martedì 3 marzo 2015

Derivati, banche favorite: il Tesoro non dà i numeri

Derivati, banche favorite: il Tesoro non dà i numeri (Marco Palombi).

DraghiDOPO IL REGALO A MORGAN STANLEY.
Lo Stato italiano fece abbastanza per non regalare due miliardi e mezzo di euro a Morgan Stanley nel 201a, quando la banca d’affari Usa decise unilateralmente di “chiudere” un derivato aperto nel 1994? È una domanda che si pone anche la Procura di Trani, che ha istruito il processo alle agenzie di rating Standard & Poor’s e Fitch, accusate di aver manipolato il mercato e scatenato la speculazione contro l’Italia (il dibattimento riprende giovedì: né palazzo Chigi, né il Tesoro sono parte civile).   LA VICENDA è nota. Morgan Stanley aveva stipulato un contratto di finanziamento con l’Italia nel 1994: a palazzo Chigi c’era Lamberto Dini, alle Finanze Augusto Fantozzi, al Bilancio Rainer Masera e lo stesso Dini governava il Tesoro, il cui direttore generale era Mario Draghi, attuale governatore della Bce. Per motivi mai spiegati, il contratto prevedeva una clausola di uscita unilaterale per la controparte privata: se qualcosa andava male, la banca poteva chiedere di rientrare prima della scadenza, lo Stato italiano invece no.
È esattamente quello che successe a fine 2011: le agenzie avevano declassato il rating del debito italiano in estate (compresa, a settembre, S&P, che è controllata da McGraw Hill, colosso finanziario tra i cui azionisti c’è proprio Morgan Stanley) e a New York rivolevano i loro soldi. Li ebbe dal governo di Mario Monti, che era subentrato a Silvio Berlusconi a novembre: 2,5 miliardi di perdita.   Qui si incunea l’inchiesta di Trani che adombra conflitti di interessi tra Standard & Poor’s e l’azionista banchiere, come pure una certa inerzia del Tesoro italiano. Non ci si poteva difendere in qualche modo da questa clausola? Maria Cannata – che governa la complessa macchina del debito pubblico italiano dal lontano 2000 – ha spiegato ai pm lo scorso maggio che no, non si poteva: “Il mercato non capirebbe una cosa così: reputazionalmente sarebbe deleterio. È come ricusare un giudice”.  In sostanza, sostiene Cannata, il contratto metteva la pistola in mano a Morgan Stanley: i banchieri Usa l’hanno semplicemente usata quando hanno voluto. Contestare gli accordi avrebbe significato solo non ottenere più prestiti sul mercato: chi si fida di uno che ricusa le clausole di un contratto addirittura 17 anni dopo la firma?   Il ragionamento, va detto, non fa una piega e collima con quanto detto dalla stessa Cannata in Parlamento durante un’indagine conoscitiva sui derivati: la perdita sarebbe stata maggiore se all’epoca il Tesoro non avesse negoziato al suo meglio, ha spiegato ai deputati della commissione Finanze.   OGGI QUEL TIPO di clausole unilaterali a favore della banca, sostiene la dirigente del Tesoro, non esistono più, ma “ciò non vuol dire che, su singole posizioni, non ci sia qualche clausola di chiusura anticipata, ma si tratta sempre di clausole cosiddette mutual, ovvero esercitabili da entrambe le parti”.   Dall’inizio del 2011 a oggi, comunque, il numero di operazioni con clausole di questo tipo è stato ridotto: da 35 si è arrivati a   13. “Solo in due casi – dice Cannata – è avvenuto l’esercizio da parte della controparte: giugno e dicembre 2014”. Chi ha chiuso i due derivati e quanto ci è costato? Non si sa, il Tesoro non fornisce particolari su singoli contratti. Si sanno, però, le date di scadenza delle clausole residue: una nel 2015, una nel 2016, due nel 2018, le altre dal 2023 in poi. E si sa pure che il valore di mercato totale dei derivati: è negativo per quasi 40 miliardi.
Da Il Fatto Quotidiano 

Nessun commento:

Posta un commento