lunedì 23 marzo 2015

Il sistema Incalza anche negli appalti della metropolitana più cara d’Europa


Il sistema Incalza anche negli appalti della metropolitana più cara d’Europa (CARLO BONINI E FABIO TONACCI).

Costi alle stelleLe carte

I sondaggi con Burchi perché assumesse la guida della società committente a Roma

e l’imposizione dell’onnipresente Perotti I pm di Firenze inviano gli atti nella capitale.

ROMA – Le intercettazioni telefoniche sugli appalti per la Metropolitana C di Roma rimaste impigliate negli ascolti del Ros dei carabinieri sul Sistema Incalza-Perotti prendono la strada di Roma, dove la Procura di Firenze ne ha trasmesso copia “per conoscenza” e dove è aperta un’indagine che promette di spalancare altri abissi di malversazione. Del resto, il filo che annoda il Grande Mandarino delle Infrastrutture alla più costosa opera pubblica della storia repubblicana (per 25 chilometri di linea, dai 2,7 miliardi di euro di costo in sede di aggiudicazione, si è oggi a 3,7), passava non solo attraverso il lavoro istruttorio della Struttura tecnica di missione del Ministero, ma, come sempre, attraverso Stefano Perotti e la sua Spm, che si era aggiudicata la direzione dei lavori del terzo tronco della linea, da San Giovanni ai Fori Imperiali (incarico che è stato revocato il giorno dell’arresto).
UN LOTTO A TUTTI COSTI
È ancora una volta Giulio Burchi, ex presidente di Italferr e indagato nell’inchiesta fiorentina, a portare involontariamente l’indagine nei cantieri della Metro C. «Grazie a Incalza — si sfoga al telefono parlando del ruolo da asso pigliatutto di Perotti — gli hanno dato un lotto che non volevano dargli a tutti i costi quando c’era Bortoli… di Roma Metropolitane». Ed è ancora Burchi che, al telefono, prima con l’assessore alla mobilità del Comune di Roma ed ex sottosegretario alle Infrastrutture del governo Monti, Guido Improta, e quindi con l’ex tesoriere del Pd Sposetti, evoca il nome di Incalza sullo sfondo della Metro C. Accade infatti che, nel gennaio 2014, Improta chieda a Burchi la sua disponibilità per assumere la guida di “Roma Metropolitane”, la società controllata dal Comune committente dell’appalto. Un carrozzone che impiega quasi 200 persone e spende di soli stipendi 13 milioni l’anno. «Ovviamente — dice l’assessore a Burchi — è una situazione prestigiosa perché è la più grande opera pubblica che si sta realizzando. Quindi, ci vuole qualcuno che abbia competenze giuridiche, tecniche, sensibilità politica e abbia fatto già tanti soldi…». Ma, a sentire Burchi in una telefonata successiva al suo incontro con l’assessore Improta durante il quale si è discusso del suo possibile incarico, c’è anche dell’altro. «L’assessore mi ha detto: “Lei conosce Ercole Incalza?”. E io gli dico: “Lo conosco da 30 anni perché eravamo nello stesso partito. Ma non mi gode. Incalza ha ancora un ottimo rapporto con Lunardi e io l’ho guastato”».
Burchi e l’assessore capitolino non si incontreranno più. E, in quel gennaio 2014, presidente di “Roma Metropolitane” sarà nominato Paolo Omodeo Salé. Ma perché, dunque, quella domanda su Incalza? E perché bussare alla porta di Burchi?
LA VERITÀ DELL’ASSESSORE
Raggiunto telefonicamente, l’assessore Improta la ricostruisce così. «Ho incontrato Burchi due volte. La prima, si presentò da me per illustrarmi un progetto della società del fratello. Mi disse che era stato presidente di Italferr e prima ancora della Metropolitana milanese, durante Tangentopoli e che in quella circostanza aveva collaborato con la magistratura di Milano. Mi lasciò un curriculum e, quando con il sindaco Marino decidemmo che era venuto il momento di azzerare i vertici di “Roma Metropolitane”, da cui arrivavano “rumori” che non ci piacevano, pensai a lui. Proprio per quell’esperienza milanese di collaborazione con la magistratura. E così lo chiamai per sondarlo. Anche perché avevamo bisogno di qualcuno disposto ad andare a Roma Metropolitane non solo accettando il tetto di stipendi fissato in 65mila euro l’anno, ma anche impermeabile alle “sirene” che un’opera di quel genere, con quella quantità di denaro che muove, produce. Dopodiché, non se ne fece nulla. Burchi non arrivò neppure al lotto ristretto di candidati tra i quali venne scelto Salé». Forse perché non era in buoni rapporti con Incalza? «Il senso della domanda che feci a Burchi durante il nostro colloquio aveva esattamente il significato opposto. Cercavamo una figura indipendente. A maggior ragione da Incalza. Tanto è vero che quando decidemmo di procedere alla nomina del nuovo presidente di Roma Metropolitane mi limitai a comunicarlo a Incalza. E il nome della persona che avevamo scelto la apprese dai giornali. A cose fatte».
LE VARIANTI MIGLIORATIVE
Che Incalza non sia “neutro” nella storia della Metro C è del resto una di quelle circostanze che, ancora una volta, non solo sono scritte nella gestazione dell’opera (la gara venne affidata nel 2006, proprio con la “Legge Obiettivo” di cui lo stesso Incalza e l’ex ministro delle Infrastrutture Lunardi sono “padri”), ma anche in quel che accade lungo la strada della sua realizzazione. Tanto per dirne una, la commissione di collaudo di Metro C è presieduta dall’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, legatissimo ad Incalza e padre di quel Giandomenico che insieme a Perotti ha le direzioni dei lavori della tratta ad Alta velocità Milano-Genova. Metro C nasce con il progetto di una “galleria unica”, ma, immediatamente dopo, cambia fisionomia, collezionando ben 45 varianti in corso d’opera. Lo strumento capace di gonfiare come una mongolfiera i costi. Ebbene, come documentano gli atti del primo troncone dell’indagine della Procura di Firenze sulla Tav (quella che ha visto recentemente rinviata a giudizio Maria Rita Lorenzetti, ex presidente Pd dell’Umbria ed ex presidente di Italferr, dove era succeduta proprio a Burchi) si scopre che, proprio nei cantieri della Metro di Roma, è stata per la prima volta «sperimentata con successo» un tipo particolare di variante. La cosiddetta “variante migliorativa”. Apparentemente, necessaria a risparmiare denaro rispetto al progetto iniziale. In realtà, con la sola funzione di evitare che il committente pubblico chieda conto al general contractor di progetti esecutivi errati eppure già pagati.
Da La Repubblica del 23/03/2015.

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