martedì 24 marzo 2015

In Unione europea la crisi è finita?

da il manifesto
EUROPA

In Unione europea la crisi è finita?

La crisi sta per finire. Que­sta con­vin­zione si legge sem­pre più spesso nelle inter­pre­ta­zioni dell’attuale fase eco­no­mica, per tutta una serie di ragioni: il QE della Bce, la ridu­zione del prezzo del petro­lio, la sva­lu­ta­zione dell’euro, la cre­scita degli indici di fidu­cia d’imprese e consumatori.
È un’interpretazione che deriva dall’impostazione neo­li­be­ri­sta: tutto ciò che la poli­tica eco­no­mica deve fare è man­te­nere un rigido equi­li­brio nei bilanci pub­blici e lasciar ope­rare il mercato.
Un’interpretazione alter­na­tiva con­si­ste nel con­si­de­rare il ruolo gio­cato da fat­tori strut­tu­rali. Ci sono ele­menti che sug­ge­ri­scono un paral­lelo tra la Grande Depres­sione e la crisi attuale: il set­tore distin­tivo della fase di svi­luppo (agri­col­tura nel 1929, la mani­fat­tura oggi) spe­ri­menta un note­vole incre­mento di pro­dut­ti­vità, dovuto al pro­gresso tecnologico.
Tale aumento di pro­dut­ti­vità porta ad una espul­sione di lavo­ra­tori che, se non assor­biti dal nuovo set­tore emer­gente, com­porta un aumento della disoc­cu­pa­zione e un calo della domanda interna.
Que­sta migra­zione del lavoro tra set­tori può essere dif­fi­col­tosa e lenta. Se negli anni della Grande Crisi, la migra­zione dall’agricoltura alla mani­fat­tura impli­cava una migra­zione dalle cam­pa­gne alle città, ora gli osta­coli al pas­sag­gio verso il set­tore dei ser­vizi sono di diversa natura. In que­sto senso, il capi­tale umano gioca un ruolo impor­tante: non a caso i paesi con più alti tassi di istru­zione e mag­giore poli­ti­che di for­ma­zione hanno spe­ri­men­tato una crisi meno trau­ma­tica.
Se i lavo­ra­tori non rie­scono a migrare rapi­da­mente nel set­tore dei ser­vizi, si assi­ste a un declino del red­dito pro­dotto dalla mani­fat­tura, non com­pen­sato dall’aumento del red­dito pro­dotto dal set­tore dei ser­vizi. Il risul­tato è una pro­lun­gata con­tra­zione della domanda aggre­gata, fino a quando una por­zione signi­fi­ca­tiva del lavoro espulso dal set­tore in declino non sarà rias­sor­bita dal set­tore emergente.
Pos­siamo iden­ti­fi­care nella mani­fat­tura a basso valore aggiunto (quella tra­di­zio­nale dei Pigs e sog­getta alla con­cor­renza della glo­ba­liz­za­zione) il set­tore in declino e nei ser­vizi avan­zati il set­tore che dovrebbe essere in grado di rimpiazzarlo.
Que­sta distin­zione è sug­ge­rita anche dall’andamento delle serie sto­ri­che rela­tive alle varia­bili chiave del nostro ragio­na­mento: la mani­fat­tura, in par­ti­co­lare quella tra­di­zio­nale, ha spe­ri­men­tato negli ultimi decenni un note­vole aumento di pro­dut­ti­vità, una ridu­zione dei prezzi rela­tivi e una dimi­nu­zione del lavoro impie­gato soprat­tutto in ter­mini strutturali.
Anche l’andamento dei salari reali della mani­fat­tura, se rap­por­tato alla popo­la­zione, ha rag­giunto un mas­simo alla fine degli anni ’90. E non sem­bra com­pen­sato, sem­pre rispetto alla popo­la­zione, da quello aggiun­tivo pro­dotto dai ser­vizi avan­zati. I set­tori dei ser­vizi non sem­pre hanno fatto la loro parte. Sicu­ra­mente non in Ita­lia, e negli altri paesi che stanno subendo crisi più forti e prolungate.
L’economia ita­liana, inol­tre, pre­senta una pro­ble­ma­tica aggiun­tiva: i lavo­ra­tori che sono riu­sciti a migrare dalla mani­fat­tura ai ser­vizi fini­scono per essere impie­gati in ser­vizi a basso con­te­nuto di cono­scenza. Si tratta soprat­tutto di ser­vizi alla per­sona, e comun­que poco pro­dut­tivi e poco remu­ne­rati. Anche que­sto ha effetti nega­tivi sulla domanda aggregata.
Secondo l’interpretazione strut­tu­rale della crisi, le poli­ti­che di auste­rity cro­ni­ciz­zano il pro­blema: le misure con­giun­tu­rali sono ina­datte poi­ché è la strut­tura eco­no­mica ad aver pro­vo­cato la crisi, e non saranno le misure pal­lia­tive della Troika euro­pea a tirar­cene fuori.

Abbiamo biso­gno di poli­ti­che orien­tate a faci­li­tare la migra­zione dei lavo­ra­tori nel nuovo set­tore (istru­zione, for­ma­zione, R&S, ser­vizi avan­zati) e che con­sen­tano il supe­ra­mento dello squi­li­brio strut­tu­rale, senza il quale ogni qual­si­vo­glia aumento fra­zio­nale del Pil risul­terà effimero.

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