mercoledì 25 marzo 2015

I giovani turchi non mettono la testa sotto la sabbia

da il manifesto
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I giovani turchi non mettono la testa sotto la sabbia

Replica a Franco Monaco. Evocare scissioni solo perché si dissente su un punto della legge elettorale, significa fare a pugni con la migliore tradizione riformista della sinistra italiana

Matteo Renzi 
Invi­dio Franco Monaco per­ché trova il tempo per pro­durre, con ammi­re­vole sta­cha­no­vi­smo, nume­rosi arti­coli e rifles­sioni sul Pd che leggo con inte­resse. L’ultimo pub­bli­cato, dome­nica scorsa sul mani­fe­sto, non rispar­mia accuse alle aree pre­senti nel Pd, cito: «Da un anno a que­sta parte, abbiamo assi­stito allo spet­ta­colo non edi­fi­cante di un ripo­si­zio­na­mento di massa di par­la­men­tari e diri­genti Pd e al reclu­ta­mento da altri par­titi di ceto poli­tico in cerca di siste­ma­zione. Con casi dav­vero imba­raz­zanti. Penso a chi, come i «gio­vani tur­chi», in pas­sato bol­la­rono i governi dell’Ulivo, come subal­terni al para­digma della «terza via» e oggi sono deci­sa­mente schiac­ciati su una linea deci­sa­mente più mode­rata e cen­tri­sta», invoca la nascita di un nuovo sog­getto a sini­stra e merita, quindi, una risposta.
Trovo il suo sug­ge­ri­mento e le sue cri­ti­che del tutto sba­gliate e spiego perché.
Intanto, un aspetto per­so­nale come coor­di­na­tore dei depu­tati di Rifare l’Italia. Ho fatto per sei anni il segre­ta­rio di sezione, sei quello cit­ta­dino, sette quello pro­vin­ciale. Giorni da dipen­dente di par­tito: zero. Costi per i par­titi dove ho fatto il mili­tante e il diri­gente: zero. Sono stato eletto con­si­gliere comu­nale a Varese e cin­que anni dopo ho quasi rad­dop­piato le pre­fe­renze, eletto con­si­gliere regio­nale in Lom­bar­dia, cin­que anni dopo le ho più che rad­dop­piate. In tempi di rot­ta­ma­zione ho vinto, unico depu­tato uscente, maschio, di Lom­bar­dia Nord, le pri­ma­rie nella mia Provincia.
Se Renzi mi dice che gli asini volano, non ci credo. Solo per­ché, nipote di con­ta­dini, da bam­bino tra­sci­navo l’asino di mio nonno, spesso con fatica, dalla vigna alla stalla. Non volava.
Capi­sco che per i pro­fes­sori la ten­ta­zione di impar­tire sem­pre lezioni a tutti sia irre­si­sti­bile. Sicu­ra­mente la cate­go­ria del poli­tico «in cerca di siste­ma­zione», non mi si addice. Non ho alcuna inten­zione di rican­di­darmi. Non ho usato, né mai userò, nei con­fronti dei pro­ta­go­ni­sti della sta­gione dell’Ulivo, si chia­mino Prodi o D’Alema, Vel­troni o Bindi, Fas­sino o Gen­ti­loni, Ber­sani o Fio­roni, parole offen­sive. Mi limito a valu­ta­zioni politiche.
Quella sta­gione è stata densa di pas­sioni, impe­gni, risul­tati, ma anche di limiti, per­so­na­li­smi, occa­sioni perse, riforme man­cate. Non ho votato Renzi segre­ta­rio. L’ho votato Pre­si­dente del Con­si­glio, con­vinto della neces­sità di dare una scossa e creare un fee­ling tra Governo e società ita­liana. Dif­fi­cile negare l’evidenza. Gli 80 euro sono stati una con­creta ope­ra­zione di redi­stri­bu­zione sociale. La riforma costi­tu­zio­nale e quella elet­to­rale non hanno nulla di eversivo.
Evo­care scis­sioni solo per­ché si dis­sente su un punto della legge elet­to­rale, signi­fica fare a pugni con la migliore tra­di­zione rifor­mi­sta della sini­stra ita­liana. Il jobs act sta dando i primi risul­tati. Dopo di che non mi sfugge che viviamo in un Paese di furbi e, quindi, occor­rerà raf­for­zare gli ammor­tiz­za­tori sociali e quella cul­tura del con­trollo da noi così carente pres­so­ché in ogni campo.
Sulla cor­ru­zione. I frutti vele­nosi di Ber­lu­sconi, falso in bilan­cio, legge Cirielli, sono ormai recisi. Si stanno facendo decisi passi avanti su auto­ri­ci­clag­gio, reati ambien­tali, codice degli appalti.
L’accordo con la Sviz­zera, paese con il quale il nostro scam­bio com­mer­ciale è ben supe­riore a quello con l’India, che abbatte il muro del segreto ban­ca­rio, è un imbro­glio come dice Sal­vini o un risul­tato sto­rico che favo­rirà rien­tro di capi­tali e lotta all’evasione? Sono linee mode­rate e centriste?
Su que­sti e altri temi i cosid­detti gio­vani tur­chi hanno cer­cato di «stare sulla palla» con la loro cul­tura rifor­mi­sta, pro­pria di una sini­stra attenta al Paese reale. Sul jobs act, per esem­pio, si è lavo­rato con impe­gno sulle par­tite Iva, sui regimi minimi, senza nascon­dere il dis­senso sui licen­zia­menti collettivi.
Da quando ho accet­tato, non senza riserve, di dare una mano ai miei col­le­ghi, abbiamo rego­lar­mente affron­tato, insieme, pro­blemi e pas­saggi poli­tici. Non abbiamo la testa sotto la sab­bia. Sap­piamo che il grado di fidu­cia dei cit­ta­dini nei con­fronti del Par­la­mento è del 7 per cento e dei par­titi del 5. Ci sono circa 10 milioni di poveri. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile sfonda il 40 per cento. La pace e la sicu­rezza sono a rischio nel Mar Medi­ter­ra­neo. Lo spread è crol­lato, ma il debito pub­blico vola oltre 2165 miliardi. Serve per­tanto una poli­tica indu­striale più effi­cace senza la quale non si crea ric­chezza e valore aggiunto. Senza rilan­cio della cre­scita, madre di tutte le bat­ta­glie, invo­care più risorse per scuola, cul­tura, ambiente, sanità, pen­sioni, è come abba­iare alla luna.
Siamo per­suasi che una legge elet­to­rale che premi le liste, imponga una riforma del par­tito i cui limiti emer­gono, con evi­denza, da Nord a Sud. Essere con­vinti che il grande risul­tato delle euro­pee è dipeso soprat­tutto dalla capa­cità di Renzi di scon­fig­gere il lin­guag­gio della paura con quello della spe­ranza, non signi­fica essere schiavi del pen­siero unico, ma solo banal­mente rispet­tosi della realtà.
Per noi il Pd, punto di forza del Pse, ha nella pace, libertà, giu­sti­zia sociale, diritti civili, one­stà, soli­da­rietà, merito, i suoi valori di fondo. Per que­sti valori ci bat­tiamo nel Pd, senza alcun imba­razzo e subal­ter­nità cul­tu­rale, avendo da gran tempo supe­rato il culto della personalità.

Al col­lega Monaco, come a nume­rosi com­pa­gni cui sono legato da tante comuni bat­ta­glie, con umiltà e ami­ci­zia, sug­ge­ri­rei di leg­gere la bel­lis­sima favola del topo e del gatto scritta da Gianni Rodari, il più grande scrit­tore ita­liano per bam­bini, tra­dotto in tutto il mondo. Inse­gna ai bam­bini e ai pro­fes­sori che non biso­gna mai per­dere con­tatto con la realtà.

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