giovedì 19 marzo 2015

Grandi Opere, il senso ciellino per gli affari

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L'INCHIESTA

Grandi Opere, il senso ciellino per gli affari

Nelle indagini c’è un filone che arriva fino a Giovanni Li Calzi. Figlio d’arte, il padre Epifanio è passato dal Pci a Comunione e Liberazione. E dopo Tangentopoli sullo studio di famiglia sono piovute commesse: dall’Alta velocità agli appalti milionari dell’ospedale milanese di Niguarda

DI MICHELE SASSO
Grandi Opere, il senso ciellino per gli affari
L' inchiesta di Firenze sul sistema corruttivo degli appalti ha svelato un sistema in grado di gestire lavori pubblici di autostrade, porti e alta velocità per 25 miliardi di euro, con un corrispettivo di tangenti stimate dai magistrati in almeno 250 milioni di euro. Una pista che parte negli anni di tangentopoli e arriva fino a noi. Dai palazzi di Roma fino al cuore della Lombardia.

Un cambio di casacca,un passaggio di mano tra padri e figli ed ecco i protagonisti di Tangentopoli ancora pronti a fare affari: tra lobby, sanità e fede gli ex comunisti si riciclano sotto il cappello di Comunione e liberazione. Dai cantieri fino alla ricca torta degli appalti per gli ospedali lombardi. Solo per la sanità gestita dal Pirellone il giro d’affari annuo è di quasi venti miliardi di euro.

Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, non indagato ma nell’occhio del ciclone per le presunte pressioni per l’assunzione del figlio , è di stretta osservanza ciellina. È l’uomo su cui puntare voti e speranze, dopo la fragorosa caduta dell’ex governatore lombardo Roberto Formigoni.

Partiamo dalle indagini che hanno portato all’arresto del potente numero uno delle grandi opere italiane, il super burocrate Ercole Incalza, e scopriamo che nel filone che arriva dritto alla linea alta velocità tra Brescia e Verona c’è un figlio d’arte: Giovanni Li Calzi. Figlio di Epifanio, ex assessore comunale all'edilizia del Pci, architetto di grido, docente del Politecnico, coinvolto nel 1992 nell'inchiesta Mani Pulite. Ecco, vent’anni dopo, il figlio rispunta sulle orme del padre.

L’occasione è la progettazione della ferrovia veloce per collegare Milano con Venezia: quasi quattro miliardi di euro di soldi pubblici, una linea figlia di un progetto degli anni novanta, pensata senza una vera gara e affidata direttamente a società finite nei guai per appalti e tangenti della maxi torta milanese dell’Expo e le barriere del Mose per Venezia.

Ecco quanto scrivono i magistrati di Firenze sul sistema di corruzione: «Ercole Incalza di intesa con Stefano Perotti, Francesco Cavallo e Giovanni Li Calzi abusando della sua qualità e dei suoi poteri, compiva atti idonei e diretti in modo non equivoco ad indurre i referenti del consorzio “Cepav Due”, incaricato della progettazione e della costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità a promettere indebitamente a Stefano Perotti ed ai professionisti a lui vicini (tra cui Li Calzi),il conferimento dell'incarico di progettazione e direzione lavori con riferimento alla realizzazione del lotto funzionale Brescia-Verona».

Su questa grande opera che dovrebbe aprire i cantieri entro un anno si è speso lo stesso ministro Maurizio Lupi, trovando una corsia preferenziale per sbloccare gli investimenti: «Ci sono un miliardo e 980 milioni di euro per l’alta velocità da Brescia a Padova. Tutti e disponibili, ma adesso la cosa importante è spenderli. I cantieri adesso vanno aperti», rassicurava a dicembre in una visita in Veneto.

QUANDO ERAVAMO COMUNISTI

Il padre di Giovanni Li Calzi, Epifanio, ebbe un posto in pole position durante la stagione di Tangentopoli: fu Mario Chiesa ad accusarlo nel primo verbale firmato a San Vittore. Architetto di grido, docente al Politecnico, ex sindaco di Cesano Boscone ed ex assessore al Comune di Milano nelle file del Pci, è stato coinvolto e poi prosciolto nella storia delle tangenti Codemi, lo scandalo delle carceri d’oro con 17 miliardi di lire in bustarelle.

Soprannominato «l’architetto rosso», era stato uno dei primi politici arrestati nell'inchiesta del pool di Antonio Di Pietro. Accusato per le tangenti all'ospedale Paolo Pini, era rimasto coinvolto in altre due indagini: quella sulle tangenti per il Piccolo Teatro e quella sugli abusi edilizi nell'hinterland milanese in cui era stato indagato anche Paolo Berlusconi.

Quando nel 1994 sono scattate le manette per il consigliere regionale Antonio Simone, uno dei padri fondatori del Movimento popolare, il "braccio politico" di Comunione e liberazione (e vicinissimo al governatore Formigoni tanto da ricomparire vent’anni dopo per l’affare Maugeri ) ecco che i destini «dell’architetto rosso» e del politico di fede ciellina si incrociano.

Simone viene accusato di intascare una tangente di 300 milioni pagata da Li Calzi, in cambio del via libera alla variante generale del piano regolatore del Comune di Pieve Emanuele. Dopo quella stagione di soldi e manette Li Calzi esce di scena con una  condanna in primo grado e dai processi in appello grazie alla prescrizione. Con l’ala migliorista del Pci passa armi e bagagli con Cielle e il suo braccio economico Compagnia delle opere (Cdo).

Insieme a Li Calzi senior ecco Massimo Ferlini dal Pci a capo della Cdo milanese e Fabio Binelli, ex capogruppo dei Ds al Pirellone che ora gestisce con una fondazione privata i reparti di ostetricia, neonatologia e pediatria dell’ospedale San Gerardo di Monza.

Tutti folgorati dalle parole di don Giussani, hanno sposato le idee di sussidiarità care all’ex governatore Roberto Formigoni: il pubblico deve lasciare spazio alle iniziative private con i ciellini a controllare gli appalti. Perché basta un direttore generale nei posti chiave dei grandi ospedali pubblici e il gioco è fatto.

L’ex assessore rosso di Palazzo Marino (scomparso nel 2013) per tornare in sella crea con il figlio Giovanni la InAr, società di ingegneria e architettura specializzata in edilizia sanitaria. E puntuali arrivano gli appalti: cliniche dentistiche private nei poli di Milano e Como, laboratori al Sacco di Milano, gli istituti clinici di perfezionamento “Vittore Buzzi”, il dipartimento di ostetricia con due sale operative a Vimercate, e poi in provincia Magenta, Cuggiono e Saronno.

Anche la ristrutturazione della Villa Reale di Monza, 10 mila metri quadri di residenza dei reali austriaci, dopo anni di abbandono arriva alla famiglia Li Calzi. Tutto grazie alla Regione Lombardia che attraverso la società controllata Infrastrutture Lombarde smista i lavori.

GLI APPALTI D’ORO DEL NIGUARDA

Il bingo per InAr e Giovanni Li Calzi arriva però con il maxi-progetto per il nuovo Niguarda, uno dei più importanti ospedali d’Europa con quasi 1.300 posti letto e trentaquattro sale operatorie. Cinque anni di lavori per il più imponente piano di edilizia sanitaria realizzato in Italia: 266 milioni di euro preventivati solo per la costruzione, a cui se ne sommano almeno 820 di altre spese pubbliche per i «servizi di supporto» che l’ospedale pagherà per trent’anni.

Giovanni Li Calzi è il capo dei progettisti (la moglie Laura Lazzari compare per la parte di architettura) e la sua InAr fa parte del consorzio che realizza 170.000 metri quadri, 1.000 posti letto e ventitré sale operatorie. Oltre alla costruzione di nuove servizi come cucine, farmacie e negozi.

Nel 2009 un’ispezione ministeriale contesta ai manager lombardi, tutti ciellini di ferro, di avere sistematicamente favorito una cordata di cooperative e le imprese entrate nell’affare d’oro. Il dossier elenca ben 47 vizi di illegittimità, dalla progettazione all'esecuzione, dal collaudo agli appalti esterni. Una strana storia di presunti favoritismi trasversali tra cattolici lombardi e costruttori emiliani.

La “verifica” accusa i vertici del Pirellone di aver garantito ai costruttori privati «un potere contrattuale enorme, monopolistico e ricattatorio» causando «danni gravissimi» alle casse pubbliche. Ogni fase del piano, sempre secondo il ministero dell’Economia, è costellata di «illegittimità» e da varie «ipotesi di reato». La progettazione è stata affidata a una società mista, la Nec spa, controllata al 60 per cento dal Niguarda e per il restante 40 da progettisti privati «illegalmente assistiti dai tecnici interni dell'ospedale». Nonostante le gravi irregolarità la cordata di aziende conclude i lavori e incassa circa 230 milioni e, in aggiunta, una rendita costante garantita e fino al 2034. Lo schema delle grandi opere italiane.

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