre­si­dio di libertà e di garan­zia dei diritti dei cit­ta­dini, e soprat­tutto di coloro che più avreb­bero biso­gno della tutela giudiziaria.
La vicenda di Enzo Tor­tora, stru­men­tal­mente evo­cata per pro­pa­gan­dare le virtù di que­sto inter­vento legi­sla­tivo, è invece la miglior riprova della sua inu­ti­lità: se all’epoca fosse stata in vigore, la decan­tata legge non avrebbe né rispar­miato l’ingiusta galera pre­ven­tiva né assi­cu­rato un risar­ci­mento alla vit­tima più emble­ma­tica della nostra malagiustizia.
La verità è che que­sta legge – al di là delle sem­pli­fi­ca­zioni dema­go­gi­che che la ren­dono popo­lare – non ha alcuna atti­tu­dine né a met­tere i cit­ta­dini al riparo da ini­quità, errori ed abusi che cer­ta­mente afflig­gono l’esercizio della giu­ri­sdi­zione né a model­lare una figura di giu­dice indi­pen­dente e rispet­toso delle regole.

Il cit­ta­dino comune dan­neg­giato nella libertà o nel patri­mo­nio dalla negli­genza di un giu­dice, dif­fi­cil­mente avrà tanta pazienza e fidu­cia nella giu­sti­zia, da affron­tare, anti­ci­pan­done le spese, un altro pro­cesso della durata di qual­che lustro e il cui esito è affi­dato alla deci­sione di un altro giu­dice. Una simile tra­fila può affron­tarla solo chi dispone di flo­ride con­di­zioni eco­no­mi­che e di attrez­zati studi legali, inte­res­sato, più che ad avere un lon­tano risar­ci­mento, ad eser­ci­tare una imme­diata pres­sione sul giu­dice o a dele­git­ti­marne il giu­di­zio.
Non è que­sta la strada per risa­nare gli inne­ga­bili malanni della nostra giu­sti­zia. Occor­re­reb­bero se mai inci­sivi inter­venti per ele­vare il livello della cul­tura della giu­ri­sdi­zione tra i nostri giu­dici. Una strada lunga e impe­gna­tiva, ma non val­gono scor­cia­toie, che ser­vono sol­tanto alle esi­genze pro­pa­gan­di­sti­che della cat­tiva politica.

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