martedì 31 marzo 2015

Dalla forma nuova del sindacato dipende la forza di un paese che lotta insieme, dal nord al sud —  Pietro Ingrao

da il manifesto
L'INCHIESTA

Dalla forma nuova del sindacato dipende la forza di un paese che lotta insieme, dal nord al sud

Documenti/inedito. Intervento inedito recuperato un mese fa dall’Aamod, l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Ingrao interviene alla conferenza sul Mezzogiorno indetta dall'Flm di Trentin come risposta popolare e politica alla rivolta dei "boia chi molla" di Reggio Calabria

Pietro Ingrao 
Nel 1970 il governo decide che il capo­luogo della regione Cala­bria sarà Catan­zaro. Que­sto fa scop­piare una rivolta gui­data da un per­so­nag­gio di estrema destra, legato ad ambienti mafiosi: Cic­cio Franco, capo dei «Boia chi molla». La rivolta si tra­scina per molto tempo. L’Flm, Fede­ra­zione lavo­ra­tori metal­mec­ca­nici, su pro­po­sta di Bruno Tren­tin, decide di con­vo­care una mani­fe­sta­zione nazio­nale dei metal­mec­ca­nici a Reg­gio Cala­bria per il 22 otto­bre 1972 e una Con­fe­renza sul mez­zo­giorno per il 21 otto­bre. Nel corso di que­sta con­fe­renza parla Pie­tro Ingrao. Alla mani­fe­sta­zione ade­ri­scono alcune cate­go­rie e la sola Cgil. I mani­fe­stanti arri­vano con navi spe­ciali, dalle isole e da Genova e con treni spe­ciali da tutto il paese. 8 diversi atten­tati alle linee fer­ro­via­rie ral­len­tano l’arrivo dei treni fino al pome­rig­gio del 22.La mani­fe­sta­zione è un grande suc­cesso, si cal­cola attorno alle 50mila per­sone. I comizi vanno avanti fino a pome­rig­gio inol­trato. Dopo la mani­fe­sta­zione la rivolta di Reg­gio si sgon­fia, fino a cessare.
QUE­STO INTER­VENTO INE­DITO È STATO RECU­PE­RATO UN MESE FA DALL’AAMOD, L’ARCHIVIO AUDIO­VI­SIVO DEL MOVI­MENTO OPE­RAIO E DEMOCRATICO.
Salu­tiamo la deci­sione con cui i sin­da­cati sono venuti in que­sta città per fare pro­prio qui, a Reg­gio Cala­bria, il discorso dell’unità da costruire con le grandi masse dise­re­date del Mezzogiorno.
Sap­piamo che i sin­da­cati hanno vis­suto grandi espe­rienze in que­sti anni e hanno rea­liz­zato con­qui­ste che sono state essen­ziali per tutti noi, per tutta la demo­cra­zia del nostro paese. Hanno riaf­fer­mato una pre­senza nella fab­brica, nella grande fab­brica moderna da cui li aveva ricac­ciati fuori la repres­sione padro­nale, hanno costruito per tutti stru­menti nuovi di cono­scenza, di lotta, di inter­vento, di potere che hanno accre­sciuto il patri­mo­nio sto­rico gene­rale del nostro paese; hanno fatto cre­scere orga­ni­smi ori­gi­nali di demo­cra­zia di base quali il nostro paese non aveva conosciuto.
Que­sto è il grande balzo che è stato rea­liz­zato nelle lotte degli anni Ses­santa; ma a me sem­bra che il valore grande della Con­fe­renza sta nel fatto che i sin­da­cati ven­gono qui a dire che que­sto grande balzo rag­giunto non basta, se non trova col­le­ga­mento col Mez­zo­giorno. Sì, col Mez­zo­giorno, inteso non già come «oggetto» della lotta, ma come pro­ta­go­ni­sta neces­sa­rio: come com­par­te­cipe e costrut­tore della bat­ta­glia gene­rale che deve essere com­bat­tuta per un nuovo tipo di svi­luppo.
C’è una tra­di­zione antica del movi­mento ope­raio e sin­da­cale: ha ope­rato sem­pre per col­lo­care la lotta di fab­brica, la lotta di cate­go­ria, nel qua­dro più gene­rale di una bat­ta­glia sociale per il pro­gresso, per la libertà, per l’emancipazione dei lavo­ra­tori.
Ebbene oggi sem­bra a me che que­sto sin­da­cato cerca la forma nuova che deve tro­vare que­sta tra­di­zione. Esso, lo ricor­da­vano tutta una serie di inter­venti, si trova di fronte a una linea con cui il blocco domi­nante, inca­pace di dare una rispo­sta alla crisi che scuote il paese, ricorre non solo alla repres­sione, ma mira a spin­gere le masse sfrut­tate cia­scuna nel pro­prio guscio, nella gab­bia della cate­go­ria, del muni­ci­pio, della clien­tela, nell’inganno della guerra tra i poveri e della corsa cor­po­ra­tiva. E lo fa per fran­tu­mare le forze, per sca­vare un fos­sato tra la fab­brica di Torino e la città di Reg­gio, per ren­dere l’una e l’altra inca­paci di cam­biare l’assetto generale.
Per­ciò mi sem­bra di grande impor­tanza per tutte le forze di pro­gresso del nostro paese il fatto che que­sta Con­fe­renza abbia respinto que­sta pro­spet­tiva, e venga a dire che il sin­da­cato uni­ta­rio vuole essere oggi non solo l’organizzazione di un numero limi­tato di occu­pati, ma un’organizzazione più vasta e com­plessa, che sap­pia costruire un’unità di popolo, una comu­nione di lotta fra lavo­ra­tori disoc­cu­pati e lavo­ra­tori occu­pati, tra Nord e Sud. E qui io trovo una dif­fe­renza di fondo con tanti che ven­gono a Reg­gio e nel Mez­zo­giorno a ripe­tere vec­chie cose. Il sin­da­cato viene qui non a pro­met­tere regali impos­si­bili o solu­zioni mira­co­li­sti­che, ma a rin­no­vare qual­che cosa del suo modo di essere e dice aper­ta­mente che si vogliono supe­rare limiti ed errori e che si vuole com­piere una cor­re­zione, dicia­molo pure, che si vuole por­tare avanti un’autocritica.
Io sento in que­sto il fatto di grande por­tata che sta dinanzi al Mez­zo­giorno con que­sta Con­fe­renza. E capi­sco la rab­bia di chi ha una paura folle che que­sto discorso arrivi alle masse. Usano il tri­tolo e la pro­vo­ca­zione per­ché temono che que­sta pro­po­sta nuova del sin­da­cato arrivi fra la povera gente del Mez­zo­giorno tra grandi masse e i diseredati.
Ma ecco allora il tema, ecco allora la domanda: come rispon­de­ranno le forze orga­niz­zate del Mez­zo­giorno? E non penso solo alle masse: penso anche alle forze del ceto medio meri­dio­nale, alla cul­tura meri­dio­nale, alle assem­blee elet­tive, alle forze orga­niz­zate che qui si tra­va­gliano oggi con que­sta crisi pro­fonda della società e si tro­vano di fronte al fal­li­mento delle vec­chie poli­ti­che che ave­vano pro­messo sal­vezza al Mezzogiorno.
Come rispon­de­ranno le forze poli­ti­che meri­dio­nali e nazio­nali a que­sta pro­po­sta nuova? Io sento che que­sto impe­gno del sin­da­cato chiama anche i par­titi a riflet­tere, a cam­biare qual­che cosa del loro modo di essere. E per parte nostra voglio dire subito che noi non pen­siamo mini­ma­mente come comu­ni­sti di sca­ri­care sulle spalle del sin­da­cato solo il peso e la respon­sa­bi­lità, sia della rifles­sione auto­cri­tica sia della ricerca delle vie nuove da battere.
E vor­rei essere chiaro: noi abbiamo sem­pre respinto, com­pa­gni lavo­ra­tori, la for­mula som­ma­ria che ingloba tutti e tutto nel ter­mine ambi­guo e sba­gliato di classe poli­tica. Lo abbiamo fatto non già per sfug­gire al discorso, ma per­ché que­sto con­cetto rischia di fare tutte le vac­che nere nella notte: per­ché non porta a vedere le respon­sa­bi­lità e i passi in avanti da com­piere. E così dico aper­ta­mente che non accet­te­rei una visione che metta sullo stesso piano chi ha gover­nato e chi è stato all’opposizione, chi è stato con Agnelli e con Pirelli e chi ha sfi­dato e ha pagato per la repres­sione di Agnelli e di Pirelli, chi ha difeso e difende ancora oggi la ren­dita fon­dia­ria come accade con la scan­da­losa legge sui fitti agrari, e chi invece ha lot­tato qui e altrove in prima fila con­tro l’agrario per il mez­za­dro, per il colono, per il col­ti­va­tore diretto.
Ma con­tem­po­ra­nea­mente sento che il discorso con­te­nuto in que­sta Con­fe­renza chiama anche noi, chiama anche il mio par­tito, chiama anche i par­titi ope­rai e popo­lari, a far com­piere un passo in avanti al loro rap­porto con le masse. E in un senso molto pre­ciso: il tipo di obiet­tivi che si pre­sen­tano oggi al movi­mento ope­raio e popo­lare, le riforme per cui com­bat­tiamo, non con­sen­tono più una lotta di massa che si esprima solo come pres­sione, anche forte ma gene­rica, per una media­zione poli­tica che poi si svolge al ver­tice. No, tutta l’esperienza vis­suta, sof­ferta in que­sti anni, ci dice che la rina­scita del Mez­zo­giorno la con­qui­sta della piena occu­pa­zione, la valo­riz­za­zione delle risorse, la qua­li­fi­ca­zione del lavoro, potranno rea­liz­zarsi solo se muterà qual­che cosa nella qua­lità del potere, nel modo con cui sono orga­niz­zate le masse, nell’organizzazione stessa dello Stato. Per­ciò noi comu­ni­sti non abbiamo mai cre­duto a incen­tivi o a prov­vi­denze cadute dall’esterno e dall’alto, che lascia­vano intatto il vec­chio sistema di potere e anzi ali­men­ta­vano la rete del sottogoverno.
Dob­biamo guar­dare in fac­cia la realtà. Certo, è fal­lito nel Mez­zo­giorno il sistema clien­te­lare e nota­bi­lare più o meno ram­mo­der­nato con le forme e con gli stru­menti del capi­ta­li­smo di Stato che ha fatto cen­tro attorno al par­tito della Demo­cra­zia Cri­stiana; ma dob­biamo dirci che è fal­lito anche il diri­gi­smo dei tec­no­crati che restano den­tro la vec­chia mac­china di potere, al di fuori e al di sopra delle masse e della lotta.
Que­sto vuol dire che abbiamo biso­gno, nella pra­tica dei par­titi ope­rai e popo­lari, di liqui­dare com­ple­ta­mente non solo le forme aperte ma anche quelle più sot­tili, di sovrap­po­si­zione dall’alto di solu­zioni non vis­sute dalle masse e con le masse. Certo, la lotta riguarda lo Stato e per­ciò non ci può bastare lo spon­ta­nei­smo: c’è biso­gno di orga­niz­za­zione, cosciente e capace di coor­di­narsi, ma non di orga­niz­za­zione di appa­rati di nota­bili o anche di media­tori illu­mi­nati, bensì di orga­niz­za­zione che fac­cia attive e pre­senti le masse. Che sap­pia affron­tare il grande tema sto­rico di come fare con­tare, pesare, deci­dere i grandi strati dispersi e poveri delle popo­la­zioni meri­dio­nali; di come biso­gna inven­tare le forme nuove e ori­gi­nali di que­sta par­te­ci­pa­zione così come tutto quanto il movi­mento ope­raio e popo­lare ita­liano ha saputo costruire le forme ori­gi­nali nuove di pre­senza den­tro la fab­brica, i con­si­gli dei dele­gati, le assem­blee di massa, la vita della demo­cra­zia di base.
Per que­sto noi forza poli­tica ope­raia e popo­lare abbiamo biso­gno del dia­logo e del con­fronto con il sin­da­cato. E qui lascia­temi riba­dire: non ci inte­res­sano sin­da­cati satel­liti. Non ci inte­ressa un sin­da­cato subal­terno a que­sto o a quel par­tito, inca­pace di far fronte al suo com­pito storico.
Ci inte­ressa che cam­mini la costru­zione auto­noma di una grande orga­niz­za­zione uni­ta­ria e che cam­mini nelle forme pro­prie che si è data, con le forme sue ori­gi­nali di demo­cra­zia di base. Ma pro­prio per­ché cre­diamo in una unità sin­da­cale che non sia com­pro­messo tra sin­da­cati subal­terni, pro­prio per­ché cre­diamo in un pro­cesso uni­ta­rio che si fondi sulla par­te­ci­pa­zione delle masse, pro­prio per que­sto rite­niamo che que­sta cre­scita auto­noma del sin­da­cato non possa por­tare alla lon­ta­nanza e al silen­zio reci­proco, ma debba por­tarci al dia­logo e al con­fronto tra sin­da­cati e forze politiche.
E qui voglio aggiun­gere un’ultima con­si­de­ra­zione. Non credo, e lo dico fran­ca­mente, ad una sepa­ra­zione delle parti, per cui i sin­da­cati orga­niz­zano la lotta delle masse e all’ultimo, quando si pre­senta il momento degli sboc­chi legi­sla­tivi e par­la­men­tari entrano in campo i par­titi – quasi che le forze poli­ti­che fos­sero puri gestori dell’azione par­la­men­tare e basta. Se si tratta di costruire que­ste forme nuove di potere demo­cra­tico dif­fuso, che abbia que­sta con­ti­nuità e que­sta forza pene­trante, allora vuol dire anche che il con­fronto tra sin­da­cati e forze poli­ti­che non può avve­nire all’ultim’ora e al momento dello sbocco di ver­tice, ma deve avve­nire già nel vivo della costru­zione del movi­mento di lotta. Que­sta è la visione del dia­logo che noi abbiamo: reci­proca ric­chezza nell’autonomia.

Per­ciò vi rin­gra­ziamo di averci invi­tato a par­te­ci­pare a que­sta Con­fe­renza. Le piat­ta­forme vostre, le forme di lotta, la cre­scita di que­sto sin­da­cato nuovo che cerca un grande con­tatto con le grandi masse di dise­re­dati, li sen­tiamo come parte essen­ziale della nostra rifles­sione e della nostra ricerca, li sen­tiamo come qual­cosa che ci aiuta, che ci chiama in discus­sione e ci sospinge a raf­for­zare il nostro impe­gno crea­tivo nella bat­ta­glia comune per cam­biare il volto del nostro paese.
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