lunedì 30 marzo 2015

Lo spiraglio di Renzi “Avanti con l’Italicum ma sul nuovo Senato si può ridiscutere”

Lo spiraglio di Renzi “Avanti con l’Italicum ma sul nuovo Senato si può ridiscutere” (FRANCESCO BEI).

Renzi - italicumL’ultima offerta alla minoranza Pd sulle riforme Oggi la direzione, la sinistra non vuole la conta.

ROMA – Qualcuno potrebbe considerarla un’esca, per il premier si tratta invece di un’ultima offerta. Fatta a quella parte di minoranza Pd che vorrebbe, come spiega un renziano, «separarsi dai padri ma ancora non sa come farlo». Ovvero abbandonare al loro destino Bersani e D’Alema e costruire un’interlocuzione diretta con il segretario. La proposta è stata anticipata nei colloqui che Renzi ha avuto ieri al suo ritorno da Tunisi e sarà esplicitata oggi pomeriggio davanti alla direzione. Sull’Italicum ormai «ci si conta e si chiude». Sulla riforma della Costituzione, al contrario, «se ci sono ulteriori modifiche da fare, parliamone». Una disponibilità inattesa, che riapre giochi che fin qui sembravano definitivamente chiusi.
È significativo che l’offerta avvenga a ridosso della manifestazione di Landini a piazza del Popolo.

Ai piani alti del Nazareno sono infatti convinti che i toni usati dal leader della Fiom, il suo considerare Renzi «peggio di Berlusconi», abbiano di fatto eretto una barriera insormontabile per chi nella minoranza puntava a un dialogo con il movimento in costruzione alla sinistra del Pd. «La minoranza si è infilata in una strada senza uscita — ragiona un renziano — e sta a noi offrire ai più dialoganti un modo per venirne fuori». Il disegno insomma è quello di presentare ai vari Damiano, Speranza, ai ministri Martina e Orlando, un modo per giustificare il loro avvicinamento alla segreteria. Non l’ingresso in maggioranza, come hanno fatto i giovani turchi, ma l’abbandono di quella che Renzi considera la «pregiudiziale assoluta » nei suoi confronti. E la conseguente rottamazione dei leader della vecchia guardia «animati da rancore personale».
La scommessa è tutta qui e per questo il premier ha deciso di tirare fuori ora questo cilindro dal cappello: la possibilità di rimettere mano al ddl Boschi-Delrio a palazzo Madama. Niente da fare invece sulla legge elettorale. Renzi oggi enfatizzerà «il grande lavoro di miglioramento fatto sul testo», ringraziando anche le minoranze per il contributo. Seguirà un voto della direzione, che rischierà di essere un’approvazione all’unanimità visto che l’opposizione probabilmente eviterà di contarsi abbandonando la sala. Il secondo passaggio sarà un altro voto interno, subito dopo Pasqua, nel gruppo parlamentare della Camera. Rispettando questo calendario: «Entro aprile si va in aula ed entro maggio la legge c’è». Nessuna apertura a modifiche sui due punti sensibili sollevati in questi giorni dai non-renziani: riduzione della quota di nominati e possibilità di apparentamenti al ballottaggio. Conferma Matteo Ricci, vicepresidente del Pd: «La direzione servirà a ribadire che la legge elettorale sulla quale si sta lavorando da più di un anno è una legge elettorale buona e molto vicina ai nostri punti di partenza». E se anche nel gruppo le minoranze dovessero mantenere la linea dura, a palazzo Chigi sono tranquilli sui numeri. Calcolano infatti in una trentina di voti l’area della dissidenza dem. Insufficienti dunque a mandare all’aria l’Italicum. Specie se, nel voto segreto, dovessero arrivare “aiutini” sottobanco da parte dei verdiniani di Forza Italia, dai fuoriusciti cinquestelle e dai tosiani.
È ancora buio invece su quali punti della riforma costituzionale Renzi intenda ridiscutere. Al momento la sensazione è che l’offerta sia tutta politica, prematuro parlare di dettagli tecnici. In teoria il Senato sarà chiamato a discutere soltanto degli articoli che sono stati ritoccati dalla Camera – procedimento legislativo, competenze Stato-Regioni, quorum per l’elezione del capo dello Stato e per il ricorso preventivo alla Consulta sulla legge elettorale – ma non potrebbe rimetter mano sul resto. In particolare sulla composizione del futuro Senato, forse il punto che tra gli esperti ha suscitato i dubbi maggiori. In particolare aver previsto una Camera delle Regioni senza la presenza dei presidenti delle stesse, è un limite considerato da molti costituzionalisti il difetto più grave del disegno di legge. Che rischia di rendere inutile il futuro palazzo Madama, allontanandolo dal modello Bundesrat tedesco in cui invece sono presenti i presidenti dei Lander. «Alcuni eminenti costituzionalisti come Paolo Caretti ed Enzo Cheli – fa notare Andrea Giorgis, della minoranza – ritengono che la Costituzione sia un modello organico. Per cui, se si tocca una parte, si può anche rimettere mano al resto». Se questa tesi venisse accolta, palazzo Madama potrebbe riscrivere anche l’articolo sui futuri senatori. Riammettendo i governatori.
Da La Repubblica del 30/03/2015.

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