domenica 1 marzo 2015

EDITORIALE Lavoro e austerità, l’inganno delle politiche neoliberiste

da il manifesto
EDITORIALE

Lavoro e austerità, l’inganno delle politiche neoliberiste

Industria. Il fattore che più allontana investimenti, produttivi e causa disoccupazione sono le delocalizzazione. Nel 1990 in Italia gli investimenti all’estero rappresentavano il 5,3% del Pil, nel 2013 sono balzati al 29%
Conti­nua ad essere pro­pa­gan­dato il credo per cui la mag­giore fles­si­bi­lità pos­si­bile, sia in entrata che in uscita nel e dal mer­cato del lavoro, ovvero mag­giore pre­ca­rietà e libertà quasi totale di licen­zia­mento, favo­ri­reb­bero mag­giori inve­sti­menti nelle atti­vità pro­dut­tive, all’interno e dall’estero, con la con­se­guenza di un amento dell’occupazione.
I fatti dimo­strano il con­tra­rio. Infatti, a fronte delle poli­ti­che di auste­rità pra­ti­cate dai governi Monti, Letta e Renzi, la disoc­cu­pa­zione in Ita­lia è aumen­tata dal già alto 8,4% del 2010 e 2011 al 10,7% del 2012, cre­scendo ancora al 12,2 % del 2013, fino al 12,8% del 2014.
Né si può dire che com­pres­sione dei salari, ridu­zione del potere con­trat­tuale dei lavo­ra­tori, misco­no­sci­mento dell’azione e rap­pre­sen­tanza sin­da­cale abbiano favo­rito in alcun modo la cre­scita eco­no­mica. Infatti, il Pil è andato calando negli ultimi anni fino a –1,9%.
In secondo luogo, occorre pur chie­dersi se le misure d’austerità che col­pi­scono i lavo­ra­tori e le fasce più deboli della popo­la­zione sono «sacri­fici» neces­sari e utili per attrarre inve­sti­menti autoc­toni e dall’estero. La verità è tutt’altra ed è dimo­strata da fatti incon­tro­ver­ti­bili.
Il fat­tore che più di ogni altro allon­tana inve­sti­menti dalle atti­vità pro­dut­tive ed è la causa prin­ci­pale della disoc­cu­pa­zione è la delo­ca­liz­za­zione produttiva.
Il feno­meno riguarda il nostro come gli altri paesi più svi­lup­pati dell’area euro-atlantica e con­si­ste nel fatto che, negli ultimi trent’anni e in misura via via cre­scente, gli impren­di­tori di que­sti paesi hanno delo­ca­liz­zato quan­tità sem­pre più ampie dei loro inve­sti­menti e atti­vità pro­dut­tive in paesi in via di svi­luppo in cui era e con­ti­nua ad essere dispo­ni­bile una grande riserva di forza lavoro a basso costo e sfrut­ta­bile al mas­simo grado, pro­prio in ragione delle con­di­zioni d’arretratezza sociale e dei forti squi­li­bri che li carat­te­riz­zano. E non c’è dub­bio che pro­prio le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste affer­ma­tesi negli Usa e in Europa occi­den­tale hanno sup­por­tato il mas­sic­cio feno­meno della delo­ca­liz­za­zione pro­dut­tiva. Dall’altro lato, i paesi desti­na­tari di tali inve­sti­menti si sono fatti part­ner volen­te­rosi del neo­li­be­ri­smo impe­rante, rinun­ciando a con­trolli sta­tali e inco­rag­giando pri­va­tiz­za­zioni pure in set­tori stra­te­gici, come ener­gia, tra­sporti, ecc.
Anche la forte auto­ma­zione pro­dut­tiva e l’informatizzazione dei ser­vizi con­sen­tite dalle appli­ca­zioni della microe­let­tro­nica hanno com­por­tato non solo tagli dra­stici di mano­do­pera nei paesi più svi­lup­pati. L’automazione spinta ha con­sen­tito un impiego molto mag­giore di mano­do­pera non qua­li­fi­cata e inter­cam­bia­bile, favo­rendo ancor più la delo­ca­liz­za­zione nei paesi del Sud del mondo.
Il risul­tato di que­sti feno­meni è sotto gli occhi di tutti. Le imprese trans­na­zio­nali, grandi, ma anche medie, che chiu­dono sta­bi­li­menti e ridu­cono atti­vità ter­zia­rie in Ita­lia come negli altri paesi di più antico svi­luppo non fanno altro che delo­ca­liz­zare in Cina, India, Indo­ne­sia e altri paesi asia­tici, negli ex paesi socia­li­sti, in Ame­rica Latina, in Suda­frica e ovun­que sia conveniente.
Ma ciò che sfugge è l’entità macro­sco­pica del feno­meno. Basti dire che gli inve­sti­menti diretti all’estero, che nell’Italia del 1990 ammon­ta­vano al 5,3% del Pil, nel 2013 sono saliti a ben il 29% del Pil. In Fran­cia, sem­pre dal 1990 al 2013, la delo­ca­liz­za­zione pro­dut­tiva è cre­sciuta dall’8,8% a ben il 57,2% del Pil. Nella pur loda­tis­sima Ger­ma­nia, gli inve­sti­menti di imprese tede­sche all’estero sono saliti dal 7,6% del Pil nel 1990 a ben il 45,3% nel 2013. Per non dire della Gran Bre­ta­gna, i cui inve­sti­tori hanno impe­gnato capi­tali all’estero – e si parla sem­pre di imprese non finan­zia­rie – per un ammon­tare del 23% del Pil nel 1990 e addi­rit­tura al 74,3 % del Pil nel 2013. Anche negli Stati Uniti la spinta cen­tri­fuga è net­ta­mente pre­valsa su quella cen­tri­peta. Infatti, la delo­ca­liz­za­zione pro­dut­tiva equi­va­lente al 19% del Pil nel 1990, è più che tri­pli­cata nel 2013.
Tale emor­ra­gia di capi­tali non è stata affatto com­pen­sata dalla quan­tità d’investimenti pro­ve­nienti da tutto il mondo in cia­scuno di quei paesi, per quanto eco­no­mi­ca­mente tra i più svi­lup­pati. Tant’è che in tutti i paesi men­zio­nati il totale dei capi­tali pro­ve­nienti dall’estero è stato costan­te­mente infe­riore all’ammontare di quelli in uscita. Sic­ché, ad oggi, i primi non supe­rano il 60 mas­simo 70% dei secondi.
Stando così le cose, invo­care le poli­ti­che di auste­rità e imporre duri sacri­fici alla mag­gio­ranza della popo­la­zione con lo scopo dichia­rato che ciò serve per attrarre inve­sti­menti e far cre­scere pro­du­zione e lavoro non cor­ri­sponde alla realtà. In parole povere, ci tro­viamo di fronte ad un inganno dell’opinione pub­blica per per­pe­tuare poli­ti­che neo­li­be­ri­ste il cui unico effetto è di con­ti­nuare a dre­nare ric­chezza dal basso verso l’alto.
Per avere le idee ancor più chiare sulle con­se­guenze del feno­meno, basti fare un breve cal­colo (basato sulla legge di Okun). Le cifre prima men­zio­nate sul livello della delo­ca­liz­za­zione pro­dut­tiva rag­giunto nel 2013 nei mag­giori paesi euro­pei e negli Usa cor­ri­spon­dono a quan­tità enormi di posti di lavoro man­cati. Si tratta di 2.613.000 in Ita­lia, 5.890.000 in Fran­cia, 7.391.000 in Ger­ma­nia, 8.883.000 in Gran Bre­ta­gna, 19.191.000 negli Stati Uniti!
Il rap­porto non può essere inteso in modo troppo stretto o auto­ma­tico, ma è indi­ca­tivo dell’entità del feno­meno e serve a dimo­strare alcuni dati di fatto.
La disoc­cu­pa­zione nei paesi di più antico svi­luppo è dovuta mas­si­ma­mente alle scelte affatto spre­giu­di­cate e uni­la­te­rali dei grandi gruppi impren­di­to­riali e finan­ziari. Tali scelte sono state per­messe da poli­ti­che gover­na­tive di com­pleto lais­sez faire.

Vice­versa, un serio impe­gno con­tro la disoc­cu­pa­zione richiede misure di con­trollo e limi­ta­zione di una delo­ca­liz­za­zione sel­vag­gia. Misure che, se ben cali­brate, costi­tui­reb­bero neces­sari ed utili stru­menti di un’avveduta poli­tica indu­striale. E’ arri­vato il momento di smet­terla col far cre­dere che poli­ti­che di auste­rità e «sacri­fici» ser­vano ad attrarre inve­sti­menti men­tre si assi­ste imper­ter­riti al loro esodo massiccio.

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