domenica 8 marzo 2015

EDITORIALE Un nuovo modello di rivolta

da il manifesto
EDITORIALE

Un nuovo modello di rivolta


Vediamo solo le trecce nere, della donna cer­ta­mente gio­vane che ha un fucile mitra­glia­tore in spalla, il viso è tutto girato dall’altra parte. Una com­bat­tente, imma­gine forte per una delle tante mani­fe­sta­zioni in Ita­lia che oggi hanno accolto l’invito delle donne curde di dedi­care la gior­nata inter­na­zio­nale delle donne 2015 alla loro lotta. Non è mai suc­cesso, che io mi ricordi, che donne armate siano state scelte a rap­pre­sen­tare l’8 marzo.
Nep­pure nel 1977, anno piut­to­sto tur­bo­lento. Allora l’arma fu il gesto fem­mi­ni­sta, in piazza, le mani unite in alto, nel trian­golo che indica il vuoto e la potenza del sesso fem­mi­nile. («Il gesto fem­mi­ni­sta», a cura di Ila­ria Bus­soni e Raf­faella Perna, Derive&Approdi). Atto forte, sov­ver­sivo. Mi è venuto in mente nel guar­dare la foto della ragazza che qual­che giorno fa è andata in giro da sola per Kabul, coperta da una spe­cie di arma­tura, indos­sata sopra gli abiti e comun­que con il velo in testa, che dise­gnava il corpo nudo di una donna. Lei però era sola, in mezzo agli uomini esa­gi­tati che l’hanno cir­con­data e semi-aggredita. La donna armata dice qual­cosa di nuovo, segnala un cam­bia­mento. La foto è stata scelta con cura, la ragazza non punta l’arma e non ali­menta lo ste­reo­tipo della bella guer­ri­gliera. L’invito delle donne curde dice: «Orga­niz­ziamo la resi­stenza ovun­que nel mondo le donne subi­scano vio­lenza. Dif­fon­diamo insieme lo spi­rito di resi­stenza che ci uni­sce e ci raf­forza con­tro ogni mani­fe­sta­zione del sistema di domi­nio patriarcale».
Un invito poli­tico, che non tra­sporta in Occi­dente la guerra che viene com­bat­tuta dalle donne pesh­merga in prima per­sona, sui campi di bat­ta­glia. Una lotta che è entrata con forza nel nostro imma­gi­na­rio da set­tem­bre, prima con i com­bat­ti­menti e poi la suc­ces­siva libe­ra­zione di Kobane. E così sono venuti i repor­tage, le inter­vi­ste in tutti i media main­stream, soprat­tutto i fem­mi­nili. Senza dub­bio le com­bat­tenti hanno acceso l’immaginazione, hanno atti­vato un fuoco latente. Susci­tano un’enorme ammi­ra­zione, com­bat­tono per la libertà loro e delle loro figlie, con­tro un eser­cito, quello dell’Isis, per il quale essere donne è una colpa, e fonte di con­ta­mi­na­zione, all’interno di un’organizzazione, il Pkk, che ha fatto dell’uguaglianza tra donne e uomini un pro­prio valore.
Eppure. Come la met­tiamo con la non vio­lenza? Con la con­vin­zione fem­mi­ni­sta che la guerra è una vicenda maschile? L’Isis è un nemico che mette a tacere qua­lun­que dub­bio, a pro­po­sito di guerra? Sono domande aperte, tutte da affron­tare. E inquieta che non ci sia nes­suna (e nes­suno) che le rac­colga. Ma non è il caso di con­fon­dere i piani. Non tutte le mani­fe­sta­zioni in Ita­lia dedi­cate alla lotta delle donne curde met­tono diret­ta­mente in scena una donna armata. In ogni caso un conto è un popolo in guerra, che difende la pro­pria vita, altra è la situa­zione qui, in Italia.
Ma biso­gna dirlo. In tutte que­ste mani­fe­sta­zioni si avverte un ine­dito spi­rito di rivolta. E non solo tra le più gio­vani e radi­cali.
Con­tro il solito otto­marzo, ridotto a un San Valen­tino con le mimose. Anche con­tro il cata­logo dei risul­tati rag­giunti, o dei suc­cessi man­cati. Che sono sem­pre gli stessi. Il gap retri­bu­tivo, tra donne e uomini, indi­cato a gran voce anche nelle élite, da donne come Chri­stine Lagarde, la pre­si­dente del Fmi, uno degli orga­ni­smi che con­trol­lano l’economia mon­diale. O da attrici famose come Patri­cia Arquette, che nel suo discorso alla con­se­gna dell’ Oscar come attrice non pro­ta­go­ni­sta per Boy­hood, ha dedi­cato il pre­mio a: «tutte le donne che hanno par­to­rito, tutte le cit­ta­dine e le con­tri­buenti di que­sta nazione: abbiamo com­bat­tuto per i diritti di tutti gli altri, adesso è ora di otte­nere la parità di retri­bu­zione una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti».
Ci si ribella anche con­tro l’eterna ripe­ti­zione della donna vit­tima. Non che il fem­mi­ni­ci­dio, o i mal­trat­ta­menti, siano un’invenzione. Eppure il mar­tel­la­mento impla­ca­bile dei dati, la ripe­ti­zione com­pia­ciuta di sto­rie di cru­deltà e sopraf­fa­zione senza indi­care vie d’uscita, è ormai inso­ste­ni­bile. Una gene­ra­zione che ha sco­perto di essere donna – dif­fe­rente dai pro­pri coe­ta­nei – nel rifiuto della vio­lenza con­tro il pro­prio genere, e ha dato vita alle prime mani­fe­sta­zioni del 25 novem­bre dieci anni fa, spe­ri­menta ora la neces­sità di par­tire da sé, di non aspet­tare solu­zioni da fuori, da altri. E anche la grande fiam­mata, ormai spenta, di Se non ora quando, la grande mani­fe­sta­zione del 13 feb­braio 2011 che ha dato voce a un’enorme rab­bia fem­mi­nile, si è sedi­men­tata. Siamo oltre, anche oltre la delusione.
Le donne sono dap­per­tutto, dice la Libre­ria delle donne di Milano. È cer­ta­mente vero Non siamo più in regime di scar­sità, e sia pure con tutte le ben note man­canze, non c’è set­tore della vita pub­blica, poli­tica e pro­fes­sio­nale, in cui non ci siano donne. Che par­lano, anche in Ita­lia. La pre­si­dente della camera Laura Bol­drini ha di nuovo ricor­dato la neces­sità di usare bene le parole, di decli­narle sem­pre anche al fem­mi­nile. Ottima bat­ta­glia, le rea­zioni sgan­ghe­rate dicono quanto sia neces­sa­ria. Ma que­sto signi­fica che il fem­mi­ni­smo gode di buona salute? Che è dispo­ni­bile all’elaborazione comune una visione poli­tica che per­metta di agire in que­sti tempi di crisi?

Ecco, la crisi. È la crisi che ha rime­sco­lato le carte, che ha obbli­gato a guar­dare con occhi diversi le sto­rie di cia­scuna e cia­scuno. Se la parità di retri­bu­zione tra donne e uomini è un pro­blema aperto, e giu­sta­mente riven­di­cato, che deve dire chi si trova inca­te­nata al mec­ca­ni­smo dei pic­coli lavori pre­cari equa­mente mal retri­buiti? Per non dire sot­to­pa­gati? Lo spi­rito di rivolta nasce qui, in con­di­zioni mate­riali di esi­stenza in cui si è impa­rato a vedere che dif­fe­renze ci sono, tra donne e uomini, anche nella pre­ca­rietà. Che non è una cate­go­ria indif­fe­ren­ziata, come in tante ave­vano riven­di­cato, sca­glian­dosi con­tro l’ostinazione di pen­sarsi dif­fe­renti delle fem­mi­ni­ste d’antan. Che il post-patriarcato non pre­scinde dai corpi e dalle loro dif­fe­renze. Anzi li mette al lavoro in nuove forme pecu­liari, per esem­pio nella mater­nità sur­ro­gata, in un bio­la­voro schia­viz­zante che ha molte affi­nità con lo sfrut­ta­mento della natura, della terra. È su que­sto ter­reno che vanno ride­fi­nite le rela­zioni, tra donne e uomini. E le pro­te­zioni sociali, quelle che l’austerità euro­pea ha fatto spa­rire, vanno ripen­sate sulla base di nuovi modelli, di una nuova pra­tica della cura, che certo non potranno basarsi sul capo­fa­mi­glia di un tempo. In un intrec­cio tra eco­no­mia, biso­gni, rela­zioni, sen­ti­menti e affetti tutto da ripen­sare.
Insomma, è una spe­ranza la ribel­lione alle trap­pole fab­bri­cate dalla crisi. Fa piazza pulita delle zone fin troppo comode, fin troppo sepa­rate, che nel tempo si sono costruite. La crisi non ha pietà. Richiede tutta la nostra capa­cità di sognare grandi imprese.

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