giovedì 5 marzo 2015

EDITORIALE Il bollino dell’antimafia

da il manifesto
EDITORIALE

Il bollino dell’antimafia

Roberto Helg, un impren­di­tore, com­mer­ciante già fal­lito e in cat­tive acque, viene eletto alla pre­si­denza della Camera di com­mer­cio di Palermo: quanto a titoli di merito siamo messi male. Sele­zio­nato per quella carica va a parare come vice­pre­si­dente nel cda della Gesap che gesti­sce l’Aeroporto «Fal­cone e Bor­sel­lino» di Palermo e qui, giorni or sono viene inca­strato dai Cara­bi­nieri men­tre incassa una prima tran­che di maz­zetta su un totale di 100mila euro pat­tuiti per il rin­novo di un con­tratto per una pastic­ce­ria che opera nello scalo: estor­sione senza se e senza ma. Poco prima si era venuto a sapere che un altro espo­nente con­fin­du­striale anti­ma­fia doc, Anto­nello Mon­tante, dele­gato per Con­fin­du­stria Sici­lia all’Expo di Milano, era inda­gato per con­corso esterno. Non si sa nulla di spe­ci­fico su que­sto caso e per­tanto biso­gnerà atten­dere l’esito delle inda­gini: rimane però il fatto della pesante accusa.
I due, ma non solo loro, sono stati sem­pre impe­gnati in una fre­ne­tica atti­vità di pro­pa­ganda anti­ma­fia, con inter­venti pub­blici, sot­to­scri­zione di patti di lega­lità, codici etici, deca­lo­ghi com­por­ta­men­tali, con pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni, comi­tati ed altro. Vi è da rile­vare come siano sorti ormai in Sici­lia e altrove vari cen­tri di «cer­ti­fi­ca­zione anti­ma­fia» con improv­vide con­ces­sione di «bol­lini» da affig­gere all’esterno di atti­vità com­mer­ciali e indu­striali per atte­starne l’estraneità al feno­meno del pizzo o della tan­gente. A que­sto punto c’è da chie­dere, chi vigila i vigi­lanti? Vi è, ovvia­mente, una corsa al bol­lino o alla cer­ti­fi­ca­zione che, il più delle volte, ven­gono con­cessi sulla base di una auto­cer­ti­fi­ca­zione non anco­rata a fatti spe­ci­fici di con­tra­sto ai feno­meni estor­sivi: se è così sem­plice iscri­versi all’antimafia, per­ché non farlo spe­cie se poi puoi tran­quil­la­mente con­ti­nuare a pagare il pizzo o sog­gia­cere muto all’estorsione?
Non me ne vor­ranno i let­tori del Mani­fe­sto se, pro­prio su que­sto punto, ho già ripor­tato un aned­doto nel numero del 6 luglio 2011 inti­to­lato «Le gang del par­tito degli one­sti». Traevo spunto da un appello che in quei giorni il neo segre­ta­rio del Pdl Ange­lino Alfano (ora mini­stro dell’interno) aveva rivolto ad una pla­tea festante di dele­gati del par­tito ai quali pro­po­neva di fon­dare nien­te­meno che un «Par­tito degli onesti».
La memo­ria mi era corsa a Enea Cava­lieri che nel 1876 nella intro­du­zione all’Inchiesta in Sici­lia di Son­nino e Fran­chetti così scri­veva: «Nel frat­tempo le agi­ta­zioni e le accuse par­ti­giane, ina­sprendo le già pro­fonde diver­genze sui metodi del Governo, ave­vano piom­bato sem­pre peg­gio il Paese e il Par­la­mento nella con­fu­sione e nell’irrequietezza; ed Erne­sto Nathan, nostro caro amico personale…obbedendo a con­cetti etici in lui pro­fon­da­mente radi­cati, pub­bli­cava in opu­scolo un appello per costi­tuire una Lega degli one­sti, la quale doveva far argine con­tro gli intri­ghi ed i fini loschi dei poli­ti­canti di mestiere. Per discu­tere sull’opportunità di asso­ciarsi a lui, Leo­poldo Fran­chetti mi invitò con Sid­ney Son­nino ad un con­ve­gno ospi­tale nella sua dimora di Firenze. Le dispo­si­zioni dei miei amici erano favo­re­voli: ma io obiet­tai subito che era pro­getto poco pra­tico, paren­domi chiaro che i meno one­sti sareb­bero stati i più fret­to­losi a voler far parte della Lega, men­tre poi non vedevo come si potesse riu­scire a respingerli».
Detto per inciso, saranno pro­prio Alfano e il suo par­tito ad esco­gi­tare allora scudi pro­tet­tivi per Ber­lu­sconi, pre­scri­zioni brevi, depe­na­liz­za­zione del falso in bilan­cio ed altre por­che­rie simili, men­tre oggi fanno muro con­tro tutto ciò che potrebbe ripor­tare quei prov­ve­di­menti alla nor­ma­lità costi­tu­zio­nale, ad un bri­ciolo di mora­lità nella vita pub­blica deva­stata dalla cor­ru­zione.
Leo­nardo Scia­scia con i suoi «pro­fes­sio­ni­sti dell’antimafia» aveva cen­trato il pro­blema anche se poi aveva cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato gli esempi indi­can­doli allora in Leo­luca Orlando sin­daco di Palermo e Paolo Bor­sel­lino: sugli esempi fece ammenda, ma man­tenne ferma la dia­gnosi.
I bol­lini, le auto­cer­ti­fi­ca­zioni, gli elen­chi incon­trol­lati e incon­trol­la­bili degli anti­ma­fiosi doc sono ormai ciar­pame e biso­gna vol­tare pagina riap­pro­prian­dosi di una qual­che serietà nella scelta di esempi di anti­ma­fia vera, scelta fon­data sulla prassi, sui com­por­ta­menti che inci­dono real­mente in que­sta opera di con­tra­sto. Una indi­ca­zione ci potrebbe venire da quelle asso­cia­zioni anti­rac­ket che riu­ni­scono impren­di­tori che hanno denun­ciato gli estor­sori e hanno con­sen­tito con­danne in tri­bu­nale: in buona sostanza riva­lu­tare al mas­simo l’esperienza – ormai nazio­nale – di Tano Grasso e del suo movi­mento di Capo d’Orlando, e su que­sti eroi pro­fon­dere sostengo e risorse.

Qui le cose non vanno bene, come rac­con­tano le cro­na­che di impren­di­tori che, dopo la denun­cia, si vedono tagliare i fidi ban­cari, sce­mare le com­messe e, costretti a fal­lire o andar­sene altrove, dimo­strano a tutti che la mafia ha vinto e lo Stato ha perso. C’è un fiume di denaro che scorre nei conti di tanti comi­tati anti­ma­fia e mai si tro­vano risorse per aiu­tare fino in fondo que­sti poveri impren­di­tori e com­mer­cianti dalle vite distrutte. Ben ven­gano le inchie­ste della Com­mis­sione par­la­men­tare anti­ma­fia, meno bene ven­gano i ser­moni con­fin­du­striali se poi non sono in grado di ripu­lire i loro ran­ghi infetti prima che inter­ven­gano giu­dici e forze di poli­zia, per­ché è troppo sem­plice cac­ciare la mela mar­cia dopo una con­danna o un’ordinanza di custo­dia cau­te­lare.
Si cam­bierà verso? Per ora il pen­siero di Enea Cava­lieri e Leo­nardo Scia­scia resta l’unico valido e ci riem­pie di tri­stezza e di paura.

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