giovedì 26 marzo 2015

Intercettazioni, nuova legge niente freni ai giudici limiti alle pubblicazioni

Intercettazioni, nuova legge niente freni ai giudici limiti alle pubblicazioni (LIANA MILELLA).

NcdIl governo riapre il dossier e pensa a multe per chi diffonde conversazioni non penalmente rilevanti.

ROMA – Intercettazioni, si riparte con la voglia di cambiarle. Il governo riapre il dossier e punta diritto a impedire che le conversazioni penalmente non rilevanti, ma assai appetibili sul piano del gossip politico, finiscano prima nei provvedimenti delle toghe, e dopo sui giornali. Nessuna stretta però sui magistrati, come fu ai tempi della legge bavaglio di Berlusconi, che non vedranno leso il loro potere di mettere microspie, ma regole rigide per utilizzare le sbobinature nelle famose ordinanze d’arresto, materia prima per la diffusione giornalistica. Il governo potrebbe prevedere anche una doppia griglia di sanzioni, sia per i funzionari infedeli che passano le intercettazioni di chi non è indagato, sia per i giornalisti che le pigliano e le utilizzano.
Dove mettere tutto questo? Una legge ad hoc? La delega che è già stata approvata il 29 agosto all’interno del disegno di legge sul processo penale? Uno stralcio? Il contenitore delle nuove regole, proprio come ha chiesto Ncd al punto da presentare l’emendamento Pagano (vedi Repubblica del 27 gennaio 2015), potrebbe essere la legge sulla diffamazione in attesa alla Camera del suo secondo giro di boa parlamentare dopo quello del Senato. È lì dentro che verrebbe piazzata la delega al governo a riscrivere le regole delle intercettazioni, che per ora è inserita nel ddl sulla riforma del processo penale. La ragione è semplice: non solo perché lo ha già chiesto Ncd al punto da proporre l’emendamento ad hoc prima ancora che scoppiasse il caso Lupi, ma soprattutto perché alla diffamazione potrebbe bastare un solo passaggio parlamentare per essere approvata. Infine, visto che si ipotizzano delle sanzioni per chi pubblica intercettazioni “private”, la legge sulla diffamazione a mezzo stampa viene ritenuta, da palazzo Chigi, un contenitore coerente.
Dunque: il caso Lupi è destinato a lasciare un segno pesante nella storia delle intercettazioni. Dopo le telefonate dell’ex ministro delle Infrastrutture, che non è indagato nell’inchiesta di Firenze, riportate nelle carte di pm e gip e pubblicate sui giornali dopo il deposito, Ncd insorge e mette sul tavolo di Renzi la richiesta pressante e pesante di cambiare le regole delle intercettazioni. Renzi però, di suo, già ci pensa. Le telefonate private sui giornali non gli sono mai piaciute. Basta risentirlo il 30 giugno, nella conferenza stampa a palazzo Chigi in cui presenta i famosi 12 punti sulla giustizia. Quando arriva al capitolo delle intercettazioni eccolo dire: «I magistrati devono essere liberi di intercettare, ma dove sta il limite alla pubblicabilità? Se c’è una vicenda personale, slegata dall’indagine, capisco il giornalista, ma esiste ancora il diritto alla privacy? Dov’è il confine? Mi rivolgo ai direttori dei giornali, domando loro “qual è il limite?”». Quel giorno il premier ipotizza anche una sorta di consultazione tra tutti i direttori delle testate più importanti, proprio per sentire cosa ne pensano e decidere con loro.
Oggi sarebbe politicamente sbagliato dire che Renzi cambia le regole delle intercettazioni perché Alfano glielo chiede, minacciando anche di ostacolare al Senato il cammino dell’anti-corruzione. L’attuale ministro dell’Interno, se lo ricordano tutti, è l’autore della famosa legge bavaglio che, dal 2008 al 2011, ha drammatizzato la vita del governo Berlusconi. Lì l’attacco ai magistrati era pesante, le limitazioni all’uso delle microspie massiccio, il bavaglio alla stampa tombale. Oggi Alfano non può riproporre quel testo, anche se il vice ministro della Giustizia Enrico Costa, esponente di punta di Ncd, alla Camera lo ha già fatto.
Ora la mediazione è un’altra. Niente limiti alle registrazioni, tutto resta com’è adesso. Ma limiti, questi sì massicci, all’utilizzo delle registrazioni nei provvedimenti dei magistrati, ordinanze di custodia cautelare, ordini di perquisizione e sequestro. Basta leggere la delega che il governo ha già approvato: «Prevedere disposizioni dirette a garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni e che diano una precisa scansione procedimentale all’udienza di selezione del materiale intercettativo».
Il linguaggio è da “sudoku” del diritto e c’è da chiedersi chi l’abbia scritto, ma la sostanza è chiara: i magistrati dovranno fare una selezione stringente delle intercettazioni che mettono nei provvedimenti, solo quelle penalmente rilevanti hanno diritto di starci, le altre vanno chiuse in cassaforte e devono restare per sempre segrete. Sarà poi un’udienza stralcio, con gli avvocati, a valutare il materiale e decidere definitivamente cosa può uscire e cosa deve restare riservato. C’è poi il capitolo delle sanzioni, punito in modo duro chi fa uscire le carte dagli armadi blindati, punito chi le pubblica. Sì, ma come? Già la legge sulla diffamazione è fortemente punitiva verso la stampa. C’è il rischio che l’ingresso anche delle intercettazioni finisca per essere veramente tombale.
Da La Repubblica del 26/03/2015.

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