giovedì 12 marzo 2015

ITALIA «Scimmia, torna nella foresta». E tutti zitti…

da il manifesto
ITALIA

«Scimmia, torna nella foresta». E tutti zitti…

Degrado capitale. Come l’infiltrazione nera e mafiosa condiziona le relazioni quotidiane. Scene di ordinario razzismo a via Sannio

Il mercato di via Sannio a Roma
E' un sabato del mese di marzo, intorno alle 13.30. Sono, con mio marito, al mer­cato di via San­nio, ben noto a Roma per la ven­dita di abiti nuovi e usati, e per essere fre­quen­tato da una clien­tela mol­te­plice per fasce di età e con­di­zione sociale.
Men­tre per­corro con lui una delle cor­sie verso l’uscita, una scena ina­spet­tata ci col­pi­sce come una fru­sta. Un tipo tar­chiato, dall’aria ecci­tata, lan­cia insulti raz­zi­sti con­tro un gio­vane di bell’aspetto (di ori­gine ban­gla­dese, poi capi­remo), che sta davanti al banco di abiti maschili nuovi presso cui lavora: silen­zioso, immo­bile, imba­raz­zato. Il tipo — egli stesso ven­di­tore, pro­ba­bil­mente tito­lare, del banco accanto — gli urla ripe­tu­ta­mente, in roma­ne­sco: «Scim­mia, tor­na­tene nella foresta!».
Un gruppo di uomini gli sta intorno, come lui a man­giare qual­cosa. Alcuni sghi­gnaz­zano, uno obietta: «Che stai a di’? Pure in Ban­gla­desh c’hanno i grat­ta­cieli!». Tutti ridono, diver­titi dalla nobile ten­zone. Dei clienti che pas­sano, nes­suno interviene.
«Scherzi» così, tutti i giorni
Mi avvi­cino e grido al tar­chiato di smet­terla. Mi risponde, con tono minac­cioso, che è libero di dire e fare ciò che vuole. Noi due ribat­tiamo che sta pro­nun­ciando ingiu­rie raz­zi­ste, quindi puni­bili per legge, e minac­ciamo di chia­mare i vigili urbani. Lui, per niente inti­mo­rito, si mette a scio­ri­nare quasi l’intero reper­to­rio di cli­ché raz­zi­sti: «Ce stanno a ruba’ tutto: case, lavoro, donne…»; «Ahó, se que­sti nun li cac­ciamo, i figli nostri hanno da fà i schiavi loro!».
Men­tre noi gli stril­liamo che sta dicendo «fre­gnacce» da igno­rante, alcuni della sua cer­chia lo giu­sti­fi­cano: «È il suo modo di scher­zare. Lo fa ogni giorno…». Mi giro verso il gio­vane ban­gla­dese, muto e imba­raz­zato, incro­cio il suo sguardo, mi avvi­cino. Lui spezza il silen­zio per mor­mo­rarmi, in un ita­liano quasi impec­ca­bile: «Gra­zie, signora, ma lasci stare. Se no, per me è peg­gio, dopo».
Ci allon­ta­niamo di poco. Quando ci vol­tiamo, il raz­zi­sta ha quasi finito di man­giare il suo panino. In modo osten­tato spez­zetta ciò che ne è rima­sto e lan­cia i toc­chi con­tro i piedi della sua vit­tima, gri­dan­do­gli: «Tiè, magna, scim­mia!». Il ban­gla­dese non rea­gi­sce. Ci diri­giamo verso l’uscita, vol­tan­doci un paio di volte per gri­dare di nuovo allo scal­ma­nato di smet­terla. Per tutta rispo­sta, lui lan­cia con forza la bot­ti­glia da cui ha bevuto, piena a metà d’acqua mine­rale, con­tro le gambe della sua vit­tima. La quale, pur con i pan­ta­loni bagnati, resta immo­bile dinanzi al banco, e in silenzio.
Men­tre usciamo, uno del mer­cato, seduto su una sedia al limite tra la cor­sia e il mar­cia­piede, ci avverte sot­to­voce: «Lascia­telo sta’, quello, è peri­co­loso. È fasci­sta, come tutta la sua fami­glia».
È l’unico a cen­su­rare quel com­por­ta­mento, ma si è guar­dato bene dall’intervenire in difesa della vit­tima. Anche lui ci lavora, in quel mer­cato. Non potrebbe più se si schie­rasse aper­ta­mente con­tro «quello».
Con­ti­nuare a lavo­rare lì sarebbe ancor più impos­si­bile per il gio­vane ban­gla­dese, se mai osasse ribel­larsi. Pos­siamo imma­gi­nare quale sia la sua vita: un lavoro al nero, senza alcuna garan­zia, al ser­vi­zio di un pro­prie­ta­rio ita­liano che esige il mas­simo; pro­ba­bil­mente una fami­glia da man­te­nere in patria; l’umiliazione quo­ti­diana e la neces­sità di sop­por­tare quel gioco sadico senza reagire.
Impo­tenti ci sen­tiamo anche noi, che pure siamo in posi­zione quanto meno pari a quella del suo per­se­cu­tore. Qua­lun­que cosa faces­simo di più effi­cace, sarebbe pre­te­sto per una pesante ritor­sione nei suoi confronti.
La scena cui abbiamo assi­stito deve essere una sorta di copione per­verso che si ripete ogni giorno, durante la pausa per il pranzo: quando i clienti son pochi e c’è un po’ di tempo per sva­garsi. È un’esibizione di sadi­smo, tanto più ecci­tante per il fatto che la vit­tima, a causa della sua ogget­tiva impo­tenza, è costretta a reci­tare la parte del maso­chi­sta. Tanto più esal­tante per il fatto di avere intorno un coro com­pia­cente che mostra di diver­tirsi. Anche quando uno del coro con­trad­dice il primo attore –«Pure in Ban­gla­desh c’hanno i grat­ta­cieli!» – è sem­pre all’interno del copione prestabilito.
Su pic­cola scala è una rap­pre­sen­ta­zione per­fetta della dia­let­tica raz­zi­sta. Come nell’antisemitismo più clas­sico, l’altro, pur se bianco, istruito, gen­tile, è comun­que l’incarnazione di una minac­cia («Ci rubano tutto: case, lavoro, donne») e di un com­plotto («I figli nostri faranno i loro schiavi»). Pro­prio per­ché supe­riore al locu­tore raz­zi­sta per istru­zione e buona edu­ca­zione, l’altro deve essere infe­rio­riz­zato come scim­mia (che a sua volta è stata sva­lu­tata e degradata).
La dia­let­tica raz­zi­sta non è cosa che riguardi solo il car­ne­fice e la vit­tima, né solo il con­te­sto cir­co­scritto del quale ho rac­con­tato. Nel corso degli anni, il discorso raz­zi­sta si è dif­fuso e legit­ti­mato come discorso pub­blico quasi nor­male, soprat­tutto gra­zie alla peda­go­gia di massa (l’abbiamo scritto mille volte), eser­ci­tata dalla Lega Nord.
Cal­de­roli e il nome dell’altro
Il ricorso all’epiteto insul­tante di scim­mia, ripe­scato dal reper­to­rio del raz­zi­smo di stampo bio­lo­gi­sta, ere­di­tato poi dal fasci­smo, è stato accre­di­tato anche da locu­tori isti­tu­zio­nali, addi­rit­tura dal vice-presidente del Senato, Roberto Cal­de­roli. Nel corso del 2013, il suo uti­lizzo ha cono­sciuto un’impennata vigo­rosa gra­zie alla per­se­cu­zione quo­ti­diana ai danni di Cécile Kyenge, attuata soprat­tutto dai leghi­sti, Cal­de­roli in testa.
Così che «scim­mia» si è bana­liz­zato fino a diven­tare il nome dell’altro. Di qual­siasi pro­ve­nienza e sem­bianze egli sia: negli stadi in tal modo s’insultano cal­cia­tori colom­biani, bra­si­liani, italo-francesi, belga-marocchini, alba­nesi, napo­le­tani, siciliani…
L’episodio di via San­nio, come altri simili, non attiene solo a pra­ti­che discor­sive. È anche una pic­cola spia dell’imbarbarimento della Capi­tale, della sua deca­denza morale, della pro­fonda infil­tra­zione nera e mafiosa che con­di­ziona pure le rela­zioni quo­ti­diane. Il raz­zi­smo è pene­trato anche tra le classi subal­terne, è arri­vato nelle peri­fe­rie popo­lari, fomen­tato da gruppi di estrema destra, com­presi i «fasci­sti del Terzo Mil­len­nio». Che oggi, pro­tetti, raf­for­zati e rin­gal­luz­ziti dall’alleanza con la Lega Nord, mol­ti­pli­cano pro­vo­ca­zioni e raid con­tro i migranti.
La rilut­tanza ad ammet­tere che il raz­zi­smo possa alli­gnare tra le classi popo­lari è ben esem­pli­fi­cata dalla fru­sta for­mula di «guerra tra poveri», abu­sata anche a sini­stra, pure nei casi in cui è evi­dente che si tratta, se mai, di guerre con­tro i più poveri. Guerre asim­me­tri­che, non solo per­ché di solito gli aggres­sori sono i nazio­nali, ma anche per­ché essi, se pur disa­giati, godono del pri­vi­le­gio della cit­ta­di­nanza ita­liana, che con­fe­ri­sce loro qual­che diritto in più.

Nel caso del mer­cato di via San­nio, il pri­vi­le­gio, anche quanto a posi­zione sociale, inco­rag­gia il sadi­smo verso una vit­tima inerme, la com­pli­cità dei sodali del per­se­cu­tore, il silen­zio e l’inerzia dei testimoni.

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