giovedì 12 marzo 2015

D’Alema: referendum causa persa

da il manifesto
POLITICA

D’Alema: referendum causa persa

Riforme. L'ex presidente del Consiglio contro le modifiche alla Costituzione "sono preoccupato". Ma ai cittadini non sarà chiesto di scegliere, "sarà un plebiscito". Intanto Cuperlo evoca la scissione: " A rischio l'unità del Pd"

Il giorno dopo, let­ture amare per Gianni Cuperlo e Pier­luigi Ber­sani. «Sono col­pito dai gior­nali, la mino­ranza viene descritta in modo un po’ spre­gia­tivo», dice Cuperlo. «Mi ha ferito leg­gere alcuni com­men­ta­tori soste­nere che la nostra posi­zione sulle riforme sarebbe legata alle pol­trone, è offen­sivo», aggiunge Ber­sani. In effetti nes­suno, a par­tire dai grandi gior­nali che tifano Renzi, ha capito la mossa della mino­ranza Pd nell’ultimo pas­sag­gio alla camera della riforma costi­tu­zio­nale. Cri­ti­che pesan­tis­sime, allarmi seri, ma voto favo­re­vole «per non fre­nare il pro­cesso rifor­ma­tore». E poi la pro­messa (un’altra) che si tratta dell’ultima volta, se non ci saranno modi­fi­che alla legge elet­to­rale. Eppure Renzi ha detto e ridetto che dell’Italicum non cam­bierà una virgola.
Mai com­ple­ta­mente ripre­sasi dall’esito delle ele­zioni di due anni fa, la cor­rente ber­sa­niana è adesso nel momento di mag­giore dif­fi­coltà. Renzi non solo non con­cede nulla, ma divide gli avver­sari interni e parec­chi ne con­qui­sta. I non ren­ziani, a que­sto punto, per essere con­se­guenti dovreb­bero votare con­tro una riforma che hanno già appro­vato due volte, sia al senato che alla camera. E disporsi poi a fare cam­pa­gna per il no al refe­ren­dum. Lo faranno? Mas­simo D’Alema ieri ha fatto capire che con­si­dera il refe­ren­dum una causa persa. «È una fin­zione per come sarà posto: o man­giate que­sta mine­stra o si ritorna al pas­sato. Sarà una spe­cie di ple­bi­scito». È vero, ma il pro­blema non è nel refe­ren­dum quanto nella riforma che — con lo stru­mento dell’articolo 138 pre­vi­sto per la manu­ten­zione della Costi­tu­zione — ha riscritto il 35% della Carta. Il que­sito non potrà essere omo­ge­neo. Come non fu omo­ge­neo quello, soste­nuto da tutta la sini­stra del 2006, D’Alema com­preso, che fermò la riforma di Ber­lu­sconi e Cal­de­roli: agli elet­tori fu chie­sto di votare sì o no alla devo­lu­tion insieme al pre­mie­rato. «Il pro­blema — ha aggiunto ieri D’Alema — è il que­sito che si rivolge ai cit­ta­dini. L’ultimo son­dag­gio diceva che il 78% degli ita­liani è favo­re­vole all’elezione del senato. Se si chie­desse “volete sce­gliere i par­la­men­tari o li volete nomi­nati dai par­titi” non avrei dubbi sull’esito».
«Sono pre­oc­cu­pato per il futuro della demo­cra­zia, è una cat­tiva riforma del bica­me­ra­li­smo», aggiunge D’Alema. Ma l’affondo è anche sulla legge elet­to­rale che «riduce il potere dei cit­ta­dini e aumenta quello delle oli­gar­ghie: «Due terzi dei par­la­men­tari ver­ranno nomi­nati, que­sto restringe la par­te­ci­pa­zione». La richie­sta è quella di cor­reg­gere l’Italicum quando, dopo le regio­nali, sarà votato dalla camera (dovrebbe così tor­nare al senato). La stessa cosa chiede Ber­sani. E con lui Cuperlo, che però inter­vi­stato dal Tg3 ha evo­cato la scis­sione nel Pd: «In gioco non c’è il rap­porto tra mag­gio­ranza e mino­ranza, ci pensi il pre­si­dente del Con­si­glio. In discus­sione c’è l’unità e la tenuta del Pd». Anche nei toni il lea­der di «sini­stra dem» — che ha lan­ciato l’incontro del 21 aprile a Roma dove aspetta diversi costi­tu­zio­na­li­sti cri­tici con la riforma — si distan­zia da Ber­sani. L’ex segre­ta­rio ripete che «il Pd è casa mia, è casa nostra. Non vedo scis­sioni». Men­tre il ber­sa­niano Alfredo D’Attorre fiuta la trap­pola della dram­ma­tiz­za­zione: «Non c’è nes­sun auto­ma­ti­smo tra un even­tuale voto in dis­senso dal gruppo sulle riforme costi­tu­zio­nali e l’uscita dal par­tito», assicura.
Ma se le scis­sioni ad evo­carle si rea­liz­zano, resi­ste la vec­chia con­vin­zione che sia impo­po­lare agi­tarle in fac­cia agli elet­tori. A que­sta si richiama il capo­gruppo Roberto Spe­ranza, pro­ve­nienza ber­sa­niana, con­vinto che «la parola scis­sione non è parte del voca­bo­la­rio Pd». Ma soprat­tutto il vice­se­gre­ta­rio Lorenzo Gue­rini, secondo il quale «mani­fe­stare ogni giorno rischi di tenuta del Pd non è utile» e «divi­derci è l’ultima cosa che il nostro popolo ci chiede». Quanto alla mini­stra Maria Elena Boschi, per lei «biso­gna sce­gliere ed essere leali», per­ché «le riforme le abbiamo con­di­vise prima di tutto all’interno del Pd». La mino­ranza pro­ba­bil­mente non sarà d’accordo, ma Boschi ha anche un’altra cer­tezza: «Al senato una parte di Forza Ita­lia voterà a favore del dise­gno di legge, per­ché ha con­tri­buito a scriverlo».

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