lunedì 23 marzo 2015

Il sistema di potere dell'ex ministro Lupi

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INCHIESTA

Il sistema di potere dell'ex ministro Lupi

Non ha più il sostegno della lobby di Cl. E ora l’indagine di Firenze 
con i favori al figlio investe il politico del Ncd. Che ha cercato di tenere insieme destra e sinistra 

DI GIANFRANCESCO TURANO
Il sistema di potere dell'ex ministro Lupi
Non aspetti il tuo lavoro ideale ma ti metti in gioco. Anche per me è stata la stessa cosa. Ho venduto bibite a San Siro, ho dato ripetizioni, ho insegnato religione in una scuola media al quartiere Tessera, estrema periferia ovest di Milano, e ho fatto pure l’autista. Anche se non mi piaceva molto guidare».

Maurizio Lupi si è raccontato così alla fanzine della sua fondazione “Costruiamo il futuro” nel maggio del 2013, poco dopo essere diventato ministro delle Infrastrutture e dei trasporti nel governo di Enrico Letta. È sempre stato quello il lavoro ideale per lui. Il ministero delle Infrastrutture ha consentito a Lupi di fare ciò che fa meglio: creare relazioni e consenso diffuso. Il Mit non si occupa soltanto di infrastrutture e trasporti. È anche il ministero delle Inaugurazioni e del Trasversalismo, delle coop rosse, di quelle bianche e della Compagnia delle opere (Cdo), dell’Expo di Milano e di chi l’ha voluta, con Lupi fra i padri fondatori. È il ministero dei nuovi aeroporti, dei nuovi porti, delle nuove autostrade, del Mose, del tunnel del Brennero, dell’alta velocità ferroviaria a ovest, a est e a sud, dei grandi lavori in ritardo, zavorrati dai costi delle mazzette, spesso inutili ma gestiti in armonia fra un pugno di grand commis di Stato e i costruttori.

È il posto giusto per uno come Lupi, stakhanovista del lavoro e delle presenze a “Porta a Porta”. Ed è il lavoro ideale per chi non ama guidare. Il Mit fornisce autisti di primissimo ordine. È il paradiso dei gattopardi, dominato da un’alta burocrazia che non cambia col cambiare dei fattori politici.

Fino allo scorso gennaio l’autista principale era Ercole Incalza, mister sette governi, finito in carcere lunedì 16 marzo dopo oltre un quarto di secolo a fare il bello e cattivo tempo negli appalti della Prima e della Seconda Repubblica.

In gennaio Incalza si era messo in disparte, forse inquieto per un tintinnare di manette annunciato dalle interpellanze dei grillini fin dal luglio scorso. Ma non c’è stato il tempo di capire se il suo sistema di potere era davvero finito o se, più verosimilmente, proseguiva con altri mezzi. Forse lo spiegheranno i magistrati fiorentini. Forse sarà lo stesso Lupi a chiarire come mai suo figlio avesse un lavoro procacciato da Stefano Perotti, anche lui arrestato in quanto perno di un sistema tangentizio tanto efficace quanto elementare con le società di ingegneria del gruppo Spm a fare da cartiera per lavori inesistenti.

La raccomandazione “triangolata” per il figlio Luca Lupi e il Rolex da 10 mila euro come regalo di laurea sono circostanze imbarazzanti per un politico che dichiara 282 mila euro di imponibile annuo, ha una Fiat 500 di proprietà, una casa, 31 mila euro di Btp, 5 mila euro in azioni Fiera di Milano e 50 euro di quota della cooperativa Tempi, editrice presieduta da Luigi Amicone e amministrata in passato da Franco Cavallo, faccendiere in quota Cdo finito in carcere con Incalza.

Le spese per la campagna elettorale del 2013 hanno prezzi semipopolari e sfiorano i 59 mila euro. I costi di viaggio e missione fino al dicembre 2014 non raggiungono i 10 mila euro per trasferte a Bruxelles, a Genova e quattro giorni a Singapore per parlare di collaborazione fra autorità portuali. Insomma, il discepolo di don Giussani è uno che può vivere del suo, che non abusa dell’altrui e che è stato creduto senza difficoltà quando ha smentito i contatti con Gianstefano Frigerio, un altro highlander della Prima Repubblica finito in carcere per l’Expo dieci mesi fa.

Per dirla con Agatha Christie, Frigerio è un indizio, Frigerio più Incalza sono una coincidenza e solo un terzo indizio sarebbe una prova. Ma la pressione sull’esponente del Ncd è destinata a salire.

Di recente qualcuno lo ha visto immerso in preghiera nella cattedrale milanese di Sant’Ambrogio, a due passi dall’Università Cattolica dove è incominciata l’avventura politica del figlio di immigrati abruzzesi sotto le bandiere di Comunione e liberazione. Ma le bandiere invecchiano e le amicizie si logorano. Il primo incarico ministeriale, confermato da Matteo Renzi, aveva offerto all’ex venditore di bibite allo stadio la possibilità di rinnovarsi.
Da buon maratoneta e fondatore del Montecitorio running club, l’ex vicepresidente della Camera ed assessore all’Urbanistica con Gabriele Albertini sindaco stava ricostruendo la sua carriera lungo tre direttrici: una nuova identità politica, le opportunità offerte dalle grandi opere e nuove relazioni più romane che milanesi. Bisogna vedere che cosa resterà di questo lavoro. L’abbraccio con Incalza rischia di essere letale, con soddisfazione nemmeno troppo segreta di qualche compagno di strada.


ALLEATI ED EX AMICI

Lo schema delle alleanze dello “scoppiettante Lupi” (copyright Silvio Berlusconi) procede a slalom. Molte sue amicizie sono nate in ogni zona dell’emiciclo parlamentare quando, nel 2003, Lupi organizzò l’Intergruppo della sussidiarietà, parola-simbolo dell’universo Cdo (36 mila iscritti per un giro d’affari annuo stimato fra i 70 e i 100 miliardi di euro). Intorno al mantra della sussidiarietà, verticale o preferibilmente orizzontale, si sono raccolti esponenti del centrosinistra come Enrico Letta, Pier Luigi Bersani ed Ermete Realacci. Non tutti i rapporti si sono conservati. Letta ha assistito con una certa freddezza all’autoriciclo di Lupi nel governo Renzi e Realacci ha appoggiato l’Anac di Raffaele Cantone contro il ministro che avrebbe voluto allungare la durata delle concessioni autostradali senza passare per una gara, in cambio di nuovi investimenti e pedaggi calmierati.

Con Renzi non è mai stato amore anche per le radici molto differenti nel mondo cattolico dove fra Cl e gli scout Agesci cari al premier non c’è cordialità, per non parlare dell’antipatia esplicita fra ammiratori di don Giussani e ragazzi dell’Azione cattolica come il braccio destro di Renzi, Luca Lotti. Con l’ex cavaliere Berlusconi, in compenso, l’ad di Fiera Milano congressi (autosospeso) mantiene una stima che si è rafforzata nel momento del bisogno, quando Lupi non ha esitato a difendere il diritto dell’allora premier al bunga bunga. La sua veemenza è parsa fuori dal perimetro dell’etica ciellina.

Il punto dolente è proprio nei rapporti con il mondo di Comunione e liberazione che è passato dal monolitismo dei bei tempi, con Roberto Formigoni front-man per la politica, a un frazionamento degno di un movimento di estrema sinistra. Dell’amicizia di antica data fra Lupi e Mario Mauro, ministro della Difesa con Letta passato prima ai montiani e poi ai Popolari per l’Italia, rimane poco. I due hanno abbandonato il Pdl a breve distanza l’uno dall’altro ma alle Europee del 2014 Lupi si è imposto su Mauro, ex vicepresidente del parlamento di Strasburgo, come capolista della circoscrizione Nord. Gelo con Mauro significa gelo con “il Vitta”, al secolo Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà e riferimento ideologico dell’intero movimento.

Anche per tenere sotto traccia il dissidio, era stata presa la decisione di non invitare politici all’ultimo Meeting di Rimini dove Lupi è ospite fisso ab ovo. Con una manovra degna del suo passato, l’ex public relation man della Fiera di Milano ha aggirato l’ostacolo grazie alla conferenza stampa del gruppo Fs che presentava proprio nel centro congressi riminese i nuovi collegamenti dell’alta velocità con gli aeroporti di Fiumicino, Malpensa e Venezia. Mentre i cronisti si accalcavano attorno al ministro, qualche sala più in là il presidente della Cdo Bernhard Scholz guidava un dibattito sulla sfida della crescita disertato dalla stampa.
Con queste premesse la candidatura di Lupi a sindaco di Milano, che tutti danno per certa fin dai tempi di Letizia Moratti, diventa improbabile e forse nemmeno così attraente. Da un lato, la macchina del volontariato ciellino gratis et amore Dei non sembra disposta a sostenere Lupi come nelle precedenti campagne elettorali e il centrodestra è nel caos, con un Ncd guidato in tandem da Lupi e da Angelino Alfano che non si sa bene su quale base elettorale possa contare.

Dall’altro, l’aspettativa di vita del governo Renzi si è allungata fino al termine naturale del 2018. Il Mit avrà molto da fare e tanti appalti da amministrare in un’Italia dove l’economia torna a crescere. S’intende, se l’inchiesta non avrà conseguenze più pesanti.

Per minimizzare danni ulteriori, Lupi ha invocato la presunzione di innocenza nei confronti di Incalza, il capo della missione tecnica del Mit che, di fatto, aveva potere di vita o di morte sugli appalti proposti per i finanziamenti pubblici del Cipe.
Nel sito del Mit al posto del manager brindisino cresciuto alla scuola della sinistra ferroviaria Psi di Claudio Signorile e Rocco Trane c’è il nome di Paolo Emilio Signorini, incaricato ad interim. Ma il ministro ha operato altri rimpasti nello staff.

A ottobre è uscito il capo della segreteria Emmanuele Forlani, citato nell’ordinanza della Procura fiorentina per un vestito da 700 euro in regalo. Forlani, sostituito da Luca Novara (ex Fiera Milano), era un lupiano della prima ora, coinvolto nella fondazione “Costruiamo il futuro” e segretario dell’intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà celebrato da un incontro al Meeting 2011 con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Enrico Letta e Vittadini. Forlani si è dimesso per stanchezza, dicono alcuni. Altri notano che la stanchezza è in parte dovuta all’ascesa nello staff del capo di gabinetto Giacomo Aiello, avvocato dello Stato ed ex consulente della Protezione Civile con Guido Bertolaso. Anche Aiello è citato nei documenti della Procura per i suoi scontri con l’ex provveditore di Lazio e Abruzzo, Donato Carlea.

Restano stabili le quotazioni del segretario particolare di Lupi, l’ex parlamentare Pdl Marcello Di Caterina, in passato molto vicino a Marcello Dell’Utri. Noto per avere fuso la macchina mentre correva a presentare le liste azzurre in Campania per le politiche del 2013, Di Caterina è considerato ancora oggi un buon aggancio con i berlusconiani e contribuisce a garantire quel consenso multipartisan che è il dogma di Lupi.
Nel migliore dei mondi possibili questa strategia è vincente. Nel mondo reale, il politico deve rendere conto dei suoi rapporti con gli Incalza, con i Perotti, i navigatori di lungo corso come Vito Bonsignore e Antonio Bargone, con i signori delle ruspe da Ghella a Gavio, da Navarra a Pizzarotti.

LA NUOVA AGENDA DEL MINISTERO

Sotto la guida di Lupi l’agenda del Mit si è allungata come non si vedeva dai tempi della legge obiettivo, lanciata da Berlusconi nel 2001 con Pietro Lunardi ministro.
A dispetto delle ristrettezze finanziarie, lo slancio neo-keynesiano del politico del Nuovo centrodestra ha contagiato tutti i settori di attività.

La scadenza più immediata è quella dell’Expo milanese. Nella sua città Lupi ha dovuto accettare il diktat renziano che ha messo ai comandi il democrat Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura cresciuto nelle giovanili del sistema Sesto San Giovanni alla scuola di Filippo Penati, uno degli ex comunisti più amati dal mondo Cl-Cdo.

Lupi ha accettato di mettere in secondo piano la sua primogenitura sull’Expo perché non aveva altra scelta e perché, tutto sommato, il suo passo indietro lo colloca in una posizione che i consulenti d’impresa chiamerebbero win-win. Se Expo va bene, lui ci ha creduto fin dall’inizio. Se va male, è colpa di Martina e di Renzi.

Per adesso, di sicuro hanno fatto flop la Brebemi di Beniamino Gavio, amministrata dall’indagato Giulio Burchi, e la Pedemontana lombarda (18 mila veicoli al giorno invece dei 60 mila previsti).
Restando al settore autostradale, fra le partite più spinose che Lupi ha dovuto gestire c’è l’Anas, che anche nell’inchiesta fiorentina ha una parte importante. Fra gli incarichi dati dalla società di Pietro Ciucci a Perotti c’è la direzione lavori del macrolotto 3.2 della Salerno-Reggio dove è da poco crollato un pilastro uccidendo un operaio. Ciucci è stato messo sotto pressione dai parlamentari dell’ottava commissione del Senato per contestazioni che vanno dallo smottamento del viadotto Scorciavacche in Sicilia all’autoliquidazione milionaria del presidente. Alle audizioni davanti al presidente della commissione Altero Matteoli, ex ministro delle Infrastrutture indagato per il Mose, Ciucci si è fatto accompagnare dal viceministro Riccardo Nencini, segnalato negli atti dell’inchiesta fiorentina come uno dei politici sostenuti da Incalza.

Lupi, che non si presenta in commissione dallo scorso luglio, ha voluto che fosse un democrat a sostenere il suo protetto Ciucci. Così ha messo in difficoltà l’ala del Pd che chiede aria nuova all’Anas insieme a buona parte dell’opposizione, costretta a recedere dalla commissione di inchiesta sull’Anas dopo le pressioni di Matteoli sul capogruppo forzista al Senato Paolo Romani.

Le autostrade e il possibile prolungamento delle concessioni sono centrali nella politica del Mit, che ha in gestione la vigilanza delle concessionarie. Rinviare le gare è vitale per i profitti dei due maggiori imprenditori del settore, Atlantia-Autostrade del gruppo Benetton, e le holding Aurelia-Argo della famiglia Gavio. I Benetton sono anche i protagonisti, attraverso Adr, dei nuovi progetti sull’aeroporto Leonardo da Vinci a Fiumicino, con prospettive da definire dopo l’alleanza Alitalia-Etihad, un altro accordo dove Lupi ha messo la faccia.
Il fronte alta velocità ha ripreso slancio grazie ai buoni rapporti del ministro con la dirigenza Fs, soprattutto durante il lungo regno di Mauro Moretti, oggi sostituito da Michele Mario Elia. La prospettiva è di partire con una nuova tratta al Sud, la Napoli-Bari, entro il 2018, mentre a breve termine si continuerà con la Torino-Lione e con la caduta del diaframma del tunnel del Brennero. In lista ci sarebbero anche lo snodo sotterraneo e la nuova stazione Av di Firenze. Ma si prevedono ritardi per la presenza di magistrati sui binari.

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