sabato 21 marzo 2015

EDITORIALE Sulle riforme, l’afasia delle opposizioni

da il manifesto
EDITORIALE

Sulle riforme, l’afasia delle opposizioni

Costituzione. La rinuncia alla battaglia di principio ha portato alla sconfitta parlamentare. Senza un’idea forte e alternativa anche il referendum sarà un plebiscito per Renzi
Nel dibat­tito par­la­men­tare sulla riforma costi­tu­zio­nale è emersa in tutta la sua dram­ma­tica evi­denza l’impotenza delle oppo­si­zioni. L’epilogo del dibat­tito alla Camera appare, anche dal punto di vista sim­bo­lico, espres­sione della con­fu­sione e della debo­lezza delle forze che – a volte corag­gio­sa­mente, a volte meno – pro­vano a con­tra­stare la rivo­lu­zione pas­siva del governo in carica. Tutti in balia ormai dei gio­chi e dei tat­ti­ci­smi che per­met­tono al più abile tra i gio­co­lieri di vin­cere a mani basse ogni par­tita, men­tre le altre parti in causa non rie­scono nep­pure a far com­pren­dere i motivi della pro­pria scon­fitta. Sfu­mano — sino a spa­rire – le ragioni del con­flitto, riman­gono in super­fi­cie solo i lamenti ovvero i sem­pre più inve­ro­si­mili pro­po­siti di rivalsa.
Pen­siamo alla vicenda dell’Aventino. Le oppo­si­zioni, a con­clu­sione di una bat­ta­glia par­la­men­tare con­fusa, domi­nata dalla for­za­tura di tutti gli stru­menti pro­ce­du­rali, poste nelle con­di­zioni di non poter far valere le pro­prie ragioni nel dibat­tito in assem­blea, deci­dono di non par­te­ci­pare più ai lavori. Un atto estremo, che vale a denun­ciare (se i com­por­ta­menti poli­tici aves­sero ancora un senso) l’assoluta impra­ti­ca­bi­lità della via par­la­men­tare. Non più solo radi­cale dis­senso, bensì — ben oltre la pra­tica dell’ostruzionismo par­la­men­tare — il disco­no­sci­mento defi­ni­tivo del pro­cesso di riforma costi­tu­zio­nale in corso di svolgimento.
E, infatti, gran parte degli arti­coli della nuova costi­tu­zione sono stati votati in assenza delle oppo­si­zioni, in un aula tra­gi­ca­mente semi-vuota. Non so se l’Aventino sia stata una scelta oppor­tuna – fran­ca­mente non credo – ma quel che dimo­stra l’approssimazione dei com­por­ta­menti poli­tici, anche di radi­cale con­tra­sto, è stato il repen­tino ripen­sa­mento. Il ritorno in aula per la vota­zione finale rap­pre­senta, infatti, una cla­mo­rosa con­fes­sione di errore.
Come si può spie­gare altri­menti prima la rinun­cia a opporsi nel merito per dele­git­ti­mare le azioni par­la­men­tari di una mag­gio­ranza arro­gante, poi la rile­git­ti­ma­zione della stessa mag­gio­ranza nel momento della rati­fica finale? Dov’è la logica poli­tica, oltre che costi­tu­zio­nale, di un simile atteg­gia­mento? Evi­den­te­mente quel che s’è cer­cato è stato l’effetto del momento, la pole­mica spic­ciola, la riso­nanza media­tica che un’azione pla­teale, ma vuota, avrebbe otte­nuto. Poi, pro­dotto l’effetto, si può rico­min­ciare a trat­tare, tor­nare, come se niente fosse, al tavolo da gioco. Un tavolo che, se non si voleva far sal­tare, non si doveva mai abban­do­nare. Un gioco – quello della demo­cra­zia par­la­men­tare – che dovrebbe indurre cia­scun gio­ca­tore a non uscire in nes­sun momento dal campo nep­pure di fronte all’arroganza del potere dei più forti. La sini­stra, le oppo­si­zioni, non vin­ce­ranno mai se sta­ranno più attente ai titoli dei tele­gior­nali che non alla sostanza delle cose.
Ed anche guar­dando alla sostanza delle cose si per­ce­pi­scono le dif­fi­coltà delle oppo­si­zioni a con­trap­porsi al dise­gno di riforma costi­tu­zio­nale del governo in carica. Infatti, solo in un momento s’è affac­ciata da parte delle oppo­si­zioni l’ipotesi di un’altra riforma costi­tu­zio­nale pos­si­bile: il cosid­detto pro­getto Chiti, che auspi­cava l’istituzione di un Senato delle garan­zie. Non che que­sta fosse la migliore delle riforme pos­si­bili, ben più radi­cale e auspi­ca­bile sarebbe stata la pro­po­sta del mono­ca­me­ra­li­smo accom­pa­gnato da una sistema elet­to­rale pro­por­zio­nale, che – non a caso — nes­suno ha avan­zato in sede par­la­men­tare. Non­di­meno s’è trat­tato almeno di un ten­ta­tivo di far sen­tire un’altra voce e non solo la voce del padrone. Dopo di allora, incar­di­nata la discus­sione sul pro­getto gover­na­tivo, nes­sun altra pro­po­sta alter­na­tiva è stata avan­zata, s’è pro­vato solo – nei casi migliori – ad argi­nare gli eccessi di un dise­gno mai più rimesso in discus­sione nella sua filo­so­fia di fondo, agendo uni­ca­mente di rimessa.
Non credo che la mise­ria della cro­naca possa spie­gare l’afasia delle oppo­si­zioni. Sarà pur vero che il suc­cesso della riforma trova il pro­prio fon­da­mento nei patti pri­vati con­tratti in luo­ghi appar­tati (il “Naza­reno”), che ha pro­spe­rato in forza delle minacce o delle blan­di­zie ai sin­goli (l’incombente paura di una con­clu­sione rav­vi­ci­nata di una legi­sla­tura che ter­ro­rizza i più pavidi tra i nostri rap­pre­sen­tanti), che conta sul richiamo ai vin­coli d’appartenenza (la lealtà al governo, la disci­plina di par­tito). Tutti que­sti fatti, in caso, spie­gano le meschi­nità cui si ricorre per imporre una riforma di Palazzo, ma non giu­sti­fica la man­canza di idee alter­na­tive forti da parte di chi aspira a ribal­tare lo stato di cose presenti.
Men­tre si è rinun­ciato a con­durre bat­ta­glie di prin­ci­pio sulle que­stioni di fondo, la logica pura­mente emen­da­tiva al pro­getto di riforma del governo ha otte­nuto alcuni risul­tati: qual­che com­pe­tenza in più ad un senato scom­bic­che­rato, un addol­ci­mento delle moda­lità di voto sui prov­ve­di­menti che il governo potrà pur sem­pre imporre ad un par­la­mento recal­ci­trante, un illu­so­rio raf­for­za­mento delle moda­lità di ele­zione per le isti­tu­zioni di garan­zia che potranno comun­que essere con­qui­state dalle mag­gio­ranze par­la­men­tari. È stata que­sta una con­dotta tesa a limi­tare i danni, ma anche la con­fes­sione di una debo­lezza strategica.
In verità, il que­sito di fondo è un altro. Le oppo­si­zioni — anzi­ché oscil­lare tra i più radi­cali rifiuti e le più dia­lo­ganti pro­po­ste emen­da­tive — si sareb­bero dovute con­cen­trare su pochi emen­da­menti tesi a ribal­tare la pro­spet­tiva del governo. Per­ché non è stata chie­sta con la neces­sa­ria ener­gia la can­cel­la­zione di un Senato irri­me­dia­bil­mente “dopo­la­vo­ri­stico”, pro­pu­gnando corag­gio­sa­mente un reale supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto per garan­tire la riu­ni­fi­ca­zione della rap­pre­sen­tanza poli­tica reale? Per­ché non si è riven­di­cato il rie­qui­li­brio della forma di governo a favore del par­la­mento con­tro il domi­nio dell’esecutivo? Per­ché non si è voluto imma­gi­nare il raf­for­za­mento delle isti­tu­zioni di garan­zia costi­tu­zio­nale al fine di aumen­tare i con­trolli sui poteri governanti?
Per­ché tali pro­po­ste non avreb­bero avuto nes­suna pos­si­bi­lità di essere accolte, è la rispo­sta di buon senso. Un eccesso di buon senso. In tal modo si fini­sce per scor­dare che il par­la­mento non serve solo a deci­dere, ma anche a rap­pre­sen­tare. È il luogo dove le diverse visioni poli­ti­che devono con­fron­tarsi e che il dibat­tito in pub­blico – nelle assem­blee – è un modo pri­vi­le­giato di for­ma­zione dell’opinione pub­blica con­sa­pe­vole. In par­la­mento si dovreb­bero più di fre­quente con­durre bat­ta­glie di mino­ranza, senza pos­si­bi­lità di vit­to­ria nell’immediato, ma con lo sguardo rivolto al pros­simo futuro, quando si può spe­rare di riu­scire a modi­fi­care gli equi­li­bri poli­tici del presente.
Se que­sto è vero sem­pre, nel caso delle riforme costi­tu­zio­nali è dove­roso. Infatti, dopo le deci­sioni del par­la­mento c’è la pos­si­bi­lità di un refe­ren­dum. Se non si sarà in grado di far emer­gere con forza un’altra idea di demo­cra­zia costi­tu­zio­nale, è assai pro­ba­bile che l’appello al popolo si tra­sfor­merà in un ple­bi­scito sul solo pro­getto pro­po­sto dall’unico attore rima­sto sulla scena.

Ora la discus­sione alla Camera s’è chiusa. C’è poco da spe­rare che nei pros­simi pas­saggi par­la­men­tari possa ria­prirsi qual­che spa­zio per rimet­tere in discus­sione l’impianto com­ples­sivo di una riforma regres­siva. Fuori dal Palazzo però le for­ma­zioni sociali – i par­titi, i sin­da­cati, le asso­cia­zioni cul­tu­rali, i ceti intel­let­tuali, le coa­li­zioni sociali – hanno un’ultima pos­si­bi­lità per cer­care di pro­porre un’altra visione della poli­tica e della costi­tu­zione. Oggi mino­ri­ta­ria, domani chissà.

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