venerdì 27 marzo 2015

La nuova soggettività del ceto medio

da il manifesto
EUROPA

La nuova soggettività del ceto medio

Analisi. Se i movimenti del 2011 erano quelli dei precari, negli anni seguenti a scendere in piazza è stata la classe impoverita

Gli studi sui movi­menti sociali hanno svi­lup­pato un insieme di stru­menti utile ad affron­tare l’azione col­let­tiva durante periodi nor­mali, ovvero periodi ordi­nati. I sistemi a cui si sono prin­ci­pal­mente rivolti sono le cosid­dette demo­cra­zie avan­zate, aventi forme di wel­fare svi­lup­pate. Le teo­rie pro­po­ste si sono prin­ci­pal­mente orien­tate verso la spie­ga­zione dell’impatto di que­ste strut­ture sui movi­menti col­let­tivi. La prin­ci­pale aspet­ta­tiva è che le pro­te­ste coin­vol­gano oppor­tu­nità e risorse.
In realtà, sap­piamo molto meno delle que­stioni che sono di fon­da­men­tale impor­tanza per ana­liz­zare il tardo neo­li­be­ra­li­smo ed il rela­tivo mal­con­tento, come: movi­menti in periodi di crisi, quando la pro­te­sta è sca­te­nata più da minacce che da oppor­tu­nità; movi­menti in periodi straor­di­nari, ovvero movi­men­tati, quando l’azione cam­bia le rela­zioni; movi­menti come pro­cessi, come pro­dut­tori delle pro­prie risorse e fonte di empowerment.
L’attività di ricerca in eco­no­mia poli­tica ha indi­cato alcune carat­te­ri­sti­che gene­rali del neo­li­be­ra­li­smo: l’emergenza di un libero mer­cato come ideo­lo­gia, che indi­rizza le poli­ti­che non verso il ritiro dello stato dal mer­cato, bensì verso la ridu­zione degli inve­sti­menti nei ser­vizi sociali che dimi­nui­scono le disu­gua­glianze, e porta pro­te­zione al posto del capi­ta­li­smo finan­zia­rio; la pri­va­tiz­za­zione dei beni pub­blici ed il sal­va­tag­gio delle ban­che; la fles­si­bi­liz­za­zione del mer­cato del lavoro, affian­cato però a forti atti­vità di rego­la­men­ta­zione, che aumen­tano le oppor­tu­nità di trarre van­taggi speculativi.
Que­sti svi­luppi hanno chiare con­se­guenze sulle basi sociali della poli­tica del con­flitto con­tem­po­ra­nea. Entrambe le ondate di pro­te­sta del 2011 e del 2013 hanno infatti cau­sato nuove ten­sioni nelle basi sociali della poli­tica del conflitto.
Nel 2011 i mani­fe­stanti sono stati gene­ral­mente con­si­de­rati, per la mag­gior parte, come mem­bri di una nuova classe pre­ca­ria, che era stata for­te­mente col­pita dalle poli­ti­che di auste­rità. Diver­sa­mente da quelli del 2011, le pro­te­ste del 2013 sono state inter­pre­tate come feno­meni del ceto medio.
Le infor­ma­zioni col­le­zio­nate sul back­ground sociale dei mani­fe­stanti non hanno con­fer­mato in modo ine­qui­vo­ca­bile né la tesi della mobi­li­ta­zione di un nuovo pre­ca­riato, né quella di un movi­mento della classe media. In tutte le mani­fe­sta­zioni sono rap­pre­sen­tati una vasta gamma di back­ground sociali: dagli stu­denti ai lavo­ra­tori pre­cari, dai lavo­ra­tori manuali e non manuali alla pic­cola bor­ghe­sia e ai pro­fes­sio­ni­sti. Mag­gior­mente popo­late da gio­vani e figure di ele­vata istru­zione, le mani­fe­sta­zioni hanno anche osser­vato la par­te­ci­pa­zione di altre coorti di età.
Le varie pro­te­ste coin­vol­gono diverse classi sociali, ma non sono un feno­meno tra classi. Ten­dono piut­to­sto a riflet­tere alcuni cam­bia­menti nella strut­tura delle classi sociali che hanno carat­te­riz­zato il neo­li­be­ra­li­smo e la sua crisi: in par­ti­co­lare, la pro­le­ta­riz­za­zione delle classi medie e la pre­ca­riz­za­zione dei lavo­ra­tori. Quanto al primo feno­meno, molti studi indi­cano il declino del potere della classe media, con le ten­denze alla pro­le­ta­riz­za­zione della pic­cola bor­ghe­sia indi­pen­dente (come ad esem­pio la tra­sfor­ma­zione delle strut­ture com­mer­ciali che por­tano all’eliminazione dei nego­zianti indi­pen­denti a favore delle mul­ti­na­zio­nali); dei liberi pro­fes­sio­ni­sti (attra­verso pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi, crea­zione di aziende oli­go­po­li­sti­che e de-professionalizzazione attra­verso la Tay­lo­riz­za­zione dei com­piti); dei dipen­denti pub­blici (attra­verso la ridu­zione dello sta­tus e del sala­rio, e attra­verso la fles­si­bi­liz­za­zione del con­tratto, etc).
Per quanto riguarda quest’ultima, la pre­ca­riz­za­zione col­pi­sce i dipen­denti pri­vati nei set­tori indu­striali (attra­verso la chiu­sura dei tra­di­zio­nali set­tori for­di­sti, oltre alla fles­si­bi­liz­za­zione delle con­di­zioni lavo­ra­tive), come nel set­tore ter­zia­rio, con l’aumento del lavoro infor­male, di lavori scar­sa­mente retri­buiti, e di con­di­zioni di lavoro pre­ca­rie.
In sin­tesi, anzi­ché mobi­li­tare una sin­gola classe sociale, le mani­fe­sta­zioni hanno mobi­li­tato cit­ta­dini con diversi back­ground sociali. I movi­menti degli anni 2000 sono stati infatti visti come segni di comune oppo­si­zione alla mer­ci­fi­ca­zione degli spazi pub­blici, in un ten­ta­tivo di costi­tu­zione comunitaria.
Nella mobi­li­ta­zione di que­ste vaste e varie­gate basi sociali, i movi­menti sociali in tempi di crisi devono far fronte a spe­ci­fi­che sfide, tra cui la sim­bo­lica sfida della costru­zione di un nuovo sog­getto; la sfida mate­riale di mobi­li­tare risorse limi­tate; la sfida stra­te­gica di influen­zare un sistema poli­tico estre­ma­mente chiuso.
Anche se non total­mente limi­tate da esse, le rispo­ste del movi­mento alla crisi sono infatti strut­tu­rate sulla base delle risorse mate­riali esi­stenti (come suc­cede nelle reti di movi­mento), e anche da risorse sim­bo­li­che (espresse come cul­tura del movi­mento). Que­sto implica una limi­ta­zione delle opzioni dispo­ni­bili, ma sca­tena un pro­cesso di appren­di­mento in ter­mini di lezioni dal pas­sato.
Anche se cer­ta­mente limi­tati dalle strut­ture esi­stenti, una carat­te­ri­stica dei movi­menti nei periodi di crisi è la loro capa­cità di creare risorse attra­verso l’invenzione di nuove strut­ture, nuovi sistemi orga­niz­za­tivi e nuove forme di azione. In que­sto senso, per capire le con­di­zioni per l’azione di con­flitto, l’attenzione deve spo­starsi a ciò che è stato indi­vi­duato come dive­nire: non esi­stono ancora le iden­tità, né sono state costi­tuite; le reti si sono rifor­mate attra­verso il supe­ra­mento di vec­chie scis­sioni. In periodi straor­di­nari, a causa della rot­tura di vec­chie iden­tità e di vec­chie aspet­ta­tive, emerge un nuovo spi­rito: i movi­menti sociali espri­mono allora, prima di tutto, il diritto di esistere.
Lo svi­luppo di uno spi­rito nuovo è stato osser­vato nelle piazze occu­pate, che hanno carat­te­riz­zato il nuovo reper­to­rio di pro­te­ste. Esse rap­pre­sen­tano infatti spazi per la for­ma­zione di una nuova sog­get­ti­vità, basata sulla ricom­po­si­zione di pre­ce­denti scis­sioni e l’emergenza di nuove iden­tità. Le mani­fe­sta­zioni sono quindi da vedere come pro­dut­trici di entità emer­genti, che vanno al di là dei pro­pri ele­menti costi­tu­tivi. L’attenzione sul dive­nire affiora attra­verso le pra­ti­che che sot­to­li­neano l’importanza degli incon­tri – infatti, viene cele­brata nelle varie piazze la diver­sità delle persone.
In que­sto senso, come indi­cato dal per­corso evo­lu­tivo di Gre­cia e Spa­gna, anche se appa­ren­te­mente in riti­rata, le ampie ondate di pro­te­sta hanno un carat­tere costi­tu­tivo, e sospen­dendo vec­chie regole ne creano di nuove. In que­sto modo la demo­cra­zia si è evo­luta nelle strade.

(Tra­du­zione di Ales­san­dro Castiello D’Antonio)

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