martedì 10 marzo 2015

Fregandotene una parte

Fregandotene una parte.

Un lavoratore di 40 anni che guadagna circa 1.500 euro netti al mese, se decide di farsi mettere il Tfr in busta paga anziché averlo a fine carriera ne perderà il 28 per cento, cioè più di un quarto. Un cinquantenne con un reddito attuale netto di 26 mila euro, riceverà gradualmente 5.480 euro netti, vale a dire 137 euro il mese: in cambio, però, alla fine il taglio del suo Tfr sarà di 7.275.
Sono un paio tra le ìe prime simulazioni (Fonte: Progetica/Corriere della Sera) degli effetti concreti di una delle riforme più sbandierate dal governo Renzi, “in nome della libertà del lavoratore”.

Già al tempo della narrazione mediatica a reti unificate su questa nuova meraviglia, si era qui notato che, in verità, in questa vita la libertà è davvero tale solo quando una scelta non è imposta da costrizioni materiali. Altrimenti è strozzinaggio.
E di una proposta da cravattai in questo caso, alla fine, si parla. Tanto più miserabile non solo perché lo Stato lucra sul bisogno immediato di alcuni suoi cittadini in condizione di grave e urgente bisogno – una malattia, uno sfratto, una spesa imprevista – ma perché in sostanza così si mette una pezza ai buchi del welfare facendo pagare questa pezza ai cittadini, e con gli interessi. La società, se sei alle pezze, non ti aiuta più in alcun modo: però ti dà la cortese possibilità di rompere il tuo salvadanaio (i soldi del Tfr sono del lavoratore) fregandotene una parte.
Sono riusciti a mettere insieme al peggio un pezzo di liberismo (“la libertà di scelta”) e un pezzo di statalismo (il governo che ti tartassa).
Congrats, davvero.
gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

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