martedì 24 marzo 2015

D’Alema ha ragione: basta votare sì. Con l’Italicum il suicidio è completo

da il manifesto
EDITORIALE

D’Alema ha ragione: basta votare sì. Con l’Italicum il suicidio è completo

E' evi­dente che il solo atteg­gia­mento sen­sato che la mino­ranza del Pd possa adot­tare nei con­fronti di Renzi è quello sug­ge­rito all’Acquario da Mas­simo D’Alema: una spre­giu­di­cata guerra di movi­mento, con imbo­scate e colpi ben asse­stati. Di quelli che lasciano sulla lea­der­ship nemica evi­denti segni di logo­ra­mento e pro­du­cono non rime­dia­bili ferite politiche.
Che que­sta sapiente azione di pro­vo­ca­zione e sabo­tag­gio, di chi ha una capa­cità di fuoco resi­duale e però mira alla depo­si­zione di Renzi, sia il solo metodo effi­cace per con­tra­starlo, lo con­ferma anche la imme­diata discesa in campo del Cor­riere a pro­te­zione dello sta­ti­sta fio­ren­tino, sfre­giato da una inau­dita mani­fe­sta­zione di lesa mae­stà. Le firme che hanno accu­mu­lato for­tune denun­ciando la “casta”, ora indos­sano l’elmetto per fare i guar­diani del for­tino asse­diato dal dis­senso non tol­le­rato di un poli­tico “extra­par­la­men­tare” abban­do­nato da anti­chi luo­go­te­nenti in car­riera e senza più molte truppe per la manovra.
Con­tro un avver­sa­rio che conta su cotante schiere armate a difesa della sua inte­grità, Ber­sani aspetta la rivin­cita nei vec­chi e fal­sati tor­nei delle pri­ma­rie. Ma si inganna. È dav­vero rea­li­stico disar­cio­nare il con­dot­tiero toscano alle pri­ma­rie aperte e andare al voto senza rican­di­dare il pre­mier in carica? Suv­via. O lo si fa cadere prima, con una riso­lu­tiva resa dei conti o è assurdo il per­corso del “cre­ti­ni­smo con­gres­suale” imma­gi­nato per incas­sare la rivin­cita nei gazebo. E poi, se tutto è rin­viato al tor­neo delle pri­ma­rie, la mino­ranza del Pd, che con­tava su almeno l’80 per cento dei par­la­men­tari, e si è pie­gata su ogni scelta senza nulla obiet­tare, per cosa chie­derà il soste­gno? E chi sarà dispo­sto a dare più forza per dei cam­pioni dell’impotenza?
Pen­sare che il Pd sia ancora un par­tito con­ten­di­bile, che man­tenga i con­fini di una orga­niz­za­zione com­plessa che esige rispetto delle pro­ce­dure e lealtà a dei riti anti­chi, è una illu­sione. Renzi non è una variante minore del vel­tro­ni­smo, con cui si può con­trat­tare uno spa­zio in attesa di una pos­si­bile rivin­cita. La sua sca­lata ostile ha ucciso il par­tito, ne ha mostrato l’inconsistenza, ne ha sve­lato la man­canza di auto­no­mia e carenza di isti­tu­zio­na­liz­za­zione. Quello che i son­daggi danno in testa alle pre­fe­renze è in realtà un non par­tito, un mero car­tello ple­bi­sci­ta­rio privo di radici, iden­tità, con­di­vi­sione. Non è pen­sa­bile, e comun­que non è un segnale posi­tivo per la salute del sistema poli­tico, che il Pd sia il luogo tota­liz­zante in cui pos­sano con­vi­vere le sem­pli­fi­ca­zioni neoas­so­lu­ti­sti­che (lotta alla potenza sociale del lavoro, modello auto­ri­ta­rio di demo­cra­zia) e le istanze di un recu­pero delle radici sociali della sini­stra (con­tra­sto alle dise­gua­glianze, ritorno ad una fun­zione dello Stato nell’economia).
Prima la sini­stra interna si libera degli ste­rili impe­ra­tivi soli­dali, che la indu­cono all’obbedienza verso un lea­der che stra­pazza la demo­cra­zia costi­tu­zio­nale, e meglio sarà. Se con­cede a Renzi anche la legge elet­to­rale che pre­vede il bal­lot­tag­gio (la costru­zione mec­ca­nica di una gover­na­bi­lità rigida che non si smonta di sicuro con la bat­ta­glia minore sul voto di pre­fe­renza), il suo sui­ci­dio sarà com­pleto e senza più rime­dio. Solo l’incognita di un M5S che non retro­cede dal 20%, e quindi acciuffa il bal­lot­tag­gio, com­pli­che­rebbe i piani di potenza di Renzi costrin­gen­dolo a con­vi­vere con l’incubo di Parma o di Livorno.
Il timore che un agguato par­la­men­tare con­duca al voto anti­ci­pato non può para­liz­zare la prova di resi­stenza della mino­ranza. E comun­que, in que­ste camere, la sem­plice durata è per molti peo­nes l’imperativo cate­go­rico. Per evi­tare le urne, rac­cat­te­rebbe la fidu­cia anche un governo che pro­po­nesse, quale suo pro­gramma imme­diato, una repub­blica dei soviet degli ope­rai e dei con­ta­dini.
La lotta poli­tica di fazione, con­tro un nemico dalla sover­chiante forza, non si fa senza un piz­zico di cat­ti­ve­ria e soprat­tutto quel cini­smo che rien­tra nell’abito men­tale dei galli post­de­mo­cri­stiani. I post­co­mu­ni­sti sono rima­sti schiac­ciati nella con­tesa anche per la loro scarsa dime­sti­chezza con la logica spie­tata della lotta di cor­rente. Hanno appli­cato a un sog­getto nuovo e “sca­la­bile” la logica della leale com­pe­ti­zione delle idee pro­pria della antica crea­tura con appa­rati e identità.
Spie­gava Toc­que­ville che «un tempo non si adatta mai a un altro, e quei vec­chi sce­nari che si vogliono far entrare a forza entro i nuovi qua­dri, pro­du­cono sem­pre cat­tivi effetti». Que­sto non è il tempo del par­tito nuovo, con i suoi anti­chi vin­coli di fedeltà e con gli sforzi di cor­ret­tezza verso la mag­gio­ranza, ma è il momento di una guerra di movi­mento che, nella irri­me­dia­bile spro­por­zione delle forze, va con­dotta senza remore e con gesti sim­bo­lici graffianti.

La sini­stra deve pren­dere coscienza della sua strut­tu­rale infe­rio­rità stra­te­gica e per inci­dere non può pre­scin­dere da quella “cru­deltà bene usata” che Machia­velli poneva tra le risorse della poli­tica che costrui­sce nuove cose. La pro­spet­tiva ideale, in vista della quale essere cru­deli, esi­ste ancora o la mino­ranza, priva di ogni coa­li­zione sociale di rife­ri­mento, è anch’essa solo la rac­colta dei cascami di un ceto poli­tico che difende mode­ste pro­spet­tive di car­riera parlamentare?

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