sabato 28 marzo 2015

“DALLE TETTE DI ZIA CAROLINA AL POLLAIO DI BARBAPAPÀ: IO SONO NESSUNO”

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“DALLE TETTE DI ZIA CAROLINA AL POLLAIO DI BARBAPAPÀ: IO SONO NESSUNO” (Silvia Truzzi)

1Anche i nonni hanno dei nonni. E dunque questa storia comincia molto tempo fa, in un mondo piccolo e povero, con il bracciante Giovanni Eusebio Pansa, che aveva avuto l’infelice idea di crepare a 38 anni mentre zappava un campo. Lasciando sua moglie Caterina, la leonessa, vedova con sei bambini da tirare su. “La più grande, mia zia Carolina, aveva dodici anni. E poi è diventata la ragazza con le tette più belle della città. Mia madre, che faceva la modista, diceva sempre: non c’è nessuna donna, nessuna ragazza che ha delle tette come quelle di zia Carolina. A onor del vero anche mia madre aveva delle gran tette”. Giampaolo Pansa – sull’uscio degli ottanta – ama definirsi un qualunquista qualunque, uno che al contrario della Perpetua manzoniana “non sa né ubbidire né comandare”. Di sicuro sa farsi odiare, da più parti: da destra per le radici, da sinistra per il tradimento. Di seguito ci saranno più incontri che scontri, “perché ho già detto tanto di tanti: non è bello ripetersi”. E siccome le grandi storie parlano sempre delle stesse cose – di madri e di padri, di amori e di odi – partiamo dai natali. Dalla fortuna di essere nato nel ‘35, “perché così ho visto la guerra”. E di esser nato lì, a “Casale Monferrato, una città di provincia tutta affacciata sul Po”.
Da che famiglia viene?
Mio padre Ernesto Pansa era un socialista non iscritto al partito, impiegato alle Poste telegrafi. Mio zio Francesco era l’unico comunista dei fratelli: sono cresciuti nella miseria più nera. Per dirti il carattere di Ernesto Pansa che aveva fatto la Grande guerra, quando tanti anni dopo gli ho chiesto ‘ma come ti sei trovato sotto le armi?’, mi ha risposto così: ‘Benissimo: l’esercito mi ha dato per la prima volta un cappotto e finalmente un paio di scarponi nuovi. Per la prima volta, sotto l’esercito, ho mangiato due volte al giorno, e c’era sempre un pezzo di carne oppure il baccalà. Ho mangiato il cioccolato, ho bevuto il cognac. E poi, per la prima volta, sono andato a donne nei bordelli militari della Terza armata. La prima volta è stato con una donna di quarant’anni, io ero un ragazzo. Però meglio che niente, mi ha svezzato’.
La mamma?
Te lo dico con un episodio, che donna era. Una domenica mattina, nel maggio del ’44, stavo sulla ringhiera di casa mia a giocare con mia sorella. Sentiamo il rombo delle bombe e ci spaventiamo a morte. Dico a mia madre: ‘Adesso dobbiamo morire’. Mia madre Giovanna aveva un senso dell’ottimismo fantastico, e mi risponde: ‘No, no Giampa – mi chiamava così – non dobbiamo morire, adesso dobbiamo mangiare le frittelle che ho appena cucinato’. La mamma era una donna pazzesca, forte, energica. Quando Passera è diventato amministratore delegato delle Poste, gli ho chiesto di avere il foglio stipendi di mio padre.
E com’era?
Diciamo che mia madre, con il suo negozio, guadagnava tre volte mio padre… Davanti alla boutique c’era un albergo, il Leon d’Oro: quando le prostitute avevano finito di scopare i contadini ricchi dei dintorni, uscivano dall’hotel con il portafoglio pieno e andavano subito a farsi un regalino nel negozio di mia madre. Così ho potuto studiare. Tornando alla guerra: ho visto le distruzioni dei bombardamenti, le case ormai senza muri, tutto a cielo aperto, si vedevano delle cucine pericolanti, delle camere da letto sfasciate. C’erano i feriti. Ma soprattutto facevano impressione i morti.
Quando ha deciso di fare il giornalista?
Quando ho fatto l’esame di terza media, con un anno di anticipo perché il magico maestro Dondero, padre di una delle più belle ragazze di Casale, era una specie di santo in terra e qualunque cosa lui dicesse veniva eseguita: una volta ha detto ai miei che ero talmente bravo che bisognava farmi saltare la quinta elementare. Quando ho fatto l’esame della terza media mio padre mi ha regalato una macchina per scrivere, una Underwood. Come il protagonista di House of cards. Ho imparato a scrivere subito. Ho cominciato sul giornale della mia città, Il Monferrato…
Però è arrivato molto giovane a La Stampa.
Nel ’59, dopo l’università. Mi sono laureato in Scienze politiche, con una tesi di 800 pagine, “Guerra partigiana tra Genova e il Po”. Ho preso 110, la lode e la dignità di stampa. Nel ’60 mi son messo a lavorare subito all’Istituto Feltrinelli per la storia del movimento operaio e socialista: c’era Laura Conti, che era un medico, ma stava facendo il censimento della stampa clandestina della Resistenza. Soprattutto ho vinto il premio Einaudi, ex aequo con Massimo Salvadori. C’è stata una grande cerimonia a Dogliani con un Luigi Einaudi ormai ex presidente, un signore piccolino, molto anziano, molto lucido. È stato l’ultimo discorso della sua vita. Escono, sull’evento, molti articoli, anche su La Stampa naturalmente. Con grande rilievo: c’era un fondo di Alessandro Galante Garrone, che era stato il primo dei miei professori a occuparsi della mia tesi. Così ho ricevuto un invito a presentarmi al direttore de La Stampa, Giulio De Benedetti, nel novembre del ’60.
Il colloquio andò bene.
De Benedetti aveva settant’anni, un signore ebreo. Mi ricordo che raccontava sempre: ‘Quando ho intervistato Hitler alla fine degli anni Trenta, era così coglione che non si è accorto nemmeno che a intervistarlo c’era un ebreo’. Quella prima volta mi disse: ‘Ho deciso di assumerla. Quanto guadagna oggi?’. E io: ‘Guadagno 59 mila lire al mese’. Lui cercò di convincermi: ‘Venire a Torino con moglie al seguito per 59 mila lire al mese è un po’ poco. Facciamo 100 mila’. Io ho fatto una smorfia che De Benedetti ha interpretato come una smorfia di scontento. Mi ha ringhiato contro: ‘Questi giovani non sono mai soddisfatti! Vabbè, facciamo 120’. Essere molto giovane all’inizio degli anni Sessanta e anche Settanta mi ha regalato una cosa che voi giovani di oggi non avete più. I giornali, i quotidiani, soprattutto i grandi quotidiani andavano a gonfie vele. Non esisteva la televisione. La pubblicità – era cominciato già il boom nel ’55 – affluiva tutta sui quotidiani. E il risultato era che i quotidiani pagavano ottimi stipendi. Veramente ottimi stipendi. Non solo, ma se vedevano che in un altro giornale più grosso del loro c’era qualche ragazzo, qualche pulèn, qualche giovane sveglio, lo cercavano per assumerlo.
Ha cambiato molti giornali, dopo.
Otto testate. Come dicevamo ho cominciato a La Stampa. Poi sono andato al Giorno, poi ancora a La Stampa. Poi al Messaggero, al Corriere della Sera, a Repubblica, all’Espresso, al Riformista e a Libero. Però mi sono sempre divertito. Nel ’64 ricevo una telefonata di Giorgio Bocca – non eravamo ancora alle rotture cosmiche, dovute a Il Sangue dei vinti – che mi dice, con quella sua aria da cuneese burbero: ‘Guarda che Pietra ti vuole prendere per fare l’inviato in Lombardia’. Pietra l’avevo conosciuto al Premio Einaudi. Quando mi riceve mi dice: ‘Ti faccio inviato speciale . Preferisci essere mandato a Voghera, perché la banca di Varzi è fallita, o nel Golfo del Tonchino?’, dove è cominciata poi la guerra in Vietnam. Non sono mai stato furbo, però ho avuto fortuna e ho detto: ‘Direttore dove vuole lei. Ma se fosse per me io andrei a Voghera’. Pietra, soddisfatto: ‘Se tu mi avessi detto nel Golfo del Tonchino non ti avrei assunto’. Sono sbiancato, perché ho pensato che per un pelo non mi ero giocato il posto. Quindi sono andato lì, ho fatto l’inviato. Mi hanno messo al seguito di Guido Nozzoli, che era un inviato solido, sperimentato, partigiano della Garibaldi in Romagna. Poi sono tornato a La Stampa, perché aveva cambiato direttore e Ronchey mi voleva a tutti i costi, sfidando la legge.
Quale legge?
C’era una legge non scritta, che chi andava via volontariamente da La Stampa non poteva più tornarci.
Poi c’è stato un intermezzo al Messaggero.
Meno di un anno: Giorgio Fattori, che era un inviato di grande rango de La Stampa era andato lì a fare il condirettore. Ci eravamo trovati in una situazione assurda: uno dei proprietari, Ferdinando Perrone, aveva la figlia in Potere operaio e dicevano che era coinvolta nel delitto dei fratelli Mattei… Una vita pazzesca! Uno dice: hai fatto la vita dell’impiegato. No, cazzo, non ho fatto la vita dell’impiegato. Mi sono divertito anche. Abbiamo fatto il Messaggero, poi entrambi abbiamo preso altre strade. Lui è tornato a La Stampa e poi è diventato direttore prima di Arrigo Levi. E io, uscito di lì, sono approdato al Corriere. Sono andato in via Solferino nel ’73 e lì sono rimasto fino al ’77, quando Piero Ottone, con cui avevo un patto, se ne è andato via. Da due anni Barbapapà Scalfari e Caracciolo volevano che passassi a Repubblica e ho detto sì: per quasi un anno ho fatto l’inviato, per le faccende interne, poi sono diventato uno dei vicedirettori. Ci sono stato la bellezza di 16 anni. Dopodiché ne ho fatti altri 17 all’Espresso: 33 anni con quelli lì.
Intanto ha scritto un sacco di libri anche.
Quando era ancora vivo Mario Formenton, che grazie al matrimonio con Cristina era diventato un manager importante della Mondadori, una volta alla settimana invitava i giornalisti alla Pantera Rosa, un ristorante che oggi non c’è più, davanti alla Statale. Lì io ho incontrato Erich Linder, che era il numero uno degli agenti letterari italiani. Mi ha detto: ‘Vedo, Pansa, che lei pubblica molti libri. Posso darle un suggerimento? Non prenda mai un agente, perché le porta via il 10 per cento e serve a poco. Ma soprattutto il mio consiglio è di pubblicare sempre, tanto, perché la costruzione di un autore di libri è una cosa impegnativa, richiede continuità. Bisogna scrivere tutti gli anni, un libro almeno ogni anno’. E questo ho fatto, ne ho pubblicati circa 60.
Veniamo al sodo: nel 2003 esce Il sangue dei vinti e succede un gran casino. Il tema però non era inedito. Per dire: Cassola scrive La ragazza di Bube alla fine degli anni Cinquanta. Giorgio Pisanò negli anni Sessanta pubblica la Storia della guerra civile. Perché all’alba del millennio s’infiamma di nuovo il dibattito, volano parole grosse e le danno del traditore?
Non ero un romanziere e non appartenevo alla destra. Ero un signore che lavorava per dei giornali, si sarebbe detto allora, democratici. Perché La Stampa era un giornale di laici democratici antifascisti. La Stampa era così, Il Messaggero è stato così, Il Giorno era così, Repubblica era così. L’Espresso era così. E invece io no, non ero così. Io non ero nessuno. Cioè, io ancora oggi non mi ritengo nessuno. Perché ho fatto quel libro? Vuoi saperlo?
Naturalmente.
L’anno precedente, sempre per la Sperling & Kupfer, avevo pubblicato I figli dell’aquila. Ero partito da una considerazione: per fare una guerra civile bisogna essere in due. E se sono due, c’è uno che ragiona rosso e l’altro che ragiona nero. Uno vince e l’altro perde. Possibile? Sono stato molto incoraggiato dalla mia compagna, Adele Grisendi, ex dirigente della Cgil, autrice di libri sulle ragazze degli anni Sessanta e Settanta. Quindi una signora di sinistra: oggi non oso nemmeno più domandarle se lo sia ancora. Volevo raccontare la storia di un ragazzo che invece di andare a fare il partigiano, è andato a fare il repubblicano. No no, non fare quella faccia: non il repubblichino, repubblichino è una parola dispregiativa. È come dire partigianino. Il libro non era piaciuto agli editor democratici, anche se aveva pagato le loro tredicesime, però aveva avuto un gran successo. Da lì è venuta l’idea del Sangue dei vinti, che in tutto ha venduto quasi un milione di copie. Da allora non posso uscire di casa senza incontrare persone che mi avvicinino. Penso sempre: speriamo che non mi tirino un cazzotto in faccia. La maggior parte però mi dice grazie.
La Resistenza, combattuta da pochissimi, è stata usata da molti dopo in maniera del tutto strumentale, come bandierina per far finta di aver vinto la guerra. La colpa è del Duce e del Re.
Tutto il racconto della guerra civile italiana, della Resistenza, del partigianato, chiamiamolo della guerra interna, chiamiamola come ci piace, era monco, perché finiva il 25 aprile. Ma è come se la storia del Terzo Reich non prevedesse il racconto del processo di Norimberga. Le verità vengono fuori dopo, così come le magagne di un evento storico. Renzi, per esempio, si capirà bene che cosa ha fatto quando cadrà. Perché prima o poi cadrà.
Torniamo un attimo ai giornali: molti quotidiani, molti direttori.
Tanti che non si occupavano affatto del giornale… La grande lezione di Scalfari è che il direttore di un giornale, specie di un giornale che ha bisogno di crescere, deve pensare al giornale 24 ore al giorno. E deve viverci dentro almeno 12 o 13.
Avrebbe voluto fare il direttore?
Ho sempre rifiutato, non me ne importava nulla. Fare il direttore oggi è il mestiere più terribile del mondo perché sei alle prese con una crisi terribile, la crisi delle edicole e della carta stampata. Non li invidio, poverini.
I suoi giudizi sul giornalismo di sinistra, penso al gruppo Espresso, sono stati molto duri.
Conosco bene i polli di quel pollaio, perché ci sono stato dentro più di trent’anni: attenzione, qui siamo al servizio militare portato all’estremo… Però ci sono dei giornalisti eccellenti: Ezio Mauro è il primo di tutti, grande cronista, grande inviato, uomo pronto. Sono stato a Repubblica e in parte anche all’Espresso nella cosiddetta fase libertina di Scalfari. Eugenio sosteneva che tutti – i quotidiani, ma soprattutto i settimanali – devono essere ‘libertini’. Che devono essere pronti a smentirsi, non deve valere il pensiero unico.
È ancora così a Repubblica, secondo lei?
Certo che no, è diventata una caserma. Basta vedere queste manifestazioni che fa in giro per l’Italia, l’ultima l’ha fatta a Udine. Siamo al partito della nazione come vuole Renzi? Anche Renzi vorrebbe ridurci al pensiero unico, ma non ci riuscirà perché gli italiani sono anarchici, e gli piace essere comandati da un uomo dal polso duro. Però poi si stufano.
Renzi ci vuole portare al suo non-pensiero politico, che è un’altra cosa.
Il premier è un bluff: purtroppo nella palude, nel vero senso della parola, della politica italiana di oggi lui giganteggia. È il nuovo leader della destra, lo dico in questo ultimo libro che è uscito per Rizzoli, La destra siamo noi. Deve solo imparare a fare i discorsi da un balcone… È arrogante, disprezza chi non la pensa come lui. Renzi è un parolaio bianco, speriamo non diventi nero. Circondato da troppe persone inesperte, amici degli amici degli amici. In politica la forma è sostanza. Mi ricorda una vecchia battuta su cui Forattini aveva costruito una vignetta, che diceva ‘Quando il sole è al tramonto anche l’ombra del nano si allunga’: il disegno riguardava Fanfani. Però pensaci un po’ bene: quando il sole è al tramonto anche l’ombra del nano si allunga…
Tutto cambia o tutto resta uguale?
Guardiamo il risultato delle elezioni in Francia. Le Pen ha vinto o perso non si sa, forse non ha vinto, o forse non ha perso. Chi avrebbe detto però che Sarkozy, con tutta la Carlà e ‘ste balle qua e i soldi e gli scandali, sarebbe uscito primo partito? Cambia tutto, e quindi è cambiata anche la politica. La politica dalle nostre parti, con le sue varie declinazioni – sinistra, centro, destra – ci racconta una cosa: sostanzialmente l’Italia è un Paese moderato. Sennò non avrebbe accettato per vent’anni la balena bianca democristiana. È vero anche che gli italiani sono un popolo un po’ anarchico, non amano ubbidire, gli piace essere comandati e possono anche fingere di obbedire, però in fondo non gli va: è una cosa che Renzi non ha ancora capito. La gente è stufa dei politici ganassa, vedremo cosa succederà quando gli italiani si renderanno conto che la grande ripresa non c’è, che soprattutto sta nascendo un modo di far politica accentratore… Ma scusa, questo è andato dal presidente della Repubblica a dire: adesso tengo io l’interim del ministero delle Infrastrutture. Ma siamo pazzi?
E il giornalismo è peggiorato?
Come la scuola, la politica, i costumi, i caratteri. L’Italia è un Paese in declino. Noi siamo cresciuti in un Paese in ascesa, dove tutti venivamo da posizioni di partenza più o meno difficili.
Le imputano di essere un voltagabbana.
Per voltarla, bisogna avercela una gabbana. Non ne ho mai avute. Un giorno Salvemini, parlando dei giudici della sua generazione, ha detto: se mi accusassero di aver rubato il Duomo di Milano scapperei in Svizzera. Se accusassero Pansa di aver rubato il duomo di Milano, ecco io aspetterei che mi venissero a prendere.
In quest’intervista non ha sparato contro nessuno. Come mai? Redento?
Ho già detto quello che dovevo, e spesso. Scrivo un Bestiario tutte le settimane. Mica posso fare il ganassa, ci pensa già Renzi. Sono diventato una vecchia tartaruga, possono tirarmi tutte le sassate che vogliono. Quando è uscito Il sangue dei vinti, a cominciare dall’illustre compagno Giorgio Bocca, hanno detto perfino che volevo fare un piacere a Berlusconi che così mi avrebbe fatto direttore del Corriere. Figuriamoci.

In una delle sue ultime interviste, parlando a questo giornale, Giorgio Bocca ha detto che stava diventando sempre più cristiano. Lei è credente?
Ogni volta che comincio un libro, mi dico: speriamo che il Padreterno me lo faccia finire. Sono stato battezzato, cresimato, ho fatto il chierichetto. Ma non sono credente. Però non sono nemmeno ateo. Te lo ripeto: non sono nessuno.

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