martedì 31 marzo 2015

Expo tra ritardi, rassicurazioni e veline

da il manifesto
ITALIA

Expo tra ritardi, rassicurazioni e veline

Milano. Un mese all’inaugurazione. A rischio il varo del padiglione Italia. E intanto cresce l’allarme per possibili scontri di piazza

Qual è la paura a un mese dall’ora zero? Anche se il pro­cu­rato allarme è roba da codice penale, non si arre­stano le noti­zie che cir­co­lano attorno all’Expo. Figu­ria­moci le veline. Ce ne sono un paio vele­nose. Una, cla­mo­rosa, verrà dimen­ti­cata. L’altra, invece, come una pro­fe­zia che si auto avvera, ci accom­pa­gnerà fino al primo mag­gio. E anche oltre.
Ma andiamo con ordine. Se anche il Cor­riere della Sera spara ad alzo zero con­tro i ver­tici di Expo, deve esserci qual­cosa che non fun­ziona. E se si rischia di arri­vare al giorno dell’inaugurazione con il Padi­glione Ita­lia ancora da ulti­mare, il con­trat­tempo potrebbe tra­sfor­marsi in una figu­rac­cia mon­diale. Sotto il titolo «Un ritardo che non è scu­sa­bile», il gior­nale di via Sol­fe­rino ieri ha avver­tito che «non vor­remmo che l’Expo pas­sasse alla sto­ria quale prova dell’italica inca­pa­cità a rispet­tare gli impegni».
Scan­dalo? Per niente. Del «disfat­ti­smo» dell’editorialista non resterà trac­cia, per­ché la noti­zia è già stata sepolta da una ton­nel­lata di curio­sità pro­pa­gan­di­sti­che impre­zio­site da numeri, ame­nità e mani­fe­sta­zioni di entu­sia­smo che non lasciano spa­zio a obiezioni.
Tutti incro­ciano le dita, ma basta una dichia­ra­zione del com­mis­sa­rio di Expo Giu­seppe Sala per rimet­tere le cose a posto: «Palazzo Ita­lia è in ritardo ma riu­sci­remo a finirlo, la verità la sco­pri­remo il primo maggio».
Poi ci sono noti­zie, le veline dei ser­vizi, con cui lo spar­pa­gliato «movi­mento» che si sta mobi­li­tando sarà costretto a fare i conti per non finire imbri­gliato in una logica auto distrut­tiva. Sono i report cata­stro­fi­sti che d’ora in poi riem­pi­ranno le pagine dei gior­nali (ieri La Stampa). Il primo mag­gio, que­sta la sin­tesi, Milano sarà invasa da un’orda di bar­bari pronti a tutto, com­preso «il blocco nero più temuto dalle forze di poli­zia di tutta Europa». Un’onda d’urto in grado di pro­durre dan­neg­gia­menti «dieci volte supe­riori a quelli del G8 di Genova».
Dun­que ci sarà un gran da fare per le poli­zie del governo Renzi e sem­bra che a qual­cuno non dispiac­cia affatto una situa­zione fuori con­trollo. Il paral­lelo con Genova dovrebbe invi­tare i com­men­ta­tori a rivol­gersi alle poli­zie piut­to­sto che ai mani­fe­stanti: per chie­dere più pro­fes­sio­na­lità, meno pistole fuori dai fine­strini, meno tor­ture, meno infil­trati vestiti da blocco nero, per pre­ten­dere una gestione della piazza almeno non da «macel­le­ria mes­si­cana». Lasciamo per­dere il 2001. La situa­zione è diversa e il «movi­mento» che cer­cherà di ritro­varsi per la mayday/no expo day non è para­go­na­bile all’esperienza di quat­tor­dici anni fa.

Que­sto non vuol dire non pren­dere atto che gli allar­mi­smi agi­tati da qual­cuno ser­vono pro­prio a creare quel clima di paura che aiuta a pre­pa­rare il peg­gio. Inu­tile nascon­derlo, un pro­blema di gestione della piazza e di pro­spet­tiva poli­tica esi­ste. Di que­sto stanno discu­tendo le diverse anime del «movi­mento» mila­nese, sapendo che sarà dif­fi­cile in un solo mese supe­rare una fase di debo­lezza senza porsi almeno un obiet­tivo per sot­trarsi con intel­li­genza a un gioco peri­co­loso impo­sto da altri: la rab­bia esi­ste e la piazza non può che essere di tutti coloro che ci vogliono stare. Ci sono pro­blemi di natura «tec­nica» che riguar­dano la com­po­si­zione del cor­teo (che si vuole più aperto pos­si­bile) e il per­corso da con­cor­dare con la que­stura. In più, si sta ragio­nando su come gestire la com­pli­cata gior­nata del 29 aprile — quando i fasci­sti sfi­le­ranno a passo d’oca per ricor­dare Ser­gio Ramelli ucciso 40 anni fa — e su come garan­tire la riu­scita del cor­teo stu­den­te­sco pre­vi­sto per il giorno suc­ces­sivo. Ma la discus­sione più inte­res­sante è quella sul futuro. La fiera dura sei mesi e c’è ancora tempo per porsi un obiet­tivo che vada al di là della pur dura e legit­tima oppo­si­zione di piazza. L’Expo si fa. Sarà sicu­ra­mente più popo­lare e meno «anti­pa­tico» della Bce o del Fmi. Il dopo però è tutto da scri­vere. Chie­dersi come pro­se­guire per por­tare a casa qual­cosa, uno spa­zio, un padi­glione, una «fet­tina di torta», forse potrebbe ser­vire a non farsi met­tere fuori gioco ancora prima di cominciare.

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