sabato 28 marzo 2015

La nuova-vecchia Rai

da il manifesto
POLITICA

La nuova-vecchia Rai

Viale Mazzini. Il cdm vara la riforma. Renzi; «Ora decida il parlamento, ma entro luglio». Con la governance che verrà «fuori partiti e correnti», assicura il premier. Ma la «svoltabuona» non si vede. Cda a 7 e ad con più poter

Una una cosa, assi­cura Mat­teo Renzi, si può essere certi. Anche se i tempi della discus­sione par­la­men­tare doves­sero andare per le lun­ghe, sulla riforma della Rai il governo non inter­verrà con un decreto. Que­sta ipo­tesi del resto era stata da tempo accan­to­nata, per­ché il Qui­ri­nale non avrebbe gra­dito. E in fondo a sen­tire le ben novità in arrivo («pic­cole modi­fi­che», ammette lo stesso pre­si­dente del con­si­glio), c’è ben poco di urgente su cui decretare.
Ma il pre­si­dente del con­si­glio, al ter­mine del con­si­glio dei mini­stri che approva il ddl sulla riforma della gover­nance di viale Maz­zini, vuole cogliere il pre­te­sto per dimo­strare quanto lui, chec­ché se ne dica, sia rispet­toso del par­la­mento. Lo dice e lo ripete quando illu­stra i con­te­nuti del ddl che pre­vede — come ampia­mente anti­ci­pato — un con­si­glio d’amministrazione che passa dai nove mem­bri della legge Gasparri, quella attual­mente in vigore, a sette. Quat­tro dei quali, appunto, saranno scelti dal par­la­mento, due dalla camera e due dal senato (rifor­mato). E resterà in piedi, con poteri di con­trollo e indi­rizzo anche se non più di nomina, pure la com­mis­sione di vigi­lanza Rai, «ne difen­diamo il ruolo per­ché noi siamo favo­re­voli a che il par­la­mento vigili», mica come i 5 stelle che «la com­mis­sione vole­vano abo­lirla» (sag­gia­mente). Non che il pas­sag­gio dei poteri di nomina da palazzo San Macuto a palazzo Madama e Mon­te­ci­to­rio cambi chissà che: sono sem­pre i par­titi a deci­dere, ma il pre­mier vor­rebbe far cre­dere che in que­sto modo saranno messi «fuori par­titi e cor­renti poli­ti­che dalla gestione della quo­ti­dia­nità Rai».
Altri due mem­bri del con­si­glio d’amministrazione, secondo il ddl, saranno nomi­nati dal con­si­glio dei mini­stri su pro­po­sta dell’azionista (il mini­stero dell’economia) e uno sarà il rap­pre­sen­tante eletto dall’assemblea dei dipen­denti Rai. E qui allora altro che un governo che non ha a cuore i lavo­ra­tori (sce­netta già fatta la set­ti­mana scorsa, ma ripe­tuta con una certa insi­stenza alla vigi­lia della mani­fe­sta­zione della Fiom).
E ancora, il pre­si­dente del cda sarà scelto al suo interno dallo stesso con­si­glio d’amministrazione. E il super­ma­na­ger a capo dell’azienda? Sarà un ammi­ni­stra­tore dele­gato anche que­sto nomi­nato dal con­si­glio d’amministrazione, ma «sen­tito l’azionista» (il governo). Resterà in carica per tre anni e avrà «ampi poteri», tra i quali quello di nomi­nare i diret­tori e quello di deci­dere su spese fino a 10 milioni di euro (ora il tetto è di 2,5). Le sen­tenze della Corte costi­tu­zio­nale non auto­riz­za­vano l’ipotesi che il governo avesse un ruolo esclu­sivo e pre­va­lente nella scelta dei ver­tici della tv pub­blica. Ma con due mem­bri del cda scelti dallo stesso governo e quat­tro di nomina par­la­men­tare, è dif­fi­cile imma­gi­nare che il futuro capo azienda non avrà un pro­filo ren­ziano, «sen­tito l’azionista». Come con la ber­lu­sco­niana legge Gasparri.
Sul fronte del canone, si prende ancora tempo: il ddl pre­vede che la riforma venga dele­gata al governo «entro un anno dall’entrata in vigore della legge». Ma per quanto lo riguarda, Renzi chia­ri­sce: «Io appar­tengo a una cul­tura che il canone vor­rebbe eli­mi­narlo». Accanto a lui, il sot­to­se­gre­ta­rio alle comu­ni­ca­zioni Anto­nio Gia­co­melli oppone un timido «io non so se sono esat­ta­mente della scuola del pre­si­dente, però par­te­ci­però all’approfondimento del governo».
Dall’azienda arriva la delu­sione del sin­da­cato Usi­grai che insieme alla Fnsi nota: « Non c’è la rivo­lu­zione che noi auspi­chiamo. Ci aspet­ta­vamo la rot­ta­ma­zione della Gasparri, insieme al con­trollo sulla Rai dei par­titi e dei governi, ma la solu­zione annun­ciata non va in que­sta direzione».

Per dare verve alle «pic­cole modi­fi­che» (e Renzi sta­volta dice «non impo­niamo niente al par­la­mento», ma se la riforma non sarà appro­vata entro luglio la colpa sarà pro­prio del par­la­mento, dice), il pre­mier pre­senta per il futuro «un docu­mento poli­tico pro­gram­ma­tico che rac­conta cosa è la Rai e dal quale vor­remmo par­tisse il dibat­tito, senza tifo­se­rie». Nel docu­mento è scritto che «la Rai non è una muni­ci­pa­liz­zata di pro­vin­cia» men­tre «la Gasparri va nella dire­zione oppo­sta, con­dan­nan­dola a subire spac­ca­ture e ris­so­sità del par­la­mento». Ma Gasparri non se la prende: «Siamo aperti al confronto».
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