mercoledì 25 marzo 2015

Le alternative alla proibizione globale

da il manifesto
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Le alternative alla proibizione globale

Fuoriluogo. La rubrica settimanale a cura di Fuoriluogo
In vista dell’Assemblea Gene­rale Onu sulle dro­ghe (Ungass), pre­vi­sta a New York nell’aprile 2016, le Ong che si bat­tono per la riforma della poli­tica delle dro­ghe stanno pre­pa­rando una piat­ta­forma di rivendicazioni.
Inter­na­tio­nal Drug Policy Con­sor­tium, la rete cui ade­ri­scono 130 asso­cia­zioni da ogni parte del mondo, le ha rias­sunte in un docu­mento. Il primo obiet­tivo è che l’Assemblea sia aperta alla società civile: da qui l’impegno a costruire una Civil Society Task Force, che sia rico­no­sciuta come inter­lo­cu­tore uffi­ciale anche nella fase pre­pa­ra­to­ria dell’evento. L’approccio bot­tom up, se accolto, sarebbe un segnale di aper­tura demo­cra­tica, e al tempo stesso la con­di­zione per vin­cere l’autoreferenzialità, l’immobilismo del sistema, i suoi vuoti rituali: come la Dichia­ra­zione Poli­tica Finale che chiude que­sti incon­tri inter­na­zio­nali, frutto di defa­ti­ganti com­pro­messi per rag­giun­gere l’unanimità.
Il rito una­ni­mi­stico ha oggi la sola fun­zione di cemen­tare le crepe del sistema, evi­tando un dibat­tito aperto sulle dif­fe­renze di poli­ti­che fra gli stati mem­bri: dif­fe­renze cla­mo­ro­sa­mente venute alla luce dopo che molti paesi hanno scelto di depe­na­liz­zare il pos­sesso e l’uso per­so­nale di dro­ghe, e ancor più dopo che l’Uruguay e un numero signi­fi­ca­tivo di stati Usa hanno lega­liz­zato l’offerta di can­na­bis a uso ricreativo.
Ciò di cui si avverte oggi la neces­sità è un cam­bio di passo, a ini­ziare dal lin­guag­gio e dalle forme del con­fronto e della deci­sione poli­tica: ci si aspetta un «full and honest debate», come ha chie­sto lo stesso Ban Ki Moon; e che il con­fronto aperto sia docu­men­tato uffi­cial­mente in un rap­porto finale, a dispo­si­zione dei policy maker degli stati membri.
Soprat­tutto, si abban­doni la vec­chia reto­rica del «mondo libero dalla droga», rica­li­brando gli obiet­tivi del sistema di con­trollo. Per­fino altre agen­zie Onu pun­tano il dito con­tro la stra­te­gia di guerra totale alla droga: si veda il recente docu­mento dello Uni­ted Nations Deve­lo­p­ment Pro­gramme (Undp), lad­dove sono citati come effetti con­tro­pro­du­centi delle attuali poli­ti­che «il mer­cato cri­mi­nale, la cor­ru­zione, la vio­lenza, le minacce alla salute pub­blica, gli abusi su larga scala dei diritti umani com­prese le puni­zioni inu­mane, la discri­mi­na­zione e la mar­gi­na­liz­za­zione dei con­su­ma­tori di droga».
Meglio allora sce­gliere altri obiet­tivi, più in linea con la mis­sion uma­ni­ta­ria e di pro­mo­zione sociale delle Nazioni Unite. A comin­ciare dallo svi­luppo dei diritti umani, rispet­tando il prin­ci­pio di pro­por­zio­na­lità della pena rispetto al reato: oggi cla­mo­ro­sa­mente con­trad­detto dai paesi che appli­cano la pena di morte per reati di droga e da quelli che inflig­gono la car­ce­ra­zione per sem­plice con­sumo (sono milioni i con­su­ma­tori impri­gio­nati per que­sto reato nel mondo).
Sce­gliendo di foca­liz­zare sulla salute pub­blica, la ridu­zione del danno è la stra­te­gia più con­sona a tale obiet­tivo. E’ giunta l’ora che essa sia rico­no­sciuta come “pila­stro” della poli­tica della droga, anche a livello inter­na­zio­nale. Di più, la ridu­zione del danno deve diven­tare una moda­lità com­ples­siva di governo della que­stione droga, ivi com­preso l’aspetto di ridu­zione del danno della proibizione.
Va in que­sta dire­zione la rispo­sta del governo uru­gua­yano allo Inter­na­tio­nal Nar­co­tics Con­trol Board (Incb), in difesa della lega­liz­za­zione della can­na­bis: la legge sulla can­na­bis deve esser letta come un ten­ta­tivo di «com­bat­tere gli effetti dan­nosi del traf­fico di droga», attra­verso «una moda­lità alter­na­tiva (alla repres­sione ndr) per sot­trarre il mer­cato ai traf­fi­canti di droga, in armo­nia con lo spi­rito e la fina­lità ultima delle Convenzioni».
Il dibat­tito «one­sto e com­pleto», invo­cato dal Segre­ta­rio Gene­rale dell’Onu, è di fatto già cominciato.

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