mercoledì 11 marzo 2015

Gli oppositori di domani dicono ancora “Sì”

Gli oppositori di domani dicono ancora “Sì” (Fabrizio d’Esposito).

Bersani
I DEMOCRATICI PROMETTONO GRANDE BATTAGLIA, MA DALLA PROSSIMA VOLTA I FORZISTI VORREBBERO VOTARE LE LORO “RIFORME”, MA POI NON LO FANNO.
“Domani, mi dici sempre che vivrai domani, Postumo. Ma dimmi, questo domani, quando arriva? Dov’è questo domani? È lontano? Dove si trova?”   Marziale, Epigrammi   Il mio no è più forte del tuo no. Il mio sì non è uguale al tuo sì. Il solito marziano di Ennio Flaiano atterrato ieri a Montecitorio avrebbe riso a crepapelle della folle farsa consumata sulla legge più alta e nobile della nostra Repubblica, la Costituzione. Cinquanta sfumature di sì e di no, tra Pd e Forza Italia. Su un divanetto, nella galleria dei fumatori, il centrista casiniano Ferdinando Adornato se la ride come il marziano di Flaiano: “Ormai siamo al dissenso futuro anteriore”. È come nell’epigramma di Marziale dedicato a Postumo: “Mi dici sempre che vivrai domani, Postumo”.  
IL PRIMO POSTUMO bersaniano che si alza in piedi è Alfredo D’Attorre, che per l’occasione ha sistemato il ciuffo della sua chioma gramsciana. Il Postumo bersaniano è di un’assertività gelida, non ammette repliche, al punto che in dodici righe di resoconto parlamentare la parola responsabilità compare venti volte, un record: “Voglio anch’io illustrare le ragioni per le quali oggi esprimerò un voto favorevole che è legato alla responsabilità che avverto di non interrompere il processo riformatore. Se questa posizione sarà riconfermata nelle prossime settimane, a partire dal passaggio della legge elettorale qui alla Camera, io non mi sentirò di assicurare più il mio sostegno e la mia condivisione a questo percorso di riforma”. Una volta era: non si interrompe un’emozione. Adesso è: non si interrompe un processo riformatore.   Ecco. Ecco allora il punto dove l’asino precipita, non casca, e il comune mortale, non solo il marziano, impazzisce. D’Attorre, antirenziano forgiato con l’acciaio sovietico, annuncia che voterà contro, ma solo la prossima volta. Non ora, non qui. La stessa cosa Rosy Bindi, che bersaniana non è, è Rosy Bindi e basta, e fa anche lei la parte della Postuma, prima dell’intervento di D’Attorre: “Io oggi dimostrerò con il mio voto favorevole che non intendo fermare il processo riformatore ma, se il governo resterà fedele alle parole del presidente del Consiglio e non verrà modificata la legge elettorale né verranno apportati miglioramenti a questo testo, nelle votazioni successive io non voterò a favore”. Le comiche della sinistra dem sono più o meno tutte di questo tenore e sono sublimate nella parte finale di un documento di 24 deputati: “Nel caso in cui il governo rifiutasse di riaprire il confronto sulle ipotesi di miglioramento avanzate da più parti su riforme e Italicum, ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Da parte nostra ci riserviamo fin d’ora la nostra autonomia di giudizio e di azione”. È una storia che parte dalla scorsa estate, quando le riforme sono approdate al Senato. Già allora gli scaltrissimi bersaniani andavano rassicurando cronisti e colleghi: “State tranquilli, adesso la prima lettura passa ma la nostra battaglia è sull’Italicum”. E così di volta in volta. “L’Italicum passa? Nessun problema, vedrete quelle che combineremo sulle riforme alla Camera”.   DINANZI A QUESTA farsa, Pippo Civati (che non ha partecipato al voto insieme a Boccia, Fassina) non ce l’ha fatta più e sul suo blog ha ratificato filosoficamente: “La cosiddetta minoranza non fa altro che alzare palloni alla maggioranza e al premier che li schiaccia (i palloni e non solo). La battaglia da affrontare è sempre la prossima: così è stato sul Jobs Act, così nei vari passaggi delle riforme. Così sarà sull’Italicum, ma poi magari si vota a favore anche su quello”. Civati svela anche il bluff di minacciare la “prossima volta”: questa riforma, allo stato, non è più modificabile. Quindi, di che cosa stiamo parlando?   Sostituite il sì alle riforme con il no e avrete le stesse scene, solo un po’ più movimentate, nel campo berlusconiano. I verdiniani di Denis Verdini, lo sherpa forzista del patto del Nazareno, avevano promesso l’Apocalisse. Invece l’ex Cavaliere ha convinto “Denis”, durante una telefonata, con la mozione degli affetti e i nazareni verdiniani hanno votato no partorendo però un documento con 17 firme contro Berlusconi e anche Brunetta, il capogruppo. A quel punto i ribelli di Raffaele Fitto hanno sentito il bisogno impellente di differenziare il loro no da quello dei verdiniani. Ecco Daniele Capezzone: “Il no di tanti di noi non nasce oggi, non nasce nelle ultime ore”. Ed ecco uno strepitoso Maurizio Bianconi, che è ingiusto ridurre a semplice fittiano: “Il no del gruppo non è il mio no ed è un no, quello del gruppo, che sarà forse transitorio e strumentale”. Per la cronaca, a beneficio di marziani e comuni mortali. Nel Pd nessuno ha votato contro. In Forza Italia, un solo sì, quello di Gianfranco Rotondi. E questo è tutto.
Da Il Fatto Quotidiano del 11/03/2015.

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