domenica 8 marzo 2015

L’AMACA del 08/03/2015

L’AMACA del 08/03/2015 (Michele Serra).

FLAVIO Briatore è uno dei simboli viventi degli enormi vantaggi che l’Occidente, dagli anni Ottanta in poi, ha concesso ai disinvolti. Uno straordinario clima di deregulation etica, legale, politica, economica ha centuplicato i guadagni di chi ha saputo approfittare del momento. Chi in passato (e in futuro, speriamo) avrebbe dovuto accontentarsi di una vita normale — per esempio gestire un simpatico ristorantino a Cuneo — negli anni Ottanta, se indovinava il giusto pertugio spaziotemporale nel quale infilarsi, poteva diventare addirittura Briatore. Al suo posto, misurando la clamorosa sproporzione tra la propria normalità e l’assoluta eccezionalità dei risultati, ci sentiremmo paghi, grati al sistema, in debito con la fortuna. Lui no.
Non vuole essere solo ricco: vuole anche essere stimato. È furibondo per essere incappato nella lista Falciani, e compera pagine sui giornali per venircelo a dire. Oltre a conti svizzeri leciti gliene viene imputato uno molto sospetto, 39,7 milioni di euro intestati a una inconsapevole cuoca di Brescia. Al netto di quanto Briatore ha avuto dalla vita, pagare lo scotto di un’indagine della Finanza è veramente un prezzo minimo. Al suo posto ci baceremmo i gomiti tutte le mattine ripetendo come un mantra: “Mi è andata davvero di culo! Grazie a Dio e a tutti i Santi! Alleluja!”. Lui no, lui è disgustato per essere vagamente in odore di furbizia. Non sapersi mai accontentare, ecco una delle disgrazie degli esseri umani.
Da La Repubblica del 08/03/2015.

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