venerdì 6 marzo 2015

EUROPA Così il governo Renzi salverà le banche. A nostre spese

da il manifesto
EUROPA

Così il governo Renzi salverà le banche. A nostre spese

Italia. Il sistema è in difficoltà, a causa dei vincoli europei e del cattivo andamento dell’economia reale. E si prepara il maxisalvataggio grazie alla bad bank
Il sistema ban­ca­rio ita­liano si trova in dif­fi­coltà. Lo dimo­strano chia­ra­mente i risul­tati di bilan­cio per il 2014. I tre­dici isti­tuti più grandi hanno regi­strato da soli nell’anno una per­dita com­ples­siva di circa 6,3 miliardi di euro. Ma la realtà appare dif­fe­ren­ziata: alcune ban­che, tra le quali le due mag­giori, pre­sen­tano delle cifre posi­tive, men­tre la mag­gio­ranza di esse mostra un qua­dro di palese disa­gio. Per spie­gare tali risul­tati, così come quelli non entu­sia­smanti degli isti­tuti minori, biso­gna fare rife­ri­mento a delle ragioni sia di tipo interno al sistema che esterno ad esso, anche se i due aspetti appa­iono peral­tro tra di loro intrecciati.
Le cause esterne. Il pas­sag­gio dell’attività di sor­ve­glianza, almeno per le ban­che più grandi, alla Bce, sta obbli­gando gli isti­tuti che ave­vano degli sche­le­tri nell’armadio a por­tarli alla luce; tra l’altro, la stessa Bce non sem­bra fare nes­suno sconto alle ban­che nostrane. La pre­va­lente poli­tica di bassi tassi di inte­resse com­porta poi che i mar­gini tra tassi pas­sivi e attivi ten­dano ad assot­ti­gliarsi in valori asso­luti, il che pro­duce un calo di red­di­ti­vità, tanto più che le ban­che hanno fatto poco per aumen­tare in misura ade­guata il livello qua­li­ta­tivo dei loro ser­vizi, con i mag­giori mar­gini rela­tivi. Poi, natu­ral­mente, morde ancora la crisi dell’economia. Aumen­tano così ancora le sof­fe­renze, che alla fine del 2014 rag­giun­ge­vano la cifra di 183,5 miliardi di euro, pari al 9,6% degli impie­ghi, con­tro il 2,8% del 2007 e il 7,8% di un anno fa. Al netto dei fondi di coper­tura, le sof­fe­renze sono pari a 84,5 miliardi di euro, una cifra enorme.
Le cause interne. Come già accen­nato, le nostre ban­che sono poco pre­senti in ser­vizi a rile­vante valore aggiunto e troppo invece su quelli più poveri. Dopo una fase di espan­sione geo­gra­fica sel­vag­gia, gli isti­tuti si ritro­vano così, men­tre avan­zano anche i pro­cessi di auto­ma­zione, con troppi spor­telli e troppi dipen­denti rispetto alla loro pre­sente atti­vità, men­tre molte hanno in que­sto gioco perso il col­le­ga­mento pre­ce­dente con il ter­ri­to­rio di rife­ri­mento. Sullo sfondo sta anche il fatto che il nostro è il paese delle pic­cole imprese, che danno meno mar­gini delle grandi, men­tre que­ste ultime arre­trano sem­pre più sotto i colpi della crisi. Dal 2009 le ban­che ita­liane hanno ridotto gli impie­ghi di più di 200 miliardi di euro, pari a circa il 13% del totale; nel solo 2014 la ridu­zione è stata di circa 12 miliardi, men­tre gli inve­sti­menti in titoli di stato aumen­ta­vano di 14. Per­mane un dif­fi­cile rap­porto tra ban­che e sistema eco­no­mico. Le dif­fi­coltà sono dai due lati: da una parte c’è la paura di pre­stare soldi alle imprese, vista anche l’incapacità di distin­guere tra imprese buone e cat­tive. Dall’altra la cat­tiva situa­zione dell’economia sco­rag­gia anche le stesse imprese buone dal richie­dere cre­dito. Inol­tre, il nostro sistema tende a ridurre gli impie­ghi invece di aumen­tare ade­gua­ta­mente il capi­tale, come richie­sto dalla Bce e da Basi­lea. Siamo di fronte ad un cir­colo vizioso tra dif­fi­coltà ban­ca­rie, ridu­zioni nei livelli di cre­dito e cat­tivo anda­mento dell’economia reale. Gli isti­tuti avranno una parte rile­vante nei pro­grammi di quan­ti­ta­tive easing della Bce, libe­ran­dosi di un po’ di titoli di stato e rice­vendo in cam­bio liqui­dità. Cosa faranno dei soldi rimane però un mistero. Che la situa­zione non sia ideale è anche testi­mo­niato dal fatto che le ban­che com­mis­sa­riate sono ormai sedici; ven­gono alla luce delle gestioni molto discu­ti­bili e spesso truf­fal­dine, che in periodi di vac­che grasse sarebbe stato facile nascon­dere sotto il tap­peto. Si rivela una con­cen­tra­zione dei rischi verso il set­tore immo­bi­liare e verso gli amici, con un intrec­cio per­verso tra mana­ger senza con­trollo, poli­tici com­plici, impren­di­tori in con­flitto di inte­ressi, ope­ra­zioni di mani­po­la­zione dei corsi, insi­der tra­ding. Si vor­rebbe ora far pas­sare una pos­si­bile solu­zione al pro­blema attra­verso accor­pa­menti tra gli isti­tuti e l’intervento di soci esterni, il più delle volte per neces­sità stranieri.

L’intervento del governo. Dun­que il nostro paese si appre­sta a pren­dere delle misure per aiu­tare a gestire i cre­diti in sof­fe­renza; non si cree­rebbe forse una bad bank vera e pro­pria, per paura di Bru­xel­les, ma si vare­reb­bero una serie di norme fiscali (paghe­remo sem­pre noi) e legali per ren­dere più age­vole la ces­sione di tali atti­vità. Si ricon­ferma la vec­chia sto­ria che i soldi man­cano per la sanità o le pen­sioni, men­tre per le ban­che – sotto la falsa dichia­ra­zione, in que­sto caso, che il ruolo del pub­blico sarà limi­tato – si tro­vano sem­pre. Ma intanto i due isti­tuti più grandi hanno fatto sapere che alla loro bad bank ci pen­sano da soli. Così la solu­zione del governo rischia di diven­tare una delle vie per sal­vare a nostre spese le ban­che più malate. Intanto la pre­vi­sta riforma della gover­nance delle grandi ban­che popo­lari, men­tre ridurrà i posti di lavoro, mostra poi la solita volontà di con­tro­ri­forma e di ade­sione ai voleri dei poteri forti nazio­nali e europei.
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