venerdì 20 marzo 2015

IL TFR NON ARRIVA IN BUSTA PAGA: SI ERANO SCORDATI IL DECRETO

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IL TFR NON ARRIVA IN BUSTA PAGA: SI ERANO SCORDATI IL DECRETO (Virginia Della Sala)

IMPOSSIBILE RICEVERLO A MARZO COME PREVISTO: IL TESTO È STATO PUBBLICATO SOLO IERI
Se n’era discusso tanto quando era stato annunciato con la legge di Stabilità. “E tu – capitava di sentir chiedere tra i lavoratori – cosa ne pensi del Tfr in busta paga?”. Oggi ci sarebbe anche un’altra domanda: ma il governo che fine ha fatto fare al Tfr in busta paga?
Per la legge, entrata in vigore il 1 gennaio 2015, i lavoratori avrebbero potuto scegliere di ricevere il Trattamento di fine rapporto già a partire da marzo 2015, per un periodo che si estende fino a giugno 2018. Ieri, però, l’osservatorio della Fondazione studi del Consulenti del Lavoro ha fatto notare che, in realtà, chi si aspettava o desiderava riceverlo da questo mese, dovrà attendere ancora. Almeno fino ad aprile. Perché il governo sembrava aver dimenticato di pubblicare sia il decreto attuativo, sia il modulo per richiedere la liquidazione.
Dal Ministero del Tesoro hanno poi comunicato, nella serata di ieri, che la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale è arrivata, così come quella del modulo. Meglio tardi che mai. “Tuttavia – avevano già spiegato i consulenti del lavoro – le aziende non sarebbero comunque in grado di liquidare il Tfr ai lavoratori interessati all’opzione, anche se il decreto entrasse in Gazzetta subito”. Non ci sarebbero, infatti, i tempi tecnici per acquisire tutte le disposizioni attuative e gestire il modello perché le aziende, che per lo più pagano entro il 27 del mese, avrebbero già completato le operazioni per la busta paga di marzo. E si parla del 60 per cento dei rapporti di lavoro del settore privato. “Insomma – hanno detto i consulenti – il processo mensile che porta alla gestione della busta paga si è messo in moto e non ci sono più spazi di recupero, perlomeno per il mese di marzo”.
Ed è davvero così. Anche secondo il Tesoro, le aziende avranno due possibilità: potranno erogare il Tfr il mese successivo alla richiesta del lavoratore (in caso abbiano in cassa i fondi necessari), e quindi quello di marzo comunque slitterà ad aprile. Oppure potranno erogarlo dopo tre mesi dalla richiesta, con tanto di arretrati e attraverso i termini dell’accordo quadro con ministero del lavoro e Abi, che consente alle aziende che non hanno risorse di accedere a finanziamenti agevolati.
Falso allarme o meno, comunque l’idea del Tfr in busta paga sembra un fallimento. Avrebbe dovuto aumentare i consumi e fornire almeno 2,5 miliardi di copertura per la spending review. E invece, secondo gli ultimi dati diffusi da Confesercenti, solo il 17 per cento dei lavoratori dipendenti lo richiederanno. E la maggior parte di loro lo userà per saldare debiti. Gli altri, cioè 8 lavoratori su 10, lo lasceranno maturare nell’azienda in cui hanno lavorato.
Tra le ragioni della mancata richiesta ci sarebbero sia la volontà di non erodere la liquidazione da riscuotere a fine rapporto di lavoro (e non impoverire ancora d più la pensione), sia l’eccessivo prelievo fiscale, visto che il Tfr in busta paga è tassato con aliquota ordinaria e non con quella ridotta, prevista se preso al termine del rapporto di lavoro.

Alla fine, i lavoratori hanno scelto. Ma si è trattato comunque di una libertà fittizia: la tassazione sulla rivalutazione del Tfr rimasto in azienda è comunque passata dall’11 al 17 per cento e le aliquote dei fondi pensione, a cui molti lavoratori hanno devoluto il Tfr, sono salite dal-l’11 al 20 per cento. Non c’è scampo.

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