venerdì 27 marzo 2015

La barricata di Poletti e confederali contro il reddito minimo

da il manifesto
EDITORIALE

La barricata di Poletti e confederali contro il reddito minimo

Nuovo Welfare. Non vanno d'accordo su (quasi) nulla, tranne che sull'opposizione ad una misura universale contro povertà e disoccupazione. Il ministro del lavoro e Cgil-Cisl-Uil preferiscono un sussidio contro la povertà assoluta. Ma in parlamento e nella società cresce la mobilitazione per un "reddito di dignità"

Sono venuti al pet­tine i nodi sulla que­stione del red­dito minimo garantito/reddito di cit­ta­di­nanza, secondo le dici­ture dei due dise­gni di legge (Sel e Cin­que stelle) in discus­sione al Senato. Con il Mini­stro Giu­liano Poletti che espli­cita la sua posi­zione con­tra­ria e anti­cipa un «piano ope­ra­tivo nazio­nale per l’inclusione sociale».
È il Red­dito di inclu­sione sociale gestito da sin­da­cati e Terzo set­tore, che pare limi­tarsi al pur nobile obiet­tivo di con­tra­stare la povertà asso­luta nel nostro Paese, magari creando lavoro camuf­fato per quelle stesse strut­ture. La solita ottica pater­na­li­sta, pau­pe­ri­stica e cari­ta­te­vole che tra­muta il Wel­fare in Workfare.
Nulla a che vedere con quanto si discute nelle audi­zioni presso l’Ufficio di Pre­si­denza della Com­mis­sione Lavoro. Lì, tra qual­che dif­fi­coltà e frain­ten­di­menti, si sta pren­dendo coscienza della neces­sità di intro­durre un red­dito minimo garan­tito come archi­trave di un Wel­fare uni­ver­sa­li­stico che il nostro Paese non ha mai avuto e che l’Unione euro­pea «ci chiede» di pre­ve­dere dal lon­tano 1992. Si tratta di un nuovo diritto sociale fon­da­men­tale, che den­tro l’impoverimento di lar­ghi strati della società resti­tui­rebbe fidu­cia, auto­no­mia e benes­sere alle per­sone: con­tro i ricatti di povertà e mala­vita, per inve­stire sulle aspi­ra­zioni delle per­sone e su una nuova idea di Paese e società.
È una pic­cola rivo­lu­zione coper­ni­cana che fa brec­cia anche tra sena­tori e sena­trici ini­zial­mente scet­tici, dando seguito alle indi­ca­zioni dell’Europarlamento del 2010: «I sistemi di red­dito minimo ade­guati deb­bano sta­bi­lirsi almeno al 60% del red­dito mediano dello Stato mem­bro inte­res­sato», per garan­tire un’esistenza libera e digni­tosa. E non si dica che non ci sono i soldi; quando baste­rebbe par­tire da una razio­na­liz­za­zione delle spese sociali esi­stenti sulle inden­nità di ultima istanza (spesso ini­que e fonti di abusi) che ammon­tano a oltre 30 miliardi di euro l’anno.
Anche nella società cre­sce la mobi­li­ta­zione per un «red­dito di dignità», che mette insieme asso­cia­zio­ni­smo, come Libera e BIN Ita­lia, insieme con reti sociali. Resi­denza, indi­vi­dua­lità dell’erogazione, con­gruità delle pro­po­ste di impiego, suf­fi­cienza e pro­por­zio­na­lità della misura: que­sti i prin­cìpi inde­ro­ga­bili che comin­ciano ad essere condivisi.

È in atto un dop­pio movi­mento, par­la­men­tare e della società, che può fare a meno delle men­ta­lità cor­po­ra­tive, clien­te­lari, buro­cra­ti­che e ves­sa­to­rie che ammor­bano que­sto Paese da troppi decenni. È grave con­sta­tare che un Mini­stro del Lavoro e sin­da­cati con­fe­de­rali pos­sano tro­varsi sullo stesso lato della bar­ri­cata: quello sbagliato.

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