venerdì 20 marzo 2015

Grandi Opere e vecchi pirati

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OPINIONI


Luigi VicinanzaLuigi Vicinanza

Editoriale


Grandi Opere e vecchi pirati

L’ultima Tangentopoli scoperchiata a Firenze costringe il premier a occuparsi di corruzione. 
Mentre anche la mafia ora paga le mazzette

Grandi Opere e vecchi pirati
La corruzione è una guerra corsara combattuta con altri mezzi. Illeciti. Violenti quanto basta per depredare una nazione fingendo di avere le mani pulite. Questi pirati scorrazzano dal Nord al Sud pressoché impuniti; cambiano bandana e vessillo; razziano tutto quel che hanno a disposizione e restano sempre a galla. Professionisti della mazzetta e boss del riciclaggio, un’alleanza perversa che ha ispirato la copertina.

L’ennesima Tangentopoli, scoperchiata con gli arresti effettuati lunedì 16 marzo, ripropone il desolante scenario di un Paese indifeso di fronte a tanta protervia. Ercolino sempre in piedi, il potente capo della “struttura di missione” (quale?) del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, è uno dei più longevi combattenti di quest’avventura piratesca.

Non c’era bisogno di aspettare un eventuale avviso di garanzia, dunque, ora che la procura di Firenze ha reso nota l’inchiesta sulle ruberie delle Grandi Opere, per arrivare alla conclusione che Maurizio Lupi non potesse ricoprire l’incarico che gli affidò nel 2013 Enrico Letta e, un anno dopo, gli riconfermò Matteo Renzi. C’è un codice non scritto, quello della responsabilità politica, che dovrebbe precedere gli articoli del codice penale. Perché se la responsabilità di un reato di fronte alla legge è sempre e soltanto personale – e di questo dovrà rispondere chi è finito agli arresti – esiste pur sempre un livello di consapevolezza della propria condotta nello svolgimento di incarichi di governo. Ebbene Lupi è stato mentore e protettore politico del potente burosauro dei grandi appalti. Altrettanto potente Lupi e ben addentro ai meccanismi che reggono il ministero di Porta Pia, come ricostruisce il servizio di Gianfrancesco Turano.

Sorvoliamo per un momento sul Rolex dal valore di 10mila euro ricevuto in regalo dal figlio: questione in bilico tra etica ed estetica. Ed anche sull’assunzione arrivata subito dopo la laurea, dovuta sempre al generoso Stefano Perrotti, altro dominus dei grandi appalti. Le dimissioni sono l’unico strumento per ridare senso e credibilità al valore della politica. Una politica che – secondo il rinnovamento renziano – vuole riprendersi il suo legittimo potere di decisione smantellando incrostazioni burocratiche, pratiche opache, patti segreti tra imprese e controllori.

Sin dai primi giorni del suo insediamento Matteo Renzi è sembrato deciso nel procedere in questa direzione, nel ridimensionare lo strapotere di apparati fuori controllo e irresponsabili del loro operato. È un’opera necessaria, anche se le forme giuste non sono state ancora individuate. Sarà sufficiente la rotazione degli incarichi, auspicata da Antonio Di Pietro, l’ex pm che in politica ha collezionato insuccessi ma che su questi affari aveva vista lunga?

Altra contraddizione. L’eccessiva prudenza con cui la maggioranza – di cui il Ncd di Lupi è forza costituente – affronta in Parlamento la discussione sulla legge anti-corruzione. Persino il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, parla di «mal esempio che sembra un regime». I dati sono sconfortanti: su circa 60mila detenuti nelle carceri italiane, solo 598 pari all’1 per cento rispondono di reati contro la pubblica amministrazione.

«Se la corruzione non viene scoperta, significa che c’è un problema, nelle procure o negli inquirenti, e questo è anche specchio dell’inefficienza della magistratura nell’affrontare questioni complesse», ammette con onestà intellettuale Raffaele Cantone. Nel suo ultimo libro scritto insieme a Gianluca Di Feo, “Il male italiano”, il presidente dell’autorità anti-corruzione non tace critiche anche ai suoi colleghi magistrati. Perché, se ci sono tante toghe impegnate con dedizione nel contrasto al crimine, altre – una minoranza, dice Cantone – non hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano. Per inadeguatezza culturale o, peggio, per collusione con poteri intoccabili. Capita di rado di leggere un’analisi così fuori dagli schemi.

In questa terra di mezzo cresce e prospera un contropotere criminal-finanziario. Lo racconta Lirio Abbate nella nostra inchiesta esclusiva sulle mafie : dai colpi di lupara ai colpi di mazzette, così si combatte una guerra silenziosa quanto spietata per il controllo del potere affaristico-economico. Una guerra corsara, senza regole. È qui che si gioca la capacità di stratega del premier-segretario. Solo vincendola Matteo Renzi riuscirà davvero a cambiar verso all’Italia. Auguriamoci che ce la faccia.

Twitter @VicinanzaL

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